Askatasuna, attacco allo Stato.
L'ex pm: "Serve l'esercito"
Stefano Rizzi 07:00 Venerdì 30 Gennaio 2026
Alla vigilia della manifestazione crescono i timori di scontri e violenze. Rinaudo che da magistrato ha indagato il mondo antagonista evoca segnali forti "contro chi usa la tecnica della guerriglia". La mobilitazione collaudata sul terreno No Tav
«Quello che si annuncia per domani a Torino è un atto di provocazione e di contrapposizione violenta allo Stato e dallo Stato merita un’adeguata risposta. Dipendesse da me, non mi limiterei a mettere in campo le forze di polizia: metterei altro». Il riferimento all’esercito che l’ex pubblico ministero Antonio Rinaudo fa nel colloquio con lo Spiffero, alla vigilia della manifestazione promossa dal centro sociale Askatasuna, è chiaro. Ma colui che da magistrato ebbe modo di conoscere molto bene e a lungo questo mondo antagonista lo esplicita ulteriormente quando aggiunge che «siano gli incursori della Marina, sia il Col Moschin o altri reparti di questo tipo: basterebbe la loro presenza e nel giro di mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento». I signori, naturalmente, sono loro: gli antagonisti che, come riportato ieri, rifiutano ogni invito e proposta del prefetto sul percorso dei tre cortei che attraverseranno la città.
Niente dialogo
E anche su questo Rinaudo ha idee ben definite: «Non ci deve essere dialogo. Qui non si tratta della manifestazione del pensiero, dell’articolo 21 della Costituzione: qui è un discorso di struttura violenta. E lo Stato deve scendere a patti? Deve dire di passare di qui e non di lì? Io, Stato, ti impedisco di farla, la manifestazione. Premetto, e capisco bene – aggiunge l’ex pm, le cui posizioni dure e nette sono note non da oggi e lo hanno portato spesso a essere una figura solitaria e anomala rispetto a gran parte dei suoi colleghi – che io sono in una posizione totalmente diversa e quindi comprendo il ministro dell’Interno, il prefetto e il questore che debbono gestire una questione di ordine pubblico, una contrapposizione violenta. Però mi chiedo se, anche di fronte a un dialogo, come accaduto più volte, poi succedono devastazioni e violenze, la domanda sul dialogo mi pare legittima. Mettiamoci nei panni dei cittadini che vogliono semplicemente passeggiare tranquillamente, di chi ha un negozio, di chi si trova l’auto distrutta o addirittura rischia di finire ferito o peggio».
Precedenti storici e proselitismo via social
L’immagine di uno Stato, se non impotente, certo costretto a confrontarsi ad armi impari nel momento in cui le città vengono messe a ferro e fuoco da quelle che immancabili corifei del giorno dopo definiscono «frange isolate», si profila per la manifestazione di domani. E non mancano anche lontani precedenti, come quel 4 aprile 1998, quando la manifestazione che radunò oltre 10mila persone per protestare contro la morte dell’anarchico Edoardo Massari, “Baleno”, culminò in violentissimi disordini e scontri.
«La storia si ripete – osserva Rinaudo – e stratificazioni ideologiche e violente si accumulano. Rispetto ad allora, però, il proselitismo è molto, ma molto più facile ed efficace grazie ai social. Le Brigate Rosse, che si limitavano ai volantini, rischiano di apparire addirittura patetiche nei metodi, rispetto a oggi. La chiamata alle armi per domani ne è la prova».
L’ideologia che “impregna i muri”
La stessa simbologia del luogo – lo stabile occupato per anni da Askatasuna e per il quale il sindaco Stefano Lo Russo aveva avviato un progetto volto alla legalizzazione – sembra superata da una questione assai più complessa e rilevante che l’ex pm riconduce all’essenza stessa, e ancor più ai metodi, dell’antagonismo anarchico, «che impregna i muri, qualunque siano, di ideologia. E che mette in campo metodiche tipiche dei terroristi».
Un’accusa, quella di terrorismo, che l’allora pubblico ministero sostenne con tenacia, ma che poi venne fatta cadere dalla Cassazione. «Oggi la sosterrei più di allora: adesso ci sono ancora più presupposti. Hanno un supporto ideologico e popolare molto più forte, riescono addirittura a far veicolare il messaggio secondo cui un intero quartiere sarebbe pronto a sostenerli. Ma stiamo scherzando?».
