"Cairo vendi", ultimatum dei tifosi. Traccheggia mentre il Toro affonda
10:50 Domenica 01 Marzo 2026Striscioni nella notte dalla Gran Madre al centro fino all'Olimpico: la contestazione contro il presidente granata sale di tono mentre la squadra è in crisi, cambia allenatore e resta aperto il nodo stadio. Voci di investitori stranieri mai concretizzate
Torino si è risvegliata con nuovi striscioni contro il presidente granata Urbano Cairo, comparsi nella notte in diversi punti della città. Non un episodio isolato, ma l’ennesimo capitolo di una contestazione che nelle ultime settimane ha alzato il livello dello scontro, accompagnando la crisi sportiva della squadra e riaprendo tutte le questioni irrisolte del rapporto tra la tifoseria e la proprietà.
Uno è stato affisso all’ingresso della chiesa della Gran Madre, con la scritta “Cairo vendi!” accompagnata dalla sigla “Th”, acronimo di Torino Hooligans, gruppo ultras della Curva Primavera da tempo in rotta con la dirigenza. Un altro con la stessa firma è comparso in via Viotti, mentre in via Sant’Ottavio ne è stato esposto uno con la scritta “Anti-Cairo”. Sempre firmato Torino Hooligans, un ulteriore striscione è stato appeso sulla passerella pedonale di via Pietro Cossa. Altri messaggi, stavolta riconducibili ad altri gruppi ultras, sono stati posizionati nei pressi dello stadio Olimpico Grande Torino e sequestrati dalla Digos.
Non è un episodio isolato: già nelle settimane precedenti la città era stata teatro di iniziative simili, segno di una protesta che sta progressivamente alzando il tono.
La protesta che monta
Il malcontento nei confronti del patron dura da anni, ma nelle ultime settimane ha assunto toni più radicali. Dopo risultati sportivi deludenti e una classifica tornata a preoccupare, la contestazione si è allargata: volantini, striscioni, scioperi del tifo e iniziative simboliche contro la proprietà.
Il punto centrale resta sempre lo stesso: una parte consistente della tifoseria accusa Cairo di aver trasformato il Torino in una società senza ambizioni, condannata a campionati di metà classifica o di sofferenza salvezza, lontana dalle aspirazioni storiche del club.
In questo clima è arrivato anche l’ennesimo scossone tecnico. L’esonero di Marco Baroni, maturato dopo la pesante sconfitta contro il Genoa, ha portato alla scelta di Roberto D'Aversa come nuovo allenatore fino al termine della stagione. Una soluzione ponte, più che un progetto strutturale, che non ha contribuito a rasserenare l’ambiente. Lo stesso Cairo ha ammesso pubblicamente che la responsabilità della stagione non è solo dell’allenatore, parlando di rendimento troppo altalenante.
Toro in vendita, “ma offerte zero”
Il presidente ha ribadito ancora una volta la linea che ripete da anni: il Torino può essere ceduto, ma solo davanti a proposte concrete che finora non sono arrivate. Una posizione che irrita la tifoseria, convinta che il club non sia realmente sul mercato oppure che le richieste economiche siano troppo elevate per attirare investitori. È il paradosso granata: un presidente che dice di essere disposto a vendere e una piazza che non crede più a quella disponibilità.
Negli ultimi mesi si erano riaccese le voci su possibili acquirenti internazionali. La pista più strutturata era quella legata al gruppo Red Bull, poi raffreddatasi progressivamente anche per il nodo dello stadio di proprietà, elemento considerato strategico da potenziali investitori industriali. Dopo il tramonto di quell’ipotesi, negli ambienti granata è circolata anche la voce di un presunto imprenditore marocchino interessato al club. Tuttavia non sono mai emersi nomi, advisor o riscontri finanziari: una suggestione rimasta allo stadio di indiscrezione. Più realistiche, ma comunque non concretizzate, le ipotesi di interesse proveniente dal mondo arabo o saudita.
Il nodo stadio
Sul tema stadio, negli ultimi giorni si è registrata una novità rilevante: il confronto tra il club e Palazzo Civico è tornato esplicitamente sul tavolo. Durante la presentazione del nuovo allenatore, Cairo ha spiegato che sono in corso valutazioni complessive sull’impianto, anche in vista di un’eventuale offerta al Comune per l’acquisto o una formula alternativa di gestione. Dal lato istituzionale è arrivata la risposta del sindaco Stefano Lo Russo, che ha definito la questione “una priorità da affrontare con la massima rapidità”, annunciando la volontà di arrivare entro l’estate all’avvio di un percorso chiaro e dichiarando di essere in attesa di un incontro con il Torino per le valutazioni definitive.
Cairo, da parte sua, ha ammesso che non ci sono ancora annunci concreti ma che il club sta lavorando per arrivare a una proposta, valutando anche gli interventi necessari sull’impianto e le possibili formule per un eventuale acquisto.
Il quadro, quindi, è cambiato rispetto ai mesi precedenti: non più immobilismo totale, ma una trattativa potenziale ancora senza numeri e senza atti formali. E con una scadenza implicita, perché il Torino dovrà indicare a breve l’impianto per le stagioni future. Per i tifosi, tuttavia, il punto resta identico: dopo vent’anni di presidenza, lo stadio continua a essere percepito come la promessa mai mantenuta di una crescita strutturale del club, ed è anche per questo che la contestazione contro Cairo non si spegne.
Un rapporto logorato
Cairo guida il Torino dal 2005. In due decenni ha garantito stabilità finanziaria (pur con artifizi contabili che abbiamo più volte raccontato) e la permanenza in Serie A, ma non è mai riuscito a costruire un ciclo sportivo duraturo ad alto livello. Il rapporto con la tifoseria si è progressivamente deteriorato, fino alla frattura attuale.
Gli striscioni della notte sono solo l’ultimo capitolo di una storia che appare sempre più logora: una proprietà che resiste, una piazza che chiede il cambiamento e una squadra stretta nel mezzo.



