Arrivano i "Visitors" in parrocchia. Torino segue la Chiesa tedesca
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 01 Marzo 2026Alla vigilia di Pentecoste parte il progetto della diocesi: 80 ministri laici per sopperire alla carenza di sacerdoti e svolgere servizi pastorali. Consensi e forti perplessità nel clero e tra i fedeli. La diocesi subalpina si candida a essere l'avanguardia riformista
I famosi “ministri istituiti” formati con zelo da don Paolo Tomatis nei suoi “Percorsi” arriveranno presto in frotta nelle parrocchie della diocesi di Torino e l’annuncio è stato dato con l’enfasi che merita: «Ottanta laici salveranno la Chiesa torinese per sopperire alla crisi della fede e al crollo del numero dei sacerdoti». I primi ottanta ministeri laicali verranno istituiti alla veglia di Pentecoste e nel 2027 ne arriveranno altri quaranta. Il vicario episcopale per la pastorale, don Mario Aversano, detto il missus ridens, ha dichiarato che non saranno «parroci laici» ma «figure che portano avanti l’azione pastorale nelle comunità accanto ai sacerdoti e diaconi. Non è una delega, perché l'azione pastorale è di tutta la comunità».
Secondo alcuni, l’ingresso di queste pattuglie di laici nelle parrocchie – in Curia ne operano già alcuni come direttori di Area (a quanto pare, molti politicamente vicini al Pd) – avrà l’effetto contrario a quello ad ogni piè sospinto proclamato e cioè di evitare la clericalizzazione della Chiesa. E questo per il semplice fatto che il percorso intrapreso sarà la loro clericalizzazione. Perché, infine, chi è il laico? Qual è il posto che nella Chiesa gli è affidato dal Concilio Vaticano II in Apostolicam Actuositatem?
Dovrebbe essere quello, opportunamente formato, di cui si ha disperato bisogno, forse quasi quanto le vocazioni sacerdotali: animare le realtà temporali, santificarsi in esse, in famiglia, sul lavoro, nella politica, nel mondo insomma. Cosa molto, molto più difficile e complessa che rivestire un camicione e svolazzare intorno all’altare, oppure andare a insegnare al chierico in sacris come si fa il parroco. Qualcuno, in vena di ironia, li ha già chiamati i visitors, mandati a “raddrizzare le vie del Signore” a fronte di un clero ancora attardato in un modello sorpassato di presenza sul territorio.
Gli “errori del sistema”
A questo proposito dopo l’articolo di domenica scorsa sulla geografia ecclesiale in politica, alcuni ci hanno domandato se la maggioranza dei preti torinesi sia schierata completamente sulle posizioni dei pellegriniani in via di estinzione o dei boariniani egemoni. La risposta è no. La maggioranza del clero torinese – nonostante i Gramaglia e gli Ardusso – si è formata ai tempi di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – ed è ancora, se così si può dire, di tipo “classico” (teologicamente e nelle opzioni politiche) e non ricusa di essere e di sentirsi Alter Christus con tutto ciò che comporta. Per questo le parole di Leone XIV rivolte al clero di Madrid dove ha usato questa espressione, sono state accolte con vivo consenso. In mezzo a loro ci sono gli ordinati di più un decennio fa quelli che, con caritatevole perfidia, il vicario generale dell’epoca qualificò – marchiandoli – come «errori del sistema da non più ripetere». Il loro limite è però quello di fare i pastori e solo i pastori credendo, autoreferenzialmente, di salvarsi da soli, isolati fra di loro e non comunicanti, soprattutto a fronte della compagine boariniana che da decenni ormai si organizza e trama arrivando infine a conquistare la diocesi.
Manca poi oggi nel clero torinese una vera dialettica come quella – vivace – presente, solo per fare un esempio, negli Anni Settanta fra il gruppo dei “Preti torinesi” (progressisti) e il Collegio dei parroci (più conservatori). Questa mancanza rende tutto più opaco e povero, complicato dalla superbia intellettuale e dalla presunta superiorità e pseudo infallibilità vantata dalla consorteria boariniana con le sue gerarchie e i suoi schemi mentali che nessuno osa sfidare perché chi ha tentato di farlo è stato emarginato o ostracizzato, e gli esempi sarebbero molti.
