Iren, summit dei sindaci a Torino: convitato di pietra Dal Fabbro
07:00 Domenica 08 Febbraio 2026Dopo il caso che ha scosso la multiutility dell'energia, con tanto di esposto alla Consob, è difficile immaginare che la riunione di mercoledì prossimo del patto di sindacato sia una discussione di routine. Intanto, la moglie del presidente "abbassa le bollette"
Mercoledì 11 febbraio, a Torino, si riunisce il patto di sindacato di Iren, come tante altre volte. Ufficialmente, una delle periodiche riunioni di coordinamento tra soci pubblici e così all’esterno verrà probabilmente raccontata: ordinaria amministrazione, verifica dell’andamento del gruppo, solita photo opportunity finale. È difficile, però, immaginare che in quel consesso si possa fare finta di niente. Perché da settimane la multiutility dell’energia è attraversata da un caso che ha scosso equilibri già fragili. E il nome che aleggia, anche se nessuno avrà fretta di pronunciarlo per primo, è quello del presidente esecutivo Luca Dal Fabbro.
Al momento l’incontro è previsto in presenza e a fare gli onori di casa sarà il sindaco di Torino Stefano Lo Russo. Di fronte avrà la collega di Genova Silvia Salis e il primo cittadino di Reggio Emilia Marco Massari. Formalmente è il Comitato di sindacato che governa il patto parasociale ma soprattutto sono i tre sindaci, tutti di centrosinistra, che, dopo l’ultima revisione degli accordi nel 2024, si trovano seduti a un tavolo dove i pesi non sono più quelli di prima: Torino, dopo l’acquisto del 2,8% da parte della Città metropolitana nel marzo 2025, è diventata con il 19,171% il socio di riferimento. Un passaggio che ha cambiato gli equilibri, e che a Genova non hanno mai digerito fino in fondo. Ed è dentro questo clima che irrompe il cosiddetto “caso Dal Fabbro”.
Il caso Dal Fabbro
Il protagonista è il presidente esecutivo Dal Fabbro, designato dalla componente torinese, con una delega delicatissima su M&A, finanza, relazioni esterne, public affairs, progetti strategici, innovazione. Un portafoglio di potere che nel tempo ha finito per ridimensionare di fatto il perimetro operativo dell’amministratore delegato Gianluca Bufo, espressione di Genova, lasciato a gestire business, amministrazione, controllo e affari legali. A fare da cerniera il vicepresidente Moris Ferretti, quota emiliana. È un assetto nato in emergenza, dopo i guai giudiziari e la fuoriuscita dell’ex ad Paolo Emilio Signorini, ma diventato poi la nuova normalità.
A fine gennaio esplode la storia. Dal Fabbro è socio e dirigente del fondo Xenon Fidec. Lo stesso fondo che ha venduto per 138 milioni a Hera la società Sostelia. Hera, cioè il concorrente diretto della multiutility che lui presiede. La notizia irrompe mentre i rapporti tra i soci sono già logorati dallo scontro sull’ad Bufo e dalla vicenda dell’incarico da 6,5 milioni a McKinsey per il progetto del termovalorizzatore del Gerbido, poi saltato tra polemiche e retromarce. Un contesto in cui basta una scintilla per riaccendere tutto. E infatti le voci più insistenti sul potenziale conflitto di interessi arrivano proprio da Genova.
Il primo Cda
Il 22 gennaio scorso il tema finisce sul tavolo del Cda. Alcuni consiglieri provano ad affrontarlo subito, in apertura. Dal Fabbro li ferma con cortesia e fermezza: se ne parla alla fine, dopo tutto il resto. Quando finalmente la discussione arriva al punto, nella sala l’aria cambia. Bufo e Ferretti propongono una soluzione semplice: togliere la delega M&A al presidente. Eliminare l’elemento che crea imbarazzo. La risposta è una frase che sposta il piano della discussione: «Attenti che se tocchiamo gli equilibri e gli assetti, Lo Russo ci manda tutti a casa».
In un colpo solo il tema smette di essere tecnico e diventa politico. E di convenienza personale. Non si parla più di conflitto di interessi, ma del destino della trimurti al vertice. E quando in un Cda si evoca il rischio di saltare tutti, l’istinto di autoconservazione fa il resto.
La linea difensiva resta quella: tutto trasparente, nessun ruolo operativo in Xenon, nessuna interferenza. Resta però un dettaglio che in azienda ha fatto sorridere più di uno. Fino a poche ore prima, sul profilo LinkedIn di Dal Fabbro accanto alle cariche compariva un eloquente “CEO Xenon”. Poi, con tempismo chirurgico, è diventato “partner”. Sparita anche la qualifica di managing director.
Il Cda si chiude in silenzio, con l’impegno generico a tornare sul tema per verificare procedure e controlli interni. Ma la sensazione diffusa è che la pietra sopra non l’abbia messa nessuno.
Si torna in Cda
Il 26 gennaio il Collegio dei revisori ascolta Dal Fabbro in call e chiede di inserire formalmente la questione all’ordine del giorno del prossimo Cda di fine mese. Nel frattempo, un importante gestore del risparmio presenta un esposto alla Consob. E in vista dell’assemblea di primavera, alcuni piccoli ma battaglieri azionisti annunciano che chiederanno spiegazioni “precise e convincenti”.
Come se non bastasse, sul tavolo dei sindaci sarebbero arrivate altre segnalazioni. Operazioni nel Mantovano con intrecci sempre tra Xenon e Hera. E poi una vicenda che, a leggerla, sembra uscita da un romanzo.
Bollette in famiglia
La moglie del presidente, Liana Sommaruga, è proprietaria del sito “Abbassa le bollette”, comparatore di tariffe luce e gas e piattaforma di efficienza energetica. Nel capitale della società compare il fondo Centurion Private Equity Opportunities. Lo stesso fondo maltese che gestiva 60 milioni della Segreteria del Vaticano sotto il cardinale Angelo Becciu, investiti tra l’altro in Italia Independent di Lapo Elkann e nel finanziamento di due film attraverso bond lussemburghesi.
Tessere che, prese singolarmente, possono sembrare marginali. Mettendole in fila, però, raccontano un quadro che non può lasciare indifferenti i sindaci.
Boatos sulle nomine
Intanto Dal Fabbro, attraverso veline fatte circolare ad arte, fa sapere che il suo nome gira per le prossime nomine delle grandi partecipate: punterebbe a Enel, senza disdegnare Terna. Ma sempre le solite fonti anonime riferiscono che vuole restare in Iren per completare il Piano Industriale 2025-2030 e l’integrazione di Egea. Da Palazzo Chigi, assicurano insider impegnate sui dossier, queste voci non trovano alcun riscontro. Sicuramente le prime.
E così mercoledì, sotto il dipinto che racconta il miracolo eucaristico del 1453, non si parlerà soltanto di numeri, investimenti e andamento del gruppo. Si parlerà, senza dirlo apertamente, di equilibri, di pesi, di fiducia. Di quanto Torino voglia far valere la sua primazia. Di quanto Genova sia disposta a sopportarla. Di quanto gli emiliani guardino con preoccupazioni un dualismo che rischia di spingerli ai margini. E di quanto questa storia, nata come una questione “che non esiste”, sia diventata il convitato di pietra del patto di sindacato. E non solo.


