Repole alla Messa antica.
Roma tratta coi lefebvriani
Eusebio Episcopo 14:21 Domenica 08 Febbraio 2026
L'arcivescovo ha preso parte alla celebrazione nella chiesa della Misericordia: un segno di carità pastorale e comunione. Mentre la diocesi di Torino promuove un viaggio di studio in Germania, dove la Chiesa è attraversata da tensioni scismatiche
Questa mattina, 8 febbraio 2026, il cardinale Roberto Repole ha assistito alla Messa antica e ha tenuto l’omelia per i fedeli della chiesa della Misericordia di Torino, come già avevano fatto il suo predecessore, monsignor Cesare Nosiglia, e l’allora vicario generale della diocesi monsignor Valter Danna. L’avvenimento va segnalato perché manifesta non solo carità pastorale e tolleranza verso quei cristiani – non poi così pochi – che, in comunione con la Chiesa e ai suoi pastori e fedeli al Concilio Vaticano II, sono attaccati alla liturgia tradizionale, ma anche per un altro motivo.
Si pensi, infatti, che il suo confratello, l’arcivescovo di Chicago cardinale Blase Cupich, non perde occasione per bastonare sonoramente i fedeli della Messa antica auspicando che il Messale di San Pio V venga abrogato – cosa peraltro impossibile – tirando in ballo una loro presunta non accettazione del Vaticano II. In tal modo il porporato americano provoca ulteriori ferite al corpo ecclesiale e invece della pace alimenta una continua guerra liturgica, oltretutto mandando in soffitta Benedetto XVI che forse di ecclesiologia se ne intendeva più di lui. Questo in controtendenza con quell’unità che Leone XIV, sin dopo la sua elezione, ha voluto ergere a manifesto del suo pontificato.
Il quadro imposto da Traditionis custodes non ha prodotto l’unità promessa ma precarietà, arbitrarietà e un clima di sospetto permanente, proprio nell’ambito in cui dovrebbe esserci maggiore chiarezza pastorale: l’accesso alla vita sacramentale, oggi ristretto alla “riserva indiana” di qualche concessione. Si pensi che la Messa della Misericordia è l’unica autorizzata, non in Torino, ma nell’intero Piemonte e potremmo citare mille episodi nelle diocesi ove le richieste dei fedeli vengono scoraggiate e osteggiate, mentre ogni abuso liturgico è tollerato. Per questo la presenza del cardinale Repole in via Barbaroux è stato per molti un segno di speranza e di comunione: «Quello che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso», disse Benedetto XVI.
***
Il Superiore generale della Fraternità San Pio X (lefebvriani), don Davide Pagliarani, ha comunicato che il 1° luglio verranno ordinati nuovi vescovi senza l’assenso della Santa Sede. Un grave atto scismatico che sarà posto in essere in quanto Roma non avrebbe risposto alle reiterate richieste per la provvista di nuovi pastori e che porterà alla scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica trattandosi di «disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima e di capitale importanza per l’unità della Chiesa».
Se solo si pensa che sotto papa Francesco (che aveva fatto alla Fraternità varie concessioni in materia di amministrazione dei Sacramenti) l’intesa pareva quasi fatta con l’ipotizzata erezione in Prelatura personale al modo dell’Opus Dei, la rottura appare evidente, anche se va detto che la faciloneria di Bergoglio e la buona volontà del superiore del tempo, monsignor Bernard Fellay, non tenevano conto dei problemi teologici che erano invece ben presenti a Benedetto XVI, il quale aveva sì tolto le precedenti scomuniche, ma aveva avviato stringenti colloqui che avevano messo in luce divergenze non secondarie di carattere dottrinale.
L’unica speranza è che da qui a luglio si aprano delle trattative per arrivare ad un compromesso, difficile peraltro da immaginare. Lo farebbe intendere quanto affermato dal direttore della Sala stampa della Santa Sede: «I contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede proseguono, con l’obiettivo di evitare disaccordi o soluzioni unilaterali sulle questioni emerse». Inoltre, il cardinale Tucho Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede, ha fatto sapere che già il prossimo giovedì 12 febbraio si incontrerà con don Pagliarani «per cercare di trovare un percorso futuro di dialogo».
