Torino privata (non solo di Comala)
Juri Bossuto 06:30 Giovedì 26 Febbraio 2026
L’assessore all’Urbanistica del Comune di Torino, invitato a illustrate il nuovo Piano Regolatore all’assemblea dell’Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili), non ha mostrato esitazione alcuna nel sottolineare all’uditorio, che non ha tessere partitiche in tasca, e neppure nell’enfatizzare le “semplificazioni” che ricadranno positivamente sui bilanci delle imprese edili, in seguito all’approvazione dello strumento urbanistico che disegna la Torino del futuro.
In sala si misurava comunque un forte malumore, poiché gran parte del pubblico guardava con speranza verso un peso minore in oneri di urbanizzazione e, quindi, alla possibilità di avviare nuovi cantieri senza dover pagare tributi eccessivi. Le osservazioni non hanno comunque turbato il rappresentante della Giunta, il quale ha seraficamente ribadito l’estrema disponibilità nell’accogliere critiche (disponibilità venuta leggermente meno durante la presentazione del Piano nelle Commissioni di Lavoro circoscrizionali). Il percorso di redazione del Piano, del resto, ha incluso pure ampi momenti di confronto con i cittadini, grazie ai preziosi insegnamenti della Fondazione Bloomberg: peccato che i temi sottoposti al “popolo” fossero incentrati soprattutto sulla sicurezza, e non sulle questioni realmente attinenti all’urbanistica.
Negli ultimi anni, le “Varianti” al Piano Regolatore (attualmente in vigore) hanno permesso la costruzione di grattacieli, nonché l’avvio di grandi opere di trasformazione urbana. Lo scomputo degli oneri di urbanizzazione ha invece consentito ai costruttori di alleggerire le proprie spese, in cambio della realizzazione di opere pubbliche a volte utili, ma sovente gravose e considerate dalla comunità alla stregua di superflui fardelli (esempio classico, i giardini pubblici di corso Sebastopoli inclusi in un cortile condominiale).
In passato, alcuni cantieri hanno trasformato aree verdi comunali in sottili solette di terra messe a copertura di una distesa di cemento, destinata alle autovetture private: sacrificio del bene comune a vantaggio degli speculatori del mattone. Attacco al verde ancora più visibile in piazza D’Armi, dove il terzo di area prospicente al Pala Alpitour ha subito una notevole riduzione del manto erboso a vantaggio di opere edili. Un destino ancor peggiore toccherà presto al Parco della Pellerina: sito candidato a ricevere un grande ospedale, e opere connesse (come ad esempio ampi parcheggi).
Il nuovo Piano Regolatore, giunto alle Circoscrizioni sotto forma di parere non vincolante, si presenta come la semplice formalizzazione di una strada già intrapresa da molto tempo, ossia la fredda conferma di un ente pubblico che si affida esclusivamente ai privati per creare la metropoli dei prossimi decenni. L’immensa area di Fiat Mirafiori, dismessa in gran parte, sarà probabilmente il luogo di sperimentazione dove, più che altrove, si potrà manifestare il trionfo della “Città privata” (davanti alla quale arretrerà definitivamente quella “pubblica”).
Qualcuno, timidamente, sintetizza l’esperienza torinese postindustriale con il termine “svendita della città”. Alcuni recenti esempi di esternalizzazione a titolo gratuito di impianti sportivi (soprattutto campi da calcio e piscine), di beni immobili e servizi dimostra la fondatezza dei timori di chi annuncia la fine della “Torino di tutti”. Ultimo caso, in ordine di tempo, che conferma la sofferta navigazione dei beni comuni verso lidi privati è il Comala.
Un gruppo di giovani ha sottratto, una quindicina di anni or sono, l’edificio sito in corso Ferrucci dalle morse distruttrici dell’abbandono. L’opera di recupero del bene immobile è iniziata con l’occupazione ed è proseguita nel 2015 con il rilascio, da parte del Comune di Torino, di regolare concessione. Il Comala è diventato così uno spazio pubblico polifunzionale utilizzabile da chiunque (soprattutto un’area “auto costruita”), grazie alle sale prove musicali e agli studi di registrazione che ospita (oltre ai laboratori, un ampio salone e il cortile esterno).
Quella che un tempo si presentava come una caserma prossima a rientrare nel novero del patrimonio in grave degrado è rinata, passo dopo passo, come importante luogo di aggregazione: un punto di riferimento per tantissimi torinesi (e non solo), per svariate associazioni e numerosi gruppi informali (principalmente giovanili). Spettacoli, serate culturali, corsi di musica (di teatro e di danza), produzioni audio, video e multimediali, apertura di aule studio, incontri dedicati alla cittadinanza attiva e protagonismo giovanile sono solamente alcune delle attività organizzate dal gruppo impegnato, da oltre 15 anni, nella gestione dello spazio Comala.
Inizialmente sembrava che la loro gestone dovesse proseguire, anche grazie all’intervento della Circoscrizione 3, ma l’ex caserma La Marmora è stata concessa a terzi tramite bando a evidenza pubblica, vinto da una realtà imprenditoriale milanese che insegna a fare impresa, ma che (a quanto pare) la esercita nel modo più semplice in assoluto: acchiappando al volo attività ed energie altrui.
La città privata è affare, business, e inevitabilmente prepotenza: ecco pronta la Torino del futuro.



