ECONOMIA DOMESTICA

Il caso Dal Fabbro (non) è chiuso. Iren, parte un esposto alla Consob

Dentro la multiutility il faldone dell'affaire relativo al presidente può anche finire nel cassetto delle "non notizie". Fuori, tra azionisti che scalpitano per l'assemblea, una segnalazione alla Vigilanza e la politica che chiede conto a Lo Russo la vicenda resta calda

Il caso è chiuso. O almeno così pare dentro Iren. Fuori, invece, potrebbe aprirsi adesso. Perché quella che Luca Dal Fabbro ha definito una “non notizia” è entrata nel lungo consiglio di amministrazione di giovedì scorso a Milano (oltre sei ore) e ne è uscita senza che nessuno avesse davvero la sensazione di averla definitivamente archiviata. Anzi. Più si provava a trattarla come un dettaglio, più assumeva il peso di un problema. Non tanto giuridico – quello, a sentire il presidente, è cristallino – quanto politico, reputazionale e, soprattutto, di governance.

C’è stato un momento, giovedì, in cui la “non notizia” ha smesso di essere tale. Non perché qualcuno abbia alzato la voce o sbattuto i pugni sul tavolo, ma perché la faccenda che Dal Fabbro continua a liquidare con quell’etichetta sbrigativa è diventata, all’improvviso, il convitato di pietra della seduta. E nessuno, a quel punto, è più riuscito a far finta di non vederlo.

Presidente bifronte

La storia è quella raccontata dallo Spiffero: il presidente operativo della multiutility, con delega delicatissima su M&A, è anche socio del fondo Xenon Fidec, lo stesso che ha ceduto per 138 milioni a Hera la società Sostelia, attiva nel trattamento delle acque industriali. E Hera non è un soggetto qualunque, ma il concorrente diretto della multiutility che lui guida. Una “non notizia”? Insomma.

All’apertura dei lavori alcuni consiglieri avrebbero provato a mettere subito il tema sul tavolo. Subito, prima di tutto il resto. Dal Fabbro li avrebbe fermati con garbo e fermezza: se ne parla dopo. In fondo all’ordine del giorno. Prima il resto, poi la faccenda che non esiste. Quando finalmente la discussione ci arriva, l’aria nella stanza si fa più densa. L’amministratore delegato Gianluca Bufo e il vicepresidente Moris Ferretti avrebbero suggerito una via d’uscita lineare: togliere di mezzo l’elemento che crea imbarazzo, cioè la delega M&A.

La risposta del presidente sarebbe stata di quelle che cambiano immediatamente il livello del confronto: “Attenti che se tocchiamo gli equilibri e gli assetti, Lo Russo ci manda tutti a casa”. Il sindaco di Torino Stefano lo Russo, oggi socio di riferimento insieme a Genova e Reggio Emilia, evocato come possibile detonatore di una crisi di governance. Il messaggio non è subliminale: se si apre questo fronte si rimescolano i pesi e magari Torino ne approfitta per prendersi la poltrona di amministratore delegato. È una mossa abile, quella di Dal Fabbro. Perché sposta la discussione dal merito al destino della trimurti. E nei cda, quando si parla di destino, l’istinto di autoconservazione prende sempre il sopravvento.

Tutto regolare

La linea difensiva, per il resto, è identica a quella già riferita: tutto trasparente, tutto regolare, nessun ruolo operativo in Xenon, nessuna interferenza, nessun conflitto. Resta il dettaglio curioso che fino a qualche ora prima su LinkedIn accanto alle altre cariche campeggiasse un eloquente “CEO Xenon”, poi diventato con tempismo chirurgico un più sobrio “partner”. Anche la qualifica di managing director, che faceva capolino in numerosi contesti, è sparita. Piccole magie del curriculum digitale.

A fine riunione, nel generale silenzio, la sensazione che i dubbi non fossero del tutto evaporati sarebbe rimasta. In particolare, tra i due consiglieri indipendenti espressione dei fondi, la torinese Elisabetta Ripa, ex Enel, e Daniele De Giovanni, palermitano di nascita e bolognese d’adozione, ex Eni e compagno di jogging di Romano Prodi. E con loro particolarmente attenta alla questione sarebbe anche la genovese Cristina Repetto, commercialista, senior partner e wealth advisor Allianz Bank, indicata da Palazzo Tursi e in ottimi rapporti con il viceministro leghista Edoardo Rixi. Non hanno sguainato le scimitarre, ma nemmeno sembrano intenzionate a far finta di niente.

Dal Fabbro aveva con sé un parere legale. Non è stato letto. A giudicarlo “superfluo” sarebbe stato Massimiliano Abramo, direttore Affari societari e legali. In sostanza: basta il giurin giurello del presidente. Che, nel corso della discussione, avrebbe anche fustigato quei consiglieri che parlano con i giornali e che così facendo «mettono in cattiva luce l’azienda».

Una pietra sopra

Tempesta in un bicchier d’acqua? Forse, per i vertici Iren, che si sono limitati a prendere l’impegno di tornare sull’argomento in un prossimo cda per verificare procedure e sistemi di controllo interno. Ma la pietra sopra, in realtà, non l’ha messa nessuno.

Perché la questione rischia di uscire dalla sala del consiglio e di finire direttamente davanti agli azionisti. Secondo quanto risulta allo Spiffero, un fronte di soci starebbe preparando il terreno per portare il caso alla prossima assemblea di primavera, quella che sarà chiamata ad approvare il bilancio. E non si tratterebbe dei soliti disturbatori di professione, ma di noti professionisti intenzionati a chiedere conto della posizione di un presidente con cariche e interessi potenzialmente confliggenti. Nel frattempo, hanno già mosso un passo formale: un esposto dettagliato alla Consob.

Che dice Lo Russo?

Anche la politica ha acceso un faro. La Lega ha inviato una richiesta di comunicazione urgente al presidente del Consiglio comunale di Torino chiedendo al sindaco di riferire sulla vicenda: “se la partecipazione di Dal Fabbro all’operazione sia avvenuta solo a titolo personale o in forma riconducibile a ruoli istituzionali e quale sia la posizione ufficiale dell’amministrazione rispetto alla tutela dell’interesse pubblico, alla trasparenza e alla governance delle partecipate”. Dentro Iren il caso può anche dirsi chiuso. Fuori, tra azionisti, Consob e Palazzo Civico, sembra appena cominciato. Per essere una “non notizia”, la vicenda resta ingombrante. E, soprattutto, ha prodotto quell’effetto che nei palazzi conta più di ogni parere legale: l’imbarazzo.