MITI & SANTINI

Gobetti santo patrono dell'azionismo. Mattarella benedice, Zagrebelsky officia

Al Carignano la liturgia per il centenario dalla morte del giovane intellettuale torinese. L'antifascismo intransigente, un pensiero "in nuce" e contraddittorio: più utile alla pedagogia politica che alla comprensione storica. L'Emerito e la morale sabauda

Non poteva che toccare a lui. Nel centenario della morte di Piero Gobetti, la lectio magistralis affidata a Gustavo Zagrebelsky al Teatro Carignano alla presenza di Sergio Mattarella è un atto simbolico, quasi liturgico. Perché Gobetti, sotto la Mole, non è soltanto un intellettuale contraddittorio e un martire inappuntabile: giovane, torinese, antifascista intransigente, perseguitato dagli squadristi e morto in esilio a Parigi nel febbraio 1926. Ma proprio perché “fermato” a 24 anni, la sua grandezza resta prematura e potenziale: più mito che sistema di pensiero compiuto, più promessa che dottrina. È la premessa che consente una critica severa senza negarne il coraggio e l’antifascismo.

È diventato il santino fondativo di un certo liberalismo sabaudo reinterpretato – o, dicono i critici, addomesticato – dalla tradizione azionista. E Zagrebelsky è il suo sacerdote e custode. Il punto è che dietro la celebrazione si nasconde una contraddizione che la retorica tende a smussare. La famosa “rivoluzione liberale” gobettiana, per i liberali classici, era un ossimoro già allora: troppo intrisa di conflitto sociale, di suggestioni soreliane, di élite combattenti, di fascinazioni per il movimento operaio e perfino per l’esperienza bolscevica, che Gobetti arrivò a leggere come una forma di “liberalismo” storico. Un liberalismo inteso non come limite al potere e tutela delle libertà individuali, ma come energia rivoluzionaria capace di creare nuove classi dirigenti. Più pedagogia politica che Stato di diritto, più minoranze volitive che mediazione istituzionale.

È qui che nasce la critica – antica e modernissima – dei liberali: l’antigiolittismo radicale, l’attacco al parlamentarismo “corrotto”, la fiducia nella classe operaia come soggetto rigeneratore rischiavano di indebolire proprio quella fragile democrazia liberale che si pretendeva di salvare. Non a caso alcuni eredi liberali, da Manlio Brosio a Paolo Vita-Finzi, lo giudicarono “più rivoluzionario che liberale”, incapaci di convincersi che la Rivoluzione russa potesse avere qualcosa a che fare con la libertà occidentale. Perché il liberalismo è garanzia di libertà individuali e Stato costituzionale, mentre la “rivoluzione” gobettiana tende a essere palingenetica, moralistica, selettiva. Gobetti non è un liberale nel senso occidentale (diritti, limiti al potere, pluralismo), ma un liberale “storico-etico”, interventista, pedagogico, pronto a usare il lessico della libertà per giustificare dinamiche di rottura e disciplinamento.

Lenin e Trotsky “liberali”

È il capitolo che, per i critici, scoperchia tutto: Gobetti arriva a descrivere l’opera di Lenin e Trotsky come una forma di “esaltazione del liberalismo” (più o meno esplicitamente), mostrando un’idea di liberalismo estranea alla tradizione liberale delle libertà protette giuridicamente. Su questo Giuseppe Bedeschi insiste da anni: la “cartina di tornasole” è l’atteggiamento verso il bolscevismo e verso il terrore politico, che socialdemocratici come Kautsky denunciarono come totalitario; Gobetti invece appare indulgente o addirittura ammirato dalla forza d’urto e dalla capacità “educativa” della violenza.

