CITTÀ ALLO SPECCHIO

Askatasuna non entra nelle urne: i torinesi "assolvono" il Comune, ma il 57% boccia Lo Russo

L'84% è informato sui fatti, il 46% distingue tra manifestanti e violenti, solo il 14% punta il dito su Palazzo civico. Eppure il sindaco scende al 35% mentre le liste del centrosinistra salgono al 42,5%. Il sondaggio BiDiMedia in esclusiva per lo Spiffero

Il 31 gennaio scorso Torino è finita al centro delle cronache: il corteo a sostegno di Askatasuna degenerato in guerriglia urbana, le molotov, i blindati presi di mira, e soprattutto le immagini dell’aggressione e del pestaggio di un poliziotto diventate in poche ore il simbolo di quella giornata. Da allora, si è acceso un dibattito, rimbalzato dai telegiornali ai talk show, dalle dichiarazioni dei leader nazionali alle polemiche locali, tra condanne nette e distinguo politici.

È in questo contesto che lo Spiffero ha deciso di commissionare a BiDiMedia un sondaggio (realizzato tra il 2 e il 4 febbraio): per capire non che cosa sia successo – le immagini lo hanno mostrato a tutti – ma che cosa di quella giornata sia rimasto nella testa dei torinesi e come stia già influenzando il loro giudizio sul sindaco, sui partiti e sul modo in cui la politica cittadina sta gestendo le conseguenze di quei fatti.

Ne è venuta fuori la fotografia una città che ha visto, capito e metabolizzato. L’84% degli intervistati dichiara di essere informato sui fatti. È entrato nelle case, nei discorsi, nelle valutazioni politiche. E soprattutto nei giudizi sul sindaco e nelle intenzioni di voto. E gli elettori sembrano esprimere valutazioni con una lucidità sorprendente. Non cercano uomini forti, non invocano leggi speciali, non assolvono i violenti. Chiedono, molto più semplicemente, che si abbassi il volume. Che la politica smetta di gridare e che affronti le tante questioni che la vicenda ha fatto emergere.

Lo Russo “assolto” ma bocciato

Alla domanda sull’operato del sindaco, il 40% assegna voti positivi dal 6 al 10, tre punti in più rispetto al nostro sondaggio di settembre 2025. Potrebbe sembrare un segnale di tenuta. Ma basta entrare nel dettaglio per capire che la sostanza è diversa: il 57% assegna voti negativi, dall’1 al 4. E dentro questo 57% c’è un dato che pesa come un macigno: il 31% dà addirittura 1 o 2.

Non è un giudizio tiepido, non è una critica di sfumatura. È una polarizzazione netta, severa, che racconta di una parte ampia di città che su questo terreno non si limita a dissentire, ma boccia senza appello.

Se si votasse oggi, Stefano Lo Russo si fermerebbe al 35%. Nel 2021, al primo turno, aveva raccolto il 43,9%. Sono quasi nove punti di distanza. Nello stesso scenario, un candidato del centrodestra arriverebbe al 37,5%. Ma il dato più eloquente è un altro: il 47% degli intervistati risponde “non so / non voterei”. Scontenti e disillusi pronti a ingrossare l’esercito dell’astensionismo ma anche un bacino potenziale per entrambi gli schieramenti, rendendo almeno sulla carta contendibile la competizione del 2027 per il sindaco.

Metà dell’elettorato sospesa

Eppure, quando il sondaggio chiede il voto alle liste comunali, il quadro cambia radicalmente. Le liste di centrosinistra arrivano al 42,5%, in crescita rispetto a settembre, mentre il centrodestra è al 39,3%. Il Partito Democratico è al 25,6%, Alleanza Verdi e Sinistra al 9,2%, il Movimento 5 Stelle al 9,4%.

Gli elettori, insomma, non stanno punendo l’area politica. Stanno esprimendo una valutazione diversa sulla figura che di quell’area è l’alfiere.

Nello schieramento opposto Fratelli d’Italia primeggia ma non sfonda: con il 19,1% è ben lontano dalle performance non solo nazionali ma pure del resto della regione. Tiene Torino Bellissima, la lista civico-moderata, brand del candidato sindaco del centrodestra Paolo Damilano, sconfitto nel 2021, che con il suo 7% bagna il naso sia alla Lega (6,4%) sia a Forza Italia (5,1%).

Una città che ha visto e capito

L’84% degli intervistati dichiara di essere informato sui fatti di Askatasuna. Solo il 5% dice di non saperne nulla. Non è un tema di nicchia: è entrato nelle conversazioni quotidiane e nel dibattito pubblico. E quando si chiede quale sia la posizione sugli scontri, il 46% risponde che la violenza non può mai essere tollerata, ma che occorre distinguere chiaramente tra chi manifesta civilmente e chi è violento. È una posizione che raccoglie l’88% degli elettori del Pd e il 78% di quelli del M5s.

Solo il 25% degli intervistati chiede norme più restrittive per limitare questo tipo di manifestazioni, una posizione che nel centrodestra sale al 79%. Il 13% attribuisce la responsabilità principale all’atteggiamento aggressivo della polizia, percentuale che sale al 39% tra gli elettori di Avs.