La questione lefebvriana da quando Roma scommetteva che guadagnando tempo il problema sarebbe morto da solo, rimane più che mai aperta e la decisione della Fraternità di procedere a nuove consacrazioni episcopali costituirà comunque, inutile far finta di nulla, il primo serio banco di prova del nuovo pontificato. Non perché i seguaci di monsignor Marcel Lefebvre abbiano ragione – anche se, come disse il cardinale Ratzinger, avevano «delle ragioni» – e la loro decisione non manchi di gravità oggettiva, ma perché Roma non può permettere che una tale realtà attiva da mezzo secolo, impiantata in tutto il mondo e in costante anche se lenta crescita, arrivi a una rottura senza aver fatto di tutto per scongiurarla in modo chiaro e verificabile. E poi perché, come qualcuno ha fatto notare, in una Chiesa dove i vescovi in Cina (solitamente spie del regime) li sceglie il partito comunista, pretendere che la Fraternità segua le vie canoniche è giusto, ma non prima di aver fatto di tutto per evitare che si arrivi alla situazione del 1988, cosa che si poteva fare benissimo in quanto da almeno più di un anno la richiesta sulle consacrazioni era giunta a Roma.
Ascoltare, come è nello stile di Leone XIV, è importante ma un papa ha anche il dovere di governare. Don Pagliarani ha ricordato ai suoi interlocutori romani che nella Chiesa, la legge suprema è la salvezza delle anime, non il dialogo, non il sinodo, non l’ecumenismo, tanto meno le sperimentazioni liturgiche. E tuttavia le anime non si salvano al di fuori del Corpo mistico di Cristo. Quella libertà e indipendenza totale dalla gerarchia della Chiesa che la Fraternità rivendica si chiama scisma che è il rifiuto di agere ut pars, agire come parte di un popolo retto da una gerarchia legittima. Don Pagliarani ha detto in una recente omelia che «la Chiesa non esiste nei vincoli, ma nelle anime. Sono le anime che formano la Chiesa». Questa affermazione Martin Lutero l’avrebbe tranquillamente sottoscritta, ma non è la dottrina cattolica. Pio XII, mentre illustrava la realtà profonda della Chiesa come Corpo mistico, insisteva anche, e con forza, che essa ha ricevuto il suo ufficio giuridico da Cristo stesso e la necessità di appartenervi mediante vincoli giuridici non è questione di mero diritto ecclesiastico, ma riguarda la costituzione divina della Chiesa.
***
Lo scorso 28 gennaio per festeggiare S. Tommaso d’Acquino, dottore della Chiesa e massimo difensore dell’oggettività del dogma, il seminario maggiore di Santiago de Compostela con il consenso dell’arcivescovo, monsignor Francisco José Prieto Fernández, ha ospitato una conferenza del teologo Andres Torres Queiruga che da anni nega apertamente il carattere espiatorio e sacrificale della Redenzione, mentre afferma la sua concezione della Resurrezione di Cristo. Torres sostiene che essa non è un fatto reale che riguardi il corpo morto di Gesù, ma un’esperienza teologica svincolata dal destino fisico del suo corpo per cui la Resurrezione corporale – che è il nucleo del cristianesimo – è un mero simbolo reinterpretato.
Non si tratta di una questione minore e opinabile, ma di un caso di grave confusione promossa dalla stessa autorità diocesana. Su questo però Roma non prende provvedimenti. Naturalmente il liturgista Andrea Grillo ha assunto le difese del teologo galiziano per il quale egli parla all’«uomo illuminato, amante della libertà, sostenitore della ragione autonoma rispetto ad ogni autorità o rivelazione, che chiede di essere trattato come un adulto, libero e razionale» e non a dei poveretti che ancora credono al «mito» di Cristo Risorto.
***
In fatto di eresie e di sinodalità c’è molto da apprendere dalla Chiesa tedesca e così la diocesi di Torino organizza in aprile per i preti di Torino e Susa un viaggio di studio e di formazione a Berlino. Se con la Fraternità San Pio X si paventa la giusta pena della scomunica con i vescovi tedeschi e con il “Cammino sinodale” Roma sta andando da tempo con molto cauta, anche a fronte di atti quasi scismatici. Ma se il denaro nella Chiesa non tutto spiega delle sue dinamiche, alcuni dati aiutano a comprendere. La Chiesa tedesca è la più ricca del mondo considerando che nel 2025 il patrimonio della Santa Sede ammontava a circa 4 miliardi di euro, mentre la Chiesa tedesca possedeva un patrimonio di oltre 250 miliardi.
