ALTA TENSIONE

Askatasuna, la rivendicazione che smonta le fanfaluche sul corteo "buono" rovinato dagli infiltrati

In un documento pubblicato su InfoAut gli antagonisti rivendicano senza distinguo obiettivi politici e scontri con la polizia. Nessuna dissociazione, nessuna “scheggia impazzita”. Dichiarazioni che smentiscono le narrazioni consolatorie e assolutorie

InfoAut, organo ufficiale della galassia antagonista e dell’Autonomia, pubblica un testo dal titolo pomposo – quanto banalissimo – “Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito”.  Dentro c’è la rivendicazione politica e materiale di quanto accaduto a Torino sabato scorso. E, soprattutto, c’è la smentita più efficace alle narrazioni consolatorie del “corteo pacifico rovinato dagli infiltrati”. Qui non c’è alcuna distinzione tra parte “buona” e parte “cattiva”. Nessuna presa di distanza. Nessuna foglia di fico. È un unicum: obiettivi della manifestazione e scontro con le forze dell’ordine sono lo stesso racconto. Per giorni si è coltivata l’immagine rassicurante di una piazza da cartolina: famiglie, anziani, passeggini, volti puliti, buone intenzioni. Un corteo “civile”, “pacifico”, “tradito” all’improvviso da una scheggia impazzita piombata da chissà dove. La solita liturgia dell’infiltrato, del corpo estraneo, della minoranza che rovina la festa.

La rivendicazione pubblicata su InfoAut è urticante proprio perché manda in frantumi questa scenografia consolatoria. Non concede appigli a chi vuole separare, distinguere, assolvere. Non offre la foglia di fico della dissociazione. Al contrario, salda in un unico racconto il senso politico della manifestazione e lo scontro con le forze dell’ordine: stessa traiettoria, stessa intenzione, stessa legittimazione.

Per chi conosce le dinamiche dei movimenti antagonisti e ha alle spalle un minimo di cultura politica – cose di cui, a giudicare dalle sue parole di ieri in Sala Rossa, Stefano Lo Russo appare del tutto privo – non c’è nulla di sorprendente. È una coerenza quasi didascalica: quando un corteo nasce con parole d’ordine di conflitto aperto, con l’idea dichiarata di “riprendersi gli spazi” e di opporsi frontalmente allo Stato, l’esito non è un incidente di percorso ma una possibilità inscritta nel percorso stesso. Non una deviazione, ma una delle strade previste.

Gli obiettivi del corteo

La manifestazione indetta a Torino in difesa di Askatasuna, centro sociale sgomberato a dicembre dopo quasi 30 anni di occupazione, nasce con obiettivi incompatibili con l’ordinamento democratico. L’appello è raccolto in Italia e all’estero da ambienti estremisti e sovversivi. Nel documento di InfoAut, la giornata del 31 gennaio è definita “un successo oltre le aspettative”, una “boccata d’ossigeno” contro il governo, un passaggio di costruzione dell’“opposizione sociale reale e dal basso”.

Non c’è sorpresa, dunque, per l’esito violento. C’è semmai rivendicazione: uno spezzone devia verso corso Regina Margherita per avvicinarsi allo stabile murato; la risposta della polizia è descritta come “forza sproporzionata”; la resistenza dello spezzone è raccontata con orgoglio: avanzare metro dopo metro, reggere l’urto, non arretrare. Questa è la chiave: non incidente, ma scelta.

Nel documento si parla di governo autoritario, di repressione scientifica, di narrazione mediatica criminalizzante. Si citano la Palestina, Minneapolis, la necessità di “prendersi gli spazi” se la politica li chiude. Si accusano media e “circolino di giornalisti” di coprire la realtà. Si legge: se il potere fa una prepotenza, “qualcuno si incazza”. Si rivendica la disponibilità alla resistenza vista nelle piazze contro il genocidio in Palestina. Si invita a moltiplicare assemblee, piazze, comunità. E, in chiusura, secondo un canone frusto: solidarietà agli arrestati. Nomi e cognomi. Richiesta di libertà. Non è il linguaggio di chi prende le distanze. È quello di chi si riconosce pienamente in ciò che è accaduto.

Il nodo politico

All’inaugurazione dell’anno giudiziario, la procuratrice generale Lucia Musti ha usato parole pesanti come pietre: a Torino esiste una “upper class” – alta borghesia di sinistra, intellettuali, giornalisti (con le loro birrette nel Palazzo Nuovo occupato) – che negli anni ha guardato con tolleranza, quando non con benevolenza, ai protagonisti di violenze e disordini. È qui che si collocano le aree grigie: quelle che il giorno prima comprendono, spiegano, giustificano; e il giorno dopo condannano, si indignano, prendono le distanze ma “contestualizzano”. Un meccanismo antico, che in questa città si ripete ciclicamente.

Il nodo, però, è tutto politico e riguarda la sinistra. Un riflesso condizionato mai disinnescato: nessun nemico a sinistra. Si condannano i violenti, ma non si dice una parola sulle ragioni esplicite della manifestazione: la difesa di Askatasuna, centro sociale che ha fatto dell’illegalità una pratica politica stabile e che negli anni è diventato incubatore di un estremismo diffuso a Torino e non solo. Antisemitismo travestito da antisionismo. Antisistema travestito da No Tav. Anti-istituzioni travestito da lotta sociale. I 10 o 20 mila in piazza? Non tutti eversori. Ma, nella migliore delle ipotesi, utili idioti rispetto a un disegno politico chiarissimo per chi voleva vederlo.

“Pas d’ennemis à gauche”

In questo quadro spiccano le parole di Piero Fassino, oggi sul Foglio, che quegli anni li ha vissuti da dirigente del Pci nelle fabbriche torinesi: il richiamo agli anni di piombo, l’analogia con Brigate Rosse e Prima Linea, la solidarietà senza ambiguità alle forze dell’ordine. Fassino individua il punto: l’illusione, diffusa in una parte della sinistra, di dover stare dentro qualunque movimento con la presunzione di poterlo dirigere. Parole che suonano distantissime dal linguaggio burocratico, impolitico, cerchiobottista usato dal suo indiretto successore a Palazzo civico.

La storia italiana ha già dimostrato quanto sia tossica l’idea che a sinistra non possano nascere fenomeni eversivi. Ci volle l’assassinio di Guido Rossa perché il Pci comprendesse fino in fondo che le Brigate Rosse erano un nemico della democrazia. Quell’idea – smentita dal sangue – oggi riemerge in forma attenuata ma riconoscibile: la convinzione che, stando “dentro” ai movimenti, prima o poi li si possa ricondurre a ragione. Che tutto sia recuperabile. Che tutto sia assorbibile. Oggi, però, non esiste più una forza politica capace di fare contemporaneamente critica dell’estremismo e integrazione politica. Il brodo primordiale di Avs, con Marco Grimaldi in testa, è la pratica “gruppettara”, intrisa di paternalismo moralistico che scivola facilmente nel giustificazionismo: la teoria della “frangia che non c’entra nulla” con i valori della manifestazione.

Ma davvero si può credere che chi proclama una “rivolta contro lo Stato” non abbia nulla a che vedere con lo scontro con le forze dell’ordine? La rivendicazione di InfoAut toglie ogni alibi. Perché mostra ciò che molti fingono di non vedere: la coerenza tra parole d’ordine, obiettivi dichiarati e condotte praticate. Basta leggere. Non il dito. La luna.

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