Il quadro è chiarissimo: gli elettori progressisti non difendono i violenti, ma rifiutano che vengano confusi con chi manifesta pacificamente.

Il Comune non ha colpe

Quando si chiede chi abbia maggiori responsabilità per quanto accaduto, il 37% indica il Governo e il ministro dell’Interno. Solo il 14% indica il Comune di Torino. Il 19% punta il dito sugli organizzatori che non hanno isolato i violenti, un altro 19% distribuisce le colpe tra tutti i protagonisti. Insomma, aprima vista, nell’opinione dei torinesi sembrano non pesare i tentativi di Palazzo Civico di legalizzare il centro sociale attraverso il poi decaduto patto di collaborazione per regolarizzare l’immobile occupato.

Nel centrosinistra il 72% indica Roma. Nel centrodestra il 36% accusa gli organizzatori. Il Comune, per la maggioranza degli elettori, non è il principale responsabile. Ed è qui che il dato sul sindaco diventa politicamente più interessante: non viene accusato di colpa diretta, ma sembra pagare una percezione legata complessivamente al suo tratto di primo cittadino.

Chi sono i violenti

Il 46% li definisce l’emblema di un ambiente culturale ostile allo Stato e alla polizia. Il 33% li considera casi isolati di estremisti. Il 17% li vede come una forma, seppur estrema, di protesta politica. Nel centrodestra questa lettura arriva all’85%. Nel Pd e nel M5s prevale l’idea dei casi isolati. In Avs il 43% li legge come espressione politica. È qui che si intravede la frattura più profonda: non una questione di ordine pubblico, ma di interpretazione culturale.

Cosa chiedono per evitare che accada di nuovo? La risposta più scelta, al 36%, è sorprendente: meno contrapposizione politica e più ascolto. Nel centrosinistra questa percentuale sale al 55%, nel M5s al 50%. Solo il 30% chiede più controlli preventivi durante le manifestazioni. Il 19% punta sull’identificazione rapida di chi viola le regole. Il 12% chiede pene più dure.

Torino, davanti agli scontri, non chiede repressione. Chiede che la politica smetta di trasformare tutto in un conflitto permanente.

La riforma Nordio non è una soluzione

La crescente campagna referendaria sulla giustizia ha usato strumentalmente, da ambo le parti, la riforma firmata dal guardasigilli Carlo Nordio come argomento polemico, nonostante abbia poco o nulla a che fare con la sicurezza. Però di fronte a quest’uso propagandistico, il 59% ritiene che, se fosse già stata approvata, la riforma della giustizia non avrebbe dato maggiori strumenti alle forze dell’ordine. È una risposta non solo corretta ma trasversale: 84% nel centrosinistra, 89% nel M5s, 70% nel centro. Solo nel centrodestra prevale l’idea opposta.

Pd primo, boom Avs

Se si votasse per le politiche, a Torino il Pd manterrebbe la primazia con il 26,9% nell’ipotetico “campo largo” nel quale però per la prima volta Avs (10,3%) surclasserebbe il Movimento 5 Stelle (10,1%). Tra le formazioni minori il sondaggio registra una leggera crescita di Casa Riformista – la nuova formazione lanciata da Matteo Renzi – ma ancora insufficiente a superare lo sbarramento, obiettivo che invece supererebbe l’ex sodale del defunto Terzo polo, Carlo Calenda, che vede a livello torinese la sua Azione attestarsi al 4%.

Sul fronte dell’attuale maggioranza di governo, Fratelli d’Italia farebbe delle amministrative (23%), così Forza Italia che con il 6,7% scavalcherebbe la Lega (6%). Gli indecisi sono il 28%, in calo, e l’affluenza stimata torna a salire tra il 54 e il 58%. La politica, come sistema di partiti, regge. Ma la fiducia nella guida cittadina appare più fragile.

Cosa raccontano i numeri

Dai dati emerge un pensiero coerente degli elettori torinesi. Non assolvono i violenti. Non chiedono svolte securitarie. Non puntano il dito contro il Comune. Vedono una questione culturale dietro agli scontri. E chiedono alla politica, prima di tutto, di abbassare i toni. Nel frattempo, spostano il giudizio sul sindaco, pur lasciando intatto il consenso alle liste del suo campo.

È questo il paradosso che il sondaggio consegna: non è tanto un voto contro un’area politica, ma una valutazione su come la politica sta gestendo la città. Torino non sembra in cerca di fenomeni. Ma di qualcuno capace di interpretare meglio la propria anima.

Leggi il sondaggio

Note metodologiche
Soggetto che ha realizzato il sondaggio: BiDiMedia srl. Soggetto committente: Lo Spiffero. Interviste eseguite tra il 2 e il 4 febbraio 2026. Metodo raccolta delle informazioni: CAWI/Da Panel. Popolazione di riferimento: popolazione maggiorenne residente nel comune di Torino. Metodo di campionamento: campione rappresentativo della popolazione di riferimento per genere, istruzione, età, condizione lavorativa, ponderato per voto pregresso. Consistenza numerica del campione: 1002 intervistati su 1617 contatti totali. Tasso di risposta utile complessiva: 62%. Rappresentatività del campione: +/-3,1% per una percentuale stimata del 50,0%, con un intervallo di confidenza al 95%.