ALLE URNE

Referendum, voto il 22-23 marzo. Nuovo quesito, date confermate

Più che una disputa da azzeccagarbugli, è diventata una partita a scacchi sul calendario. Il governo ha scelto di tirare dritto, forte di pareri giuridici e di un decreto già firmato. Attacca il Pd. Nei sondaggi il Sì ancora avanti, oltre il 50%, ma risale il No

Non si tocca. La data resta lì, piantata come un paletto nel calendario: 22 e 23 marzo. Il Consiglio dei ministri ha deciso che il referendum sulla riforma della giustizia – quello che contiene la separazione delle carriere dei magistrati e la modifica del Csm – si farà quando già previsto. Nessun rinvio, nessuna nuova indizione. Solo una chirurgia lessicale sul quesito.

La mossa arriva all’indomani della decisione della Corte di Cassazione, che ha accolto il nuovo quesito formulato dai quindici giuristi promotori del comitato per il No, sostenuto da oltre 500 mila firme (per l’esattezza 546.343 elettori, come recita il dispositivo). Un’accoglienza che, nelle intenzioni dei ricorrenti, avrebbe potuto innescare un effetto a catena: nuovo decreto, ripartenza dei cinquanta giorni di campagna referendaria, e quindi slittamento della data. Magari oltre Pasqua. Magari regalando al fronte del No più tempo per spiegare le proprie ragioni. Non è andata così.

Cosa cambia nel quesito (e cosa no)

Il punto non è la sostanza della domanda, ma la sua forma. Il quesito originario recitava: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?»

Ora diventa: «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?»

Tradotto: si inserisce l’elenco puntuale degli articoli della Costituzione modificati. Una specificazione, non una riscrittura. È su questo crinale sottile che si è giocata la partita giuridica e politica delle ultime 24 ore.

Il dispositivo della Cassazione

Nell’ordinanza, la Cassazione scrive nero su bianco: «Dato atto che si intende venuto meno il quesito enunciato» nella precedente ordinanza del 18 novembre, si «formula ora il nuovo quesito» e si dispone che sia immediatamente comunicato al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle Camere, al Presidente del Consiglio dei ministri e al Presidente della Corte costituzionale.

Si dispone inoltre la notifica «ai presentatori della richiesta dei 546.343 elettori e ai tre delegati dei parlamentari richiedenti ognuna delle quattro richieste referendarie ammesse con l’ordinanza dello scorso 18 novembre 2025».

Parole che, lette in controluce, aprivano un varco interpretativo: se il quesito precedente “viene meno”, serve un nuovo decreto? E quindi una nuova data? Il governo ha scelto la linea minimalista: si integra, non si reindìce.

Leggi qui il dispositivo della Cassazione

Costituzionalisti divisi

Qui si è consumata una spaccatura dottrinale. Per Stefano Ceccanti, professore alla Sapienza ed ex parlamentare, la data non doveva cambiare: il referendum è già indetto per decreto, si aggiorna il quesito e basta. Al massimo, ipotizza, i promotori potrebbero tentare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, ma con poche chance.

Di parere opposto Michele Ainis, emerito di Roma Tre: se la Cassazione torna sui suoi passi e rimodula il quesito, la data – che è incorporata nel decreto – dovrebbe slittare. E se non slitta, il conflitto davanti alla Consulta diventa un’opzione concreta.

Più vicino alla linea del governo Antonio Baldassarre, presidente emerito della Consulta: a rigore di diritto, la data resta, perché la modifica è formale, esteriore, non sostanziale.

Nel frattempo, a gennaio, il Tar del Lazio aveva già escluso la possibilità di una sospensiva sulla fissazione del voto al 22 e 23 marzo, respingendo il ricorso degli stessi quindici giuristi.

La linea del governo

Il comunicato di Palazzo Chigi è secco: il testo del quesito «viene precisato». Non sostituito. A dirlo in modo ancora più esplicito è il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani: «La data non cambia e si aggiunge al quesito il riferimento agli articoli della Costituzione, quindi non cambia la sostanza. Riteniamo giusto che si possa procedere come previsto, in base al decreto che era già stato fatto. Si aggiungono soltanto degli articoli di riferimento, non è un altro quesito, quindi per l’elettore non cambia molto». E sulla decisione della Cassazione: «L’ufficio amministrativo ha preso quella decisione e noi abbiamo preso la nostra, non faccio polemica».

L’attacco del Pd

Durissima la reazione della responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani: «Prima non consentono al Parlamento di poter esercitare la propria funzione, poi fissano una data del referendum senza rispettare la raccolta firme di oltre 500 mila cittadine e cittadini italiani, poi sono costretti a modificare il quesito del referendum senza spostare la data fissata con la solita tracotante arroganza di chi comanda e non governa… Un’altra buona ragione per votare No».

I sondaggi che agitano il retroscena

Sul tavolo, non ci sono solo codici e decreti. Ci sono anche i numeri. Secondo il sondaggio Bidimedia, i Sì sono avanti al 54,5%, ma in calo del 3,6% rispetto al 22 gennaio. I No salgono specularmente al 45,5%. Crescono soprattutto gli indecisi: 24,7% (+6,9%). E cresce l’affluenza stimata: 48% degli aventi diritto, cinque punti in più.

Numeri che, letti politicamente, spiegano perché ogni giorno di campagna può pesare come un macigno. E perché, secondo alcune letture, il vero obiettivo del ricorso fosse proprio guadagnare tempo.

Il tempo, però, il governo lo ha congelato. Il calendario resta immobile. Il quesito si allunga di qualche riga. La battaglia si sposta tutta sul terreno della campagna referendaria e, forse, su quello della Consulta.

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