Liberalismo che flirta col giacobinismo

Dentro Gobetti confluiscono suggestioni “dure”: sindacalismo rivoluzionario (Sorel), teoria della circolazione delle élite (Mosca, Pareto), fascinazione gramsciana per i consigli di fabbrica (Ordine Nuovo), idea di minoranze capaci di trascinare un popolo “inermi”. Da qui la critica: troppo conflitto, troppa lotta, troppa fiducia nella violenza come levatrice, troppo poco liberalismo come argine e regola. Marcello Veneziani, in una recente lettura polemica, SI spinge oltre: Gobetti “interventista” e “pedagogico” somiglierebbe più a una cultura dello Stato etico (più vicina a certo Gentile che a Croce) che al liberalismo dei limiti e dei diritti; e la vulgata antifascista avrebbe poi “ripulito” questa ambivalenza.

Una “fortuna” per gli epigoni

Eppure, proprio questa ambiguità spiega la fortuna postuma. Gobetti è stato rivendicato da azionisti, comunisti e liberal: un caso quasi unico, reso possibile da un pensiero rimasto in nuce, interrotto a 24 anni. La morte precoce ha congelato il mito prima delle eventuali smentite della maturità. Così il giovane torinese è diventato una figura perfetta per l’autorappresentazione morale di un certo milieu: l’intellettuale puro, intransigente, martire del fascismo e profeta civile.

Dopo la fine del comunismo sovietico, parte dell’intellighenzia post-marxista avrebbe “ripescato” Gobetti per darsi una patente liberale senza fare i conti fino in fondo col proprio passato ideologico. È una critica militante, spesso iperbolica nei toni, ma utile per collocare l’eredità del giovane torinese: mette in evidenza come Gobetti sia diventato moneta simbolica contesa proprio perché il suo lessico è elastico e ambiguo.

Il gran sacerdote

In questo quadro, la presenza di Zagrebelsky appare inevitabile. L’Emerito è, per riprendere un’efficace definizione di Giuliano Ferrara, il “bardo dell’azionismo torinese”, l’erede più mediaticamente esposto di quel milieu che ha fatto di Gobetti, di Norberto Bobbio, di Vittorio Foa, di Alessandro Galante Garrone, di Franco Antonicelli e di Ferruccio Parri una sorta di pantheon civile. Si percepisce come custode dell’ortodossia repubblicana: minoranza etica, pedagogia civile, moralismo democratico più che liberalismo. Ogni intervento una lezione, ogni commemorazione una messa cantata, ogni ricorrenza un richiamo alla vigilanza costituzionale. Un azionismo appassionato, accigliato, talvolta umbratile, che ha trovato nella Torino giansenista il proprio habitat naturale.

Bobbio, venerato già in vita come un papa laico, custode di un’ortodossia austera di marca sabauda, ha lasciato sotto la Mole una co(o)rte di eredi, legittimi e morganatici. La sera si andava in via Sacchi, dove il filosofo abitava, non solo per ascoltare ma per partecipare a un rito collettivo: un cenacolo di incorruttibili in un’Italia percepita come irrimediabilmente levantina, spaghetti & mandolino, sempre sull’orlo del populismo. Di quella corte Zagrebelsky è il volto più noto, anche perché – a differenza del Maestro, schivo verso la sovraesposizione – ha scelto il palcoscenico pubblico permanente: metà vita trascorsa a bacchettare, ammonire, segnalare i pericoli per “la Costituzione più bella del mondo”, di cui si è sentito, da presidente della Consulta, una sorta di defensor fidei.

Celebrare oltre la retorica

Il problema non è celebrare Gobetti – coscienza alta, integerrima e precoce dell’antifascismo – ma trasformarlo in un monumento senza crepe, peraltro in spregio alla sua repulsione della retorica. Perché dietro il mito resta un autore complesso, contraddittorio, spesso illiberale nelle categorie con cui definiva la libertà stessa, dove l’idea di libertà convive con fascinazioni autoritarie (élite, violenza, mito del soviet). Dopo un secolo, forse l’omaggio più serio non sarebbe la canonizzazione, ma il riconoscimento di quell’ambivalenza: Gobetti non appartiene davvero a nessuna chiesa politica, nemmeno a quella che oggi lo celebra con più devozione.

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