Forze dell’ordine lasciate sole
Una vigilia che, ora dopo ora, vede crescere tensione, preoccupazione e timore per quel che nessuno può escludere accadrà e che i precedenti, insieme alla più che massiccia mobilitazione, rendono più che probabile.
Uno scenario in cui Rinaudo vede un peso ulteriore a gravare sulla legalità: «Sulle nostre forze dell’ordine pesa molto un clima su cui questi movimenti possono far conto. Se un poliziotto che a Rogoredo spara contro un delinquente che impugnava una pistola, poi rivelatasi una scacciacani, viene indagato con l’ipotesi di omicidio volontario, quale può essere lo stato d’animo di chi deve garantire l’ordine pubblico? Fino a oggi le forze di polizia di Torino si sono sempre dimostrate più che equilibrate. Si sono prese insulti, sassate, di tutto, ma non si ricorda un episodio in cui abbiano travalicato le regole. Sono stato con loro in moltissime circostanze e li ho sempre avuti come parti offese. Ecco, sono stufo, stufo di vedere questi poveri cristi di poliziotti che debbono pagare sulla loro pelle il fatto di mettere a repentaglio la loro sicurezza, la loro vita, per questo Stato che poi, al momento opportuno, anziché tutelarli li castiga».
L’Ice e l’esercito
Certo, per parlare di esercito quando l’annunciata presenza di agenti dell’Ice statunitense (peraltro da anni con un ufficio nell’ambasciata Usa di via Veneto) in occasione delle Olimpiadi di Milano-Cortina sta sollevando un putiferio nel mondo politico, ci vuole il piglio dell’ex pm torinese.
«Ma attenzione, non facciamo paragoni assurdi. Quando dico esercito, lo dico non per evocare sistemi sul modello dell’Ice degli Stati Uniti, assolutamente no. Lo dico perché credo necessario contrapporre agli antagonisti una forza strutturalmente capace di contrastare quello che è il metodo di guerriglia che viene attuato deliberatamente, con strategie e tattiche ben studiate».
Non regie occulte, ma nuovi leader
«Quando Askatasuna esce per scontrarsi con le forze dell’ordine lo fa pianificando le operazioni. E questo richiede una risposta deterrente adeguata, così come va conosciuto il fenomeno senza indulgere a interpretazioni strampalate. Nell’antagonismo anarchico non ci sono strutture superiori o regie occulte, ma solo un livello orizzontale. Poi che in ciascuna struttura ci sia un leader ci sta, ma quelli con i capelli bianchi ormai sono patetici: credo serva andare a scovare i nuovi».
La stessa ipotizzata saldatura tra l’antagonismo e i maranza viene esclusa: «Al di là della possibilità che i maranza si infilino dentro per fare casino, per gli antagonisti c’è la necessità di avere il predominio della piazza. Un presupposto per loro irrinunciabile».
Non servono leggi speciali
La suggestione di leggi speciali rimbalza contro il pensiero dell’ex magistrato, che pure è l’emblema dell’uomo d’ordine: «Abbiamo combattuto il terrorismo con leggi ordinarie e per questi quattro cialtroni si vogliono norme eccezionali? No, bastano quelle che ci sono. Basta applicarle».
La domanda circa la sua preoccupazione può apparire banale, ma la risposta non lo è: «Sì, sono molto preoccupato, perché abbiamo appurato la loro capacità di mobilitazione, capace di portare a manifestazioni No Tav antagonisti dalla Francia e dalla Spagna. Qui a Torino, con lo sgombero di Askatasuna, hanno subito una Caporetto e la reazione è quella di reagire a quel provvedimento. Una vera e propria vendetta contro lo Stato e la legalità».
Una vendetta che, per essere arginata nei suoi effetti, l’ex pm non nasconde la sua idea, a dir poco foriera di reazioni immaginabili. Evocare l’impiego dell’esercito per una parte dell’opinione pubblica e della politica equivale «a darmi del fascista. Lo so. Ma io non sono fascista. Sono semplicemente uno che mira alla garanzia dell’ordine pubblico, alla tutela e sicurezza dei cittadini. Non credo di essere il solo o uno dei pochi a pensarla così. Ma, a differenza di altri, ho il coraggio di dire quello che penso».



