Distruttori di ricchezza

Di seguito una rassegna, necessariamente incompleta, della tassazione su risparmi e investimenti nel sistema finanziario: prelievi forzosi, imposta di bollo annuale del 2 per mille, ritenuta d’imposta sulla vendita dei titoli azionari, ritenuta d’imposta sui dividendi annuali, tassazione sugli extraprofitti e Tobin tax.

Sono numerose le ritenute e le imposte patrimoniali a cui si è sottoposti, spesso senza averne piena consapevolezza. Nel 1992 il governo Amato effettuò un prelievo forzoso del 6 per mille sui depositi bancari per fronteggiare la crisi valutaria e l’elevato debito pubblico. Nel 2011, con il decreto “Salva Italia”, il governo Monti introdusse l’imposta di bollo annuale del 2 per mille sui depositi bancari e sui portafogli superiori ai 5.000 euro, di fatto una forma di patrimoniale. Nel 2014 le ritenute d’imposta sulle plusvalenze finanziarie e sui dividendi furono portate dal governo Renzi dal 20 al 26 per cento. Nel biennio 2022-2023 il governo Meloni ha imposto un contributo di solidarietà temporaneo per le aziende del settore energetico beneficiarie dell’aumento dei prezzi dell’energia. Analogamente, nel 2022 furono applicati prelievi sugli extraprofitti bancari derivanti dal rialzo dei tassi di interesse. Nel 2026 il governo Meloni aumenta la Tobin tax dall’1 al 2 per mille per le transazioni sui mercati regolamentati e al 4 per mille per i mercati non regolamentati. Applicata alle aziende con più di 500 milioni di capitalizzazione, essa le penalizza rispetto alle concorrenti estere, creando un ulteriore svantaggio per il mercato azionario italiano, che già opera in condizioni meno favorevoli, con tassi fisiologicamente più elevati e costi energetici più alti rispetto al resto d’Europa.

Naturalmente questa panoramica può essere accompagnata da considerazioni e ragionamenti neutrali rispetto a qualsiasi orientamento di politica economica oppure letta in una più ampia chiave politica complessiva.

In termini economici il profitto è la differenza tra i ricavi e i costi sostenuti da un’impresa in una determinata unità di tempo e rappresenta la remunerazione dell’attività imprenditoriale in relazione al rischio assunto. L’impresa persegue il profitto in quanto generatore di ricchezza e questo, a sua volta, può tradursi in benessere collettivo. L’accrescimento dei ricavi, infatti, aumenta i volumi d’affari e quindi l’occupazione.

Processi produttivi virtuosi contribuiscono ad alimentare il sistema Paese attraverso il miglioramento del tenore di vita degli addetti, la remunerazione degli stakeholder e il rafforzamento della competitività e dell’efficienza delle imprese. In particolare, le aziende quotate, raccogliendo il risparmio degli investitori che premiano le imprese capaci di creare profitti e ricchezza, generano ulteriore valore per i risparmiatori. In un sistema equilibrato, una quota di quel valore può legittimamente confluire, con diffuso consenso, anche nelle casse della pubblica amministrazione.

Di recente, tuttavia, regole e convinzioni sono state riconsiderate alla luce di un concetto che molti giudicano problematico: l’extraprofitto. Un ossimoro, secondo questa lettura. Un’impresa realizza profitti soddisfacenti ma una concezione statalista stabilisce che una parte di essi non le spetti, e quindi il profitto d’impresa viene ridotto, con possibili effetti su investimenti futuri, nuove assunzioni e competitività internazionale.

Un profitto ritenuto non etico o non rispettabile perché considerato eccessivo, in contrasto con i principi classici dell’economia aziendale, diventa così oggetto di interventi pubblici che alcuni interpretano come espressione di un esasperato statalismo. Per le aziende quotate il danno può essere doppio, perché anche i risparmiatori subiscono un deprezzamento dei titoli su cui hanno investito.

Un’eccessiva regolamentazione introdotta ex novo e concentrata sul risparmio trascura, di fatto, un principio di politica economica: senza risparmio vi sono meno investimenti e, di conseguenza, meno crescita. Ayn Rand osservò a questo proposito che «l’idea di una concorrenza libera resa obbligatoria dalla legge è una grottesca contraddizione in termini. Significa proteggere la libertà delle persone attraverso editti burocratici».

Nel dibattito politico, purtroppo, l’universo dei mercati finanziari viene spesso rappresentato, tanto da ambienti progressisti quanto conservatori, come un’entità misteriosa e impopolare, un regno di speculazioni oscure, senza considerare che esso è composto in realtà da un gran numero di persone che stipulano liberamente contratti. Lo si intuisce dalla variegata appartenenza politica dei governi che, nel tempo, hanno introdotto nuove forme di prelievo.

Occorre inoltre sottolineare che la difesa dell’impresa e del capitalismo, nelle loro diverse declinazioni, non coincide automaticamente con il liberalismo e con i suoi principi di libertà individuale, proprietà e responsabilità. Si tