Welfare sotto le bombe

Sabato scorso ha preso il via l’ennesima azione armata avente lo scopo “ufficiale” di “Esportare la Democrazia” in una nazione del Medio Oriente. Israele e Stati Uniti, due vividi esempi di rispetto dei diritti umani e civili, hanno bombardato ampie aree dell’Iran provocando l’usuale distruzione in diverse città e la morte di numerosi cittadini: incluse le 165 studentesse uccise dal missile che ha colpito la loro scuola a Minab. L’evento, come prevedibile, non ha destato indignazione in chi è quotidianamente impegnato a sottolineare la differenza tra aggrediti e aggressori in altri scenari di guerra.

La regola consuetudinaria, adottata principalmente a danno dei leader di Paesi non propriamente filo Occidentali (quali Libia, Iraq e in ultimo Venezuela), ci ha abituato a guerre non dichiarate, al contrario di quanto prevede il diritto bellico, il cui avviso di inizio delle ostilità viene affidato a missili da crociera lanciati contro l’establishment avversario. Lo Stato aggredito perde la dignità di Paese membro dell’Onu, ed è trattato al pari di una semplice entità terroristica contro cui è legittimo (secondo la dottrina di Israele e Usa) effettuare bombardamenti allo scopo di abbattere, o meglio assassinare, i suoi vertici politici e militari: metodo adottato anche da Zelensky nei confronti degli alti ufficiali russi (uccisi solitamente tramite attentati terroristici).

In sintesi, le nazioni democratiche adottano sistemi tipici del terrorismo (uccisione mirata del leader) anche a costo di sacrificare altre esistenze oltre alla sua (nel caso attuale, la figlia e il nipote della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei), con lo scopo di distruggere le leve di comando delle nazioni rubricate alla voce “terroristi”. Lo status di Paese dinamitardo viene decretato da governi che ritengono legittimi i bombardamenti ad personam: il bue che dà del cornuto all’asino. Tutti gli ultimi conflitti perdono la definizione giuridica di “guerra”, presentandosi invece al mondo nella veste della dura punizione inflitta ai “cattivi di turno”: castigo cruento normato dalla legge del più forte, anziché dalle varie Convenzioni di Ginevra a tutela di civili e militari.

Lo schema aggressore malvagio e aggredito vittima, regge solamente nella guerra tra Russia e Ucraina, mentre lo stesso paradigma non viene adottato, da media e opinionisti, quando l’invasione è ordinata da Tel Aviv ai danni di Gaza, e neppure se pianificata da israeliani e statunitensi contro gli iraniani: il cui regime è generoso nel dispensare terribili impiccagioni, ma che purtroppo non si discosta troppo, nell’esercitare la crudeltà di Stato, dalle pratiche in voga nella gran parte dei Paesi confinanti (però alleati degli Usa).

L’usuale divisione del mondo in “buoni contro cattivi” vacilla, a favore del silenzio mediatico, quando sono i nuovi alleati siriani di Washington, ex Isis e acerrimi nemici dell’Occidente, a invadere il Kurdistan, un tempo invece alleato atlantico. Sempre legittime le sanzioni a Mosca e costantemente necessari gli aiuti a Kiev, per gli opinionisti, ma decisamente inopportuno l’appunto, rivolto a Netanyahu e Trump, che la diplomazia è meglio della guerra; non gradite neppure le perplessità espresse alla Casa Bianca dalle sparute nazioni aderenti al Patto Atlantico che ritengono ingiusto affamare Cuba, per piegarne la pluridecennale resistenza. Respinte al mittente, con forza, pure le critiche del leader spagnolo Pedro Sánchez contro la decisione di portare guerra all’Iran.

Il conflitto contro Theran ricorda tremendamente quello scatenato dal Presidente George H. W. Bush contro Saddam Hussein: deciso nel nome della Democrazia e soprattutto con l’obiettivo (dichiarato al popolo) di eliminare armi di distruzione di massa, poi risultate inesistenti. La guerra contro il regime degli Ayatollah ha già provocato 850 vittime civili, dato in costante crescita, oltre alla chiusura dello Stretto di Hormuz e il conseguente rialzo speculativo del prezzo del petrolio, nonché, guarda caso, del gas (il cui stoccaggio delle riserve, in vista del prossimo inverno, è iniziato proprio in questi giorni).

L’ingiustizia, quale elemento cardine delle nostre Democrazia, colpisce ancora una volta i cittadini, la cui gola è stretta nella morsa del caro bollette, del caro vita e soprattutto delle speculazioni realizzate da chi si arricchisce ogni giorno, e a ogni guerra, di più. Il collasso del welfare europeo, sacrificato nel nome del riarmo miliardario, produce a sua volta ingiustizie su ingiustizie. I tagli apportati al bilancio comportano misure di sostegno sociale erogate su richiesta dell’interessato, e non assegnate di diritto, mentre altre misure vanno addirittura a spegnersi con l’esaurimento dei fondi a disposizione.

Una sorta di darwinismo sociale regola l’assistenza, sul modello “chi arriva prima meglio alloggia”, grazie anche all’aiuto fornito dalla cosiddetta “democrazia digitale”, di cui la politica spesso ignora i costi. I personal computer, dotati dei programmi utili al funzionamento (inclusi gli antivirus), non sono regalati alla popolazione. Gli stessi sistemi di firma elettronica, il wi fi, la posta certificata, lo Spid hanno un prezzo: centinaia di euro spesi ogni anno dalle famiglie per poter accedere agli sparuti aiuti economici, ma anche ai concorsi pubblici e alla tutela dei propri diritti assoluti.

L’Europa, un tempo modello raro di welfare e sostegno sociale, ora funziona facendo leva sul caso, sulla fortuna degli utenti e sulla loro capacità informatica. Il modello vincente è rappresentato egregiamente dal palinsesto televisivo: sia nelle gare reality (dove vince il più aggressivo, chi resiste maggiormente a pressioni e maltrattamenti da caserma), che nei quiz.

L’esempio di come funziona ci è fornito dal programma Rai di prima serata, dove il concorrente Francesco (nome di fantasia) risponde a mille domande senza riuscire a vincere un euro, fatica e preparazione non gli sono sufficienti, mentre qualche minuto dopo in un altro format, mancato in onda dalla stessa rete pubblica, un giocatore ripetendo “Grazie dottore”, e sperando nei numeri, incassa una barcata di euro affidandosi alla sola fortuna. Il nostro caro Vecchio Continente segue gli stessi congegni televisivi nella cura dei suoi cittadini, prestando al contrario una puntuale attenzione all’industria delle armi e a quella energetica.

Gli affari, il business, regola tutto. I mercati decidono dove cadrà la prossima bomba democratica, e la politica si adegua: oggi si favorisce il settore bellico e delle pompe funebri, domani (se ci sarà ancora) si risolverà tutto erogando qualche nuovo striminzito “bonus sociale”, accompagnato da un’abbondante dose di retorica.

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