LA SACRA RUOTA

Stellantis, la retromarcia sull'elettrico costa 22 miliardi. Niente dividendi e crollo in Borsa

A Piazza Affari non riesce a fare prezzo, poi quando riparte sprofonda fino al 23%. Il gruppo ammette di aver sovrastimato la corsa al full electric, stima una perdita monstre nel 2025. Il ceo Filosa parla di "reimpostazione necessaria" per riallineare l'offerta

Stellantis fulminata sull’elettrico. A Piazza Affari il titolo non riesce nemmeno a fare prezzo all’avvio. Poi, quando riparte, scivola come su ghiaccio: prima un teorico -11,8%, poi fino a -19% a 6,61 euro, con oltre 4 miliardi di capitalizzazione bruciati in poche ore. In mattinata il tonfo supera anche il -23% (6,27 euro), portando il valore di Borsa attorno ai 18,3 miliardi: minimi da quando, nel 2021, nacque il gruppo dalla fusione tra Fca e Psa.

Il motivo è uno di quelli che fanno rumore vero: un cambio di strategia sull’auto elettrica che si traduce in una maxi-correzione nei conti per 22,2 miliardi di euro di oneri nel secondo semestre 2025. In sostanza, il gruppo ammette che una parte consistente degli investimenti fatti sull’elettrico non produrrà i risultati attesi. Progetti cancellati, modelli che non si faranno più, piani ridimensionati. Una retromarcia che pesa come un macigno.

Quei 22,2 miliardi non sono solo soldi che escono oggi dalla cassa. Sono soprattutto svalutazioni: l’azienda riconosce che attività e programmi che a bilancio valevano molto, ora valgono molto meno. Di questi, però, 6,5 miliardi saranno veri esborsi di cassa nei prossimi quattro anni. L’effetto contabile è immediato e brutale: nel 2025 il gruppo prevede una perdita netta tra 19 e 21 miliardi di euro. E quando un’azienda perde così tanto, la conseguenza è automatica: nel 2026 non verrà distribuito alcun dividendo.

In parallelo arriva un altro segnale non positivo. Il gruppo sudcoreano Lg Energy Solution ha annunciato che rileverà per la cifra simbolica di 100 dollari il 49% detenuto da Stellantis nella joint venture NextStar Energy, l’impianto canadese per la produzione di batterie. Di fatto, Stellantis si sfila da un pezzo che fino a ieri era considerato strategico nella filiera dell’elettrico.

La retromarcia non è isolata. Mosse analoghe erano già arrivate nei mesi scorsi da Ford Motor Company e General Motors. I costruttori tradizionali stanno ricalibrando i piani perché la domanda di auto elettriche è più debole del previsto e perché il quadro politico e degli incentivi negli Stati Uniti, sotto l’amministrazione di Donald Trump, è cambiato profondamente. Stellantis lo scrive nero su bianco: bisogna allineare i piani di prodotto alla domanda reale del mercato.

Il gruppo presenterà il nuovo piano industriale a maggio, ma la direzione è già chiara. Meno centralità assoluta dell’elettrico, cancellazione dei programmi senza prospettive di redditività e ritorno a una strategia più ampia sulle motorizzazioni. In altre parole, tornare a fare quello che i clienti comprano davvero. Lo spiega senza giri di parole l’amministratore delegato Antonio Filosa: «La reimpostazione che abbiamo annunciato si inquadra nel percorso avviato nel 2025 per tornare a porre i clienti come punto di riferimento di ogni nostra decisione. Gli oneri riflettono in larga parte il costo derivante da una sovrastima del ritmo della transizione energetica, oltre che l’impatto delle criticità pregresse».

Eppure, mentre i conti vengono travolti dalle svalutazioni, le auto si vendono. Nel quarto trimestre 2025 le consegne consolidate sono stimate a 1,5 milioni di veicoli, in crescita del 9% su base annua. A trainare è soprattutto il Nord America, con un balzo del 43%, ma crescono anche Sud America, Medio Oriente e Africa, Cina, India e Asia-Pacifico. A frenare è invece l’Europa allargata, con 26 mila veicoli in meno, pari a un meno 4%, complice il calo dei veicoli commerciali leggeri e la pressione competitiva.

Anche nel secondo semestre i ricavi netti e il free cash flow industriale risultano in miglioramento rispetto alla prima metà dell’anno, in linea con l’ultima guidance. Il paradosso è tutto qui: il business operativo migliora, ma il peso delle scelte passate travolge il bilancio.

Per rafforzare la struttura finanziaria, Stellantis annuncia anche l’emissione di 5 miliardi di euro di bond ibridi perpetui non convertibili, obbligazioni subordinate che servono a irrobustire i conti senza ricorrere a un aumento di capitale.

Il gruppo ha già abbozzato le indicazioni per il 2026: ricavi netti in crescita a una cifra media singola, margine operativo in percentuale bassa a una cifra singola, con un impatto dei dazi stimato in 1,6 miliardi (contro 1,2 nel 2025), e free cash flow in miglioramento, destinato a tornare positivo nel 2027. Il messaggio agli investitori è chiaro: paghiamo oggi per tornare a correre domani.

Ma la Borsa non guarda al 2027. Guarda alla perdita monstre, all’assenza del dividendo e, soprattutto, all’ammissione esplicita di aver sbagliato valutazioni strategiche sull’elettrico. Quando un colosso ammette che il cavallo su cui aveva puntato corre molto meno del previsto, la fiducia si incrina. E il titolo crolla.

Stellantis non sta dicendo che l’elettrico è finito. Sta dicendo qualcosa di più delicato e più pesante per il mercato: non sarà il centro del mondo come era stato pianificato. E questa frase, a Piazza Affari, vale miliardi.

print_icon