Ricomporre i Popolari al Centro

L’area popolare e cattolico sociale, che in Italia esiste e che ha storicamente giocato un ruolo politico e culturale importante se non addirittura decisivo, è arrivata sostanzialmente ad un bivio. E cioè, o si disperde in mille rivoli – e quindi in una pluralità di partiti prevalentemente ostili se non addirittura alternativi rispetto a quella specifica cultura politica – e quindi destinata a giocare un ruolo del tutto irrilevante ed ininfluente nelle dinamiche politiche concrete del nostro Paese oppure, e al contrario, mette in campo il coraggio e la coerenza di un passato neanche troppo lontano e si rilancia un pensiero ed una tradizione ancora straordinariamente attuali e moderni. Riscoprendo, al contempo, quella “politica di centro” che era, e resta, un caposaldo essenziale di quella cultura.

Questo è, oggi, il bivio per i cattolici popolari e i cattolici sociali del nostro paese. È perfettamente inutile continuare a riproporre gli errori e le esperienze di un passato anche solo recente che ha evidenziato limiti strutturali ed oggettivi nella capacità di sapere condizionare o contribuire a costruire il progetto politico del rispettivo partito. L’esempio più eclatante, al riguardo, è indubbiamente quello che emerge nel partito guidato da Elly Schlein, il Pd. Un partito che, dopo essere stato per alcuni anni un soggetto politico realmente plurale e schiettamente riformista, è diventato progressivamente l’espressione più autentica e più coerente della storica filiera della sinistra italiana. E cioè, Pci/Pds/Ds/Pd. E, di conseguenza, la radicale esclusione dell’apporto della cultura popolare e cattolico sociale nell’elaborazione del progetto politico del partito. Mi limito a citare il Pd perché, per quanto riguarda gli altri partiti, è persin inutile soffermarsi vista la radicale assenza di questa cultura politica e della rispettiva classe dirigente.

Ora, e di fronte ad un contesto alquanto chiaro ed anche oggettivo, è arrivato il momento per uscire definitivamente dal letargo ed assumere una iniziativa politica chiara e, auspicabilmente, coerente. Anche perché sarebbe francamente anacronistico, nonché del tutto originale, continuare ad essere presenti in partiti che hanno un’altra ragione sociale, altre culture politiche di riferimento e, soprattutto, guidati da classi dirigenti che sono radicalmente estranee ed esterne rispetto alla storia e alla tradizione del cattolicesimo popolare e sociale. E, sotto questo versante, l’unico ambito, concreto e lungimirante, in cui si può realmente declinare questo pensiero politico sono i partiti o i luoghi riconducibili al cosiddetto “centro”. Ma non un luogo statico, immobile, banalmente equidistante ed incapace di costruire una cultura di governo. Al contrario, e secondo la migliore tradizione democratico cristiana, un partito o uno spazio che sappiano declinare una nuova e rinnovata “politica di centro” e che, al contempo, sappiano anche e soprattutto costruire un altrettanto credibile progetto riformista e di governo. Quello è, concretamente, lo spazio entro il quale si può e si deve inserire il ruolo, l’azione, l’iniziativa e il progetto dei cattolici popolari e sociali. Uno spazio oggi ricoperto, seppur con difficoltà e alcuni limiti, dal partito di Calenda e dal progetto che vuole costruire in vista delle prossime elezioni politiche e da Forza Italia.

Vedremo i prossimi passaggi politici. Un fatto è indubbio. I cattolici popolari e i cattolici sociali devono ritornare ad essere politicamente e culturalmente protagonisti. Un protagonismo né arrogante e né, tantomeno, presuntuoso o altezzoso. Ma, semmai, un protagonismo squisitamente politico, progettuale e culturale. Come, del resto, è stato per molti decenni il popolarismo di ispirazione cristiana nella storia democratica del nostro Paese.

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