***
Da una settimana tutti blog non fanno che dare spazio, con i commenti più svariati, alla notizia che da tempo era nell’aria e cioè l’abbandono del ministero sacerdotale – a pochi giorni dall’uscita del suo libro La scelta che inizia con «Cazzo, la Messa» – del giovane prete-influencer milanese don Alberto Ravagnani seguendo il quale molti giovani si erano avvicinati a Cristo e alla Chiesa. Poi forse il successo e uno smodato protagonismo gli hanno dato alla testa e i social, da lui padroneggiati, da mezzo sono diventati una trappola mortale. Il suo look è cambiato, più curato e alla moda: basta con il colletto da prete e avanti con le lusinghe del mondo, i suoi messaggi si sono fatti commerciali con un narcisismo sempre più pronunciato.
Nel suo video don Alberto ci informa che adesso sarà «più libero e più vero» lasciando intendere che prima, nella Chiesa e nel ministero, non lo fosse, come se la fedeltà renda meno liberi e veri. Colpisce il tono con cui afferma che non celebrerà più la Messa: senza dolore, senza lutto, quasi come una liberazione. Per un prete vero, non celebrare l’Eucaristia non è un sollievo è una ferita, una mutilazione interiore. Qualcuno ha profetizzato che farà la fine della suorina che pensava di cambiare il mondo dimenandosi in tv o del frate cantautore che voleva cambiare il mondo. È finita che il mondo ha cambiato loro. La fede non è un gioco, neppure all’epoca dei social e la Chiesa non è una ong, anche se fa di tutto per diventarlo.
Molti hanno posto anche il problema delle teorie teologiche che il prete-influencer diffondeva e che sono la diretta conseguenza di una impostazione deviata appresa in seminario, non solo di Milano, ma in gran parte delle diocesi. Sotto questo profilo è un bene per le anime che don Ravagnani abbia lasciato il sacerdozio. Secondo lui infatti «Gesù non è venuto a morire per noi, Gesù è venuto a vivere» per cui la croce è stato un incidente di percorso, una tragedia inattesa che ha interrotto la sua missione. Un vero peccato perché chissà quante cose belle avrebbe potuto dire e fare! Cristo ha ricevuto dal Padre (Gv 10, 17-18) il comando di offrire la sua vita sulla croce, per poi riprenderla ma per don Ravagnani questi sarebbe stato invece «bestiale e poco divino» in quanto secondo lui sono gli uomini ad insegnare a Dio come fare per essere autenticamente divini».
Non vi può essere in tal modo incomprensione di Cristo e del cristianesimo più radicale, eppure, lo sanno bene molti preti, questo è ormai il pensiero, più o meno esplicito, di tanti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici per i quali – è dottrina comunemente insegnata – il Padre non ha voluto l’immolazione del Figlio e Cristo non si sarebbe mai aspettato un epilogo così tragico della propria vita. La cattiva teologia, prima o poi, produce i suoi frutti avvelenati e la diocesi di Milano sta registrando da tempo numerosi abbandoni tra sacerdoti giovani e meno giovani. A Torino la musica che suona l’insegnamento teologico è la stessa e uno dei segreti meglio custoditi – da sembrare il quarto mistero di Fatima – riguarda il numero preciso dei seminaristi diocesani (che pare non superino la decina) e quello degli abbandoni o di chi sarebbe in procinto di farlo.
***
Su pressioni del Vicariato e pare addirittura del Vaticano, l’angelo con le sembianze di Giorgia Meloni dipinto a S. Lorenzo in Lucina è stato rimosso chiudendo la grottesca vicenda. Non così sta avvenendo invece per le opere dell’abusatore seriale don Marko Rupnik, l’artista cacciato dai gesuiti e già scomunicato, contro cui è in corso un processo canonico in Vaticano. In questi giorni Leone XIV ha ricevuto una delegazione di religiosi del santuario brasiliano di Aparecida dove lo stesso Rupnik sta ultimando un lavoro di decorazioni commissionatogli dai fedeli che alcuni anni fa gli hanno affidato la copertura con mosaici delle facciate della basilica facendo piovere nelle sue tasche diversi milioni di euro.


