Alla sanità ci pensa Landini, con una bella raccolta firme
16:04 Lunedì 02 Marzo 2026Non ha siglato il contratto ma a medici e lavoratori della Città della Salute di Torino il leader della Cgil rifila il solito comizio da tribuno. Appelli, referendum, campagne politiche. Mobilita, denuncia, rilancia. Però quando c'è da chiudere accordi diserta
Non firma. Non firma mai – o quasi – quando si tratta di contratti. L’ultimo caso è quello della dirigenza medica, siglato nei giorni scorsi senza la Cgil. Però la penna è sempre pronta quando si tratta di appelli politici, referendum, mobilitazioni, prese di posizione sulla politica interna ed estera.
Il copione si è ripetuto a Torino, all’assemblea dei lavoratori della Città della Salute, dove il segretario generale Maurizio Landini ha ribadito il no all’intesa salariale: «Il governo ha dato aumenti salariali che sono un terzo dell’inflazione reale e noi non abbiamo firmato quegli accordi proprio perché stanno programmando una riduzione del potere d’acquisto dei salari. Significa incentivare un processo di privatizzazione, invitare quasi le persone ad andarsene, e tutto questo noi lo vogliamo bloccare».
Quindi, niente firma perché l’aumento non basta. Meglio rifiutare. Ma intanto l’accordo esiste, e verrà applicato. È la linea Landini da tempo: alzare l’asticella, rifiutare l’intesa, politicizzare lo scontro.
Sanità come piattaforma politica
Alle Molinette il leader Cgil ha costruito una vera piattaforma politico-programmatica. Non solo rivendicazioni sindacali, ma una campagna nazionale: «È importante essere qui perché il diritto alla salute è un diritto garantito dalla nostra Costituzione e deve essere gratuito e universale, ma oggi non è così. Quindi siamo qui per rivendicare che ci sia un cambiamento di scelte politiche, che vuol dire investire davvero sulla sanità pubblica».
E poi l’annuncio: «Dopo il referendum, ad aprile, lanceremo una raccolta di firme nazionale su una legge di iniziativa popolare proprio per il servizio sanitario nazionale pubblico». Il messaggio è chiaro: la sanità diventa terreno di mobilitazione politica generale, non solo vertenza contrattuale.
Landini insiste anche sulle condizioni dei lavoratori: «C’è un problema che riguarda la loro retribuzione, gli organici insufficienti, le modalità con cui sono costretti a lavorare. Servono più assunzioni. Come Cgil vogliamo non solo ascoltarli, ma vogliamo che questo tema diventi un tema generale». E ancora: «Sta aumentando il numero di persone che non hanno più i soldi per curarsi e questo vuol dire che la nostra Costituzione è messa in discussione perché quello è uno dei diritti fondamentali che deve essere garantito a tutti».
Una narrazione che punta direttamente alle scelte del governo: «Se non fermata, porta a un’ulteriore messa in discussione dell’esistenza stessa della sanità pubblica».
Il sindacato che fa opposizione
Il salto politico emerge ancora più chiaramente sul referendum costituzionale. Landini è categorico: «Oggi di fronte ad un governo che ci chiede di votare per cambiare la Costituzione, perché di fatto di questo stiamo parlando, io credo sia importante dire di no». E rivendica una coerenza storica: «Abbiamo detto di no quando nel 2006 la voleva cambiare Berlusconi, abbiamo detto di no quando nel 2016 la voleva cambiare Renzi e continuiamo a dire di no oggi che la vuole cambiare la Meloni, perché noi continuiamo a pensare che la Costituzione nel nostro paese va applicata». Opposizione conservativa, insomma.
L’attacco è frontale: «Tutti quelli che vogliono metterla in discussione… hanno in mente una riduzione degli spazi di democrazia». E il referendum diventa l’ennesimo terreno di mobilitazione: «Per questo penso sia importante andare a votare e votare no per fermare una riforma che non è una riforma, ma un attacco ai diritti fondamentali». Con una stoccata finale: «I problemi veri della giustizia non vengono affrontati… il problema è far funzionare i tribunali, ridurre i tempi dei processi e di questo non si parla». Più che un segretario sindacale, un leader politico d’opposizione.
Dalla Mole a Teheran
Qui il cortocircuito diventa evidente. Perché mentre Landini parla di «situazione complessa e pericolosa» e denuncia «uno sdoganamento della guerra… fuori da qualsiasi regola del diritto internazionale», nelle stesse ore nelle piazze occidentali – da Berlino a Los Angeles, ma anche a Roma e nella stessa Torino – molti iraniani della diaspora festeggiano la fine del regime degli ayatollah o comunque gli attacchi che ne hanno colpito i vertici, sventolando bandiere pre-rivoluzionarie e gridando slogan contro la Repubblica islamica. Un elemento politico enorme, che cambia la percezione del conflitto: non solo guerra geopolitica, ma anche resa dei conti interna a un Paese oppresso da decenni.
Landini però resta sulla linea tradizionale del sindacalismo da terza internazionale: «La Cgil in questi anni non ha mai avuto problemi, è scesa in piazza, ha sostenuto le donne iraniane… denunciando che quello è un regime pericoloso e non democratico. Ma tutto questo non giustifica il fatto che si possa tranquillamente fare guerre». E ribadisce: «C’è bisogno di un cessate il fuoco e di far ritornare a funzionare la diplomazia. Non ci può essere la logica del più forte».
Nella nota ufficiale la Confederazione di corso Italia insiste: «Esprimiamo vicinanza e solidarietà al popolo iraniano… siamo da sempre a fianco delle iraniane e degli iraniani che lottano per la democrazia». Con la condanna: «Respingiamo l’attacco unilaterale degli Usa e di Israele… rischia di innescare una escalation». E l’appello: «Invochiamo il cessate il fuoco, il rispetto del diritto internazionale, il ritorno alla diplomazia e al negoziato».
Una posizione coerente con la tradizione “pacifista” della sinistra di stampo comunista, ma che evita accuratamente di confrontarsi con l’immagine – politicamente potente – degli iraniani che in Occidente brindano alla (invocata) fine dei loro oppressori.
La mutazione genetica
Il punto politico è tutto qui: la Cgil di Landini non è più solo un sindacato. È un soggetto politico a pieno titolo. Campagne legislative, referendum, politica costituzionale, politica internazionale. Il paradosso – che dentro il mondo del lavoro è oramai evidente – è semplice: la firma sui contratti manca sempre più spesso, mentre quella sugli appelli politici arriva puntuale. La penna, insomma, non è smarrita. È solo selettiva.



