ECONOMIA DOMESTICA

Una regione in cassa integrazione:
in Piemonte cresce del 20%

Nel 2025 il doppio della media nazionale. Terza dopo Lombardia e Veneto per ricorso ad ammortizzatori. A livello provinciale spiccano gli aumenti di Verbania (+106,3%) e Asti (+75,1%). Torino si conferma la provincia più cassaintegrata del Paese

C’è un contatore che in Piemonte gira più veloce delle dichiarazioni sulla ripresa. Non segna fatturati né export, ma ore di lavoro che non si fanno. Nel 2025 le aziende hanno chiesto 60.821.450 ore di cassa integrazione, cui si aggiungono 2.034.382 ore dei fondi di solidarietà gestiti dall’Inps, quelli destinati ai lavoratori che non hanno altri ombrelli quando piove sul posto di lavoro. Totale: 62.855.832 ore, con un’impennata del 19,8% rispetto all’anno precedente. Nel resto del Paese l’aumento si ferma al 10,4% su 599.988.016 ore autorizzate. Tradotto, il Piemonte corre il doppio verso il rallentamento.

A certificare il quadro è il Rapporto Uil, che colloca la regione al terzo posto nazionale per ricorso agli ammortizzatori sociali, dietro Lombardia e Veneto. Un podio assai poco ambito che però spiega molto di quello che sta succedendo sotto la superficie della narrazione ufficiale.

Verbania schizza al 106%

Quando si scende di livello, il dettaglio provinciale racconta un Piemonte a più velocità, ma tutte nella stessa direzione. A Verbania la richiesta di cassa integrazione schizza del 106,3%. Ad Asti sale del 75,1%. A Cuneo del 46,8%. Ad Alessandria del 23%. A Vercelli del 20,7%. A Torino del 20,2%. Fanno eccezione Biella, che segna un -15,6%, e Novara, che scende del -24,4%, ma sono due contro sei e non cambiano il senso della storia.

Torino resta la capitale italiana

Il capoluogo non perde il vizio e si conferma anche nel 2025 la provincia più cassaintegrata d’Italia con 39.023.122 ore. Dietro inseguono Napoli e Brescia. Un primato che non si festeggia ma che racconta, meglio di qualunque convegno, lo stato di salute del sistema produttivo torinese e piemontese.

La fotografia non è solo numerica ma sociale. Migliaia di lavoratori che restano appesi a settimane sospese, a turni che saltano, a redditi che si assottigliano mentre le crisi aziendali si trascinano e i periodi di fruizione degli ammortizzatori si avvicinano alla fine.

Futuro denso di incognite

“I dati relativi alla cassa integrazione, letti unitamente ad altri importanti indicatori economici, confermano le difficoltà attraversate nel 2025 dalla nostra regione – spiega Gianni Cortese, segretario generale della Uil Piemonte –. In questo nuovo anno, desta forte preoccupazione il numero di lavoratori che potrebbero rischiare di ingrossare le fila dei disoccupati, a causa di crisi aziendali, per l’esaurimento dei periodi di fruizione degli ammortizzatori sociali, per l’impossibilità di agganciare il traguardo della pensione, reso sempre più difficile dai continui interventi legislativi. In aggiunta, nel corso del 2026, salvo proroghe, si concluderanno i progetti del Pnrri cui effetti hanno, di fatto, scongiurato che il nostro Paese entrasse in recessione. La prolungata fase di debolezza dell’economia richiederebbe importanti scelte strategiche europee, nazionali e imprenditoriali, in particolare per quanto riguarda gli investimenti, la tecnologia, l’innovazione e la ricerca, utili ad accompagnare la transizione sociale ed occupazionale”.

Nel ragionamento del sindacalista c’è il passaggio chiave che riguarda il 2026, quando finiranno i progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che hanno finora tenuto in piedi, più che rilanciato, interi comparti produttivi. Senza proroghe, il rischio è che la cassa integrazione smetta di essere un cuscinetto e diventi l’anticamera della disoccupazione.

Il +19,8% piemontese non è un picco ma il segnale di una debolezza strutturale che corre più veloce della media nazionale. Le ore richieste non sono solo numeri ma tempo sottratto al lavoro, al reddito, alla stabilità di migliaia di famiglie. E raccontano un Piemonte che entra nel nuovo anno con più sospesi che certezze.

print_icon