Da parrocchia a centro servizi
L’annuncio solenne di questi laici chiamati a supplire i preti ha avuto eco sui media ma ha infastidito non poco una buona parte del clero: l’unico però che ha avuto il coraggio di esprimersi è stato il parroco di Cumiana, don Carlo Pizzocaro – uno dei famigerati «errori del sistema» – che, sorvolando sugli aspetti più propriamente teologici, ha posto due importanti domande : 1) «Questa nuova parrocchia passa dall’essere casa sempre aperta perché abitata da un “padre” a un consorzio di servizi (ma non i Sacramenti) generosamente offerti, perché non rimanga un edificio vuoto? 2) Le équipe laicali guidano le comunità, ma della loro guida risponde un presbitero ridotto al ruolo di amministratore legale?».
Altri parroci, più attenti alla teologia, chiedono, invece, dove vuole arrivare la progettazione pastorale dell’attuale dirigenza diocesana. Quale tipo di Chiesa abbiano in mente: se quella cattolica o quella protestante, o riformata. Dove non c’è differenza tra battezzati e ministri ordinati e dove, soprattutto, il criterio della funzione prevale su quello del compito.
Succursale della Chiesa tedesca
Non possono che sorgere, a questo punto, due domande fondamentali. La prima: si crede davvero che una turba di laici clericalizzati potrà testimoniare il Vangelo e portare la salvezza più di qualche prete? Il secondo interrogativo è più grave del primo: la Chiesa di Torino si candida ad essere una “sede italiana” della Chiesa tedesca? Il cammino sinodale tedesco, che prevede una eguale rappresentanza tra laici e sacerdoti, anche nelle decisioni, vuol essere realizzato anche a Torino, con tutti i problemi che questo implica? La Santa Sede si è già espressa in maniera molto chiara sulla inaccettabilità dell’impostazione tedesca, e sarebbe quantomeno fuori luogo che Torino si candidasse, come in passato ha fatto, a essere avanguardia di riforme, rivelatesi devastanti e desertificanti. A meno che il «mandato ricevuto» sia proprio quello di desertificare, ma sarebbe una prospettiva non ecclesiale.
Le Rosine e i frutti di bosco
Si è celebrata ieri, sabato 28 febbraio, una Messa nel duecentocinquantesimo anniversario del dies natalis di Madre Rosa Govone, fondatrice del glorioso Istituto delle Rosine. La funzione è stata fortemente voluta e presieduta dal vescovo ausiliare, monsignor Alessandro Giraudo, che delle Rosine è, per dettato statutario, il presidente del Consiglio di amministrazione. Incarico nel quale è succeduto all’immarcescibile monsignor Guido Fiandino, presidente delle Rosine per oltre vent’anni e che si è assiduamente premurato che nessuna nuova vocazione venisse mai accolta in modo da portare all’estinzione la benemerita istituzione, secondo la vocazione eutanasica e da curatela fallimentare della Curia torinese.
Oggi questo compito è affidato al nuovo vescovo ausiliare il quale, da nostre informazioni, ha recentemente avuto un “incontro ravvicinato” con la marmellata ai frutti di bosco, incontro che gli ha causato una reazione psico-allergica, poco consona a un successore degli Apostoli che, per di più dovrebbe essere un esperto di diritto. Speriamo che i frutti di bosco li abbia graditi. Della reazione comunque riferiremo prossimamente.
Il dialogo di Olivero
Il vescovo di Pinerolo, monsignor Derio Olivero, ha tracvciato un quadro affatto confortante della sua diocesi dove in venticinque anni vi sono state tre ordinazioni e dove (questo non lo ha detto) se non fossero presenti i catecumenali con il loro seminario si sarebbero già chiusi i battenti. Per Sua Eccellenza «il cattolicesimo è diventata una visione del mondo come tante altre, che deve stare in una società plurale in cui prima di tutto serve aprirsi al dialogo». Quindi l’annuncio di Gesù Cristo, Unico e necessario Salvatore di tutti gli uomini, non è la priorità, prima si dialoga e magari ci poi ci si converte, sempre però nel pantheon delle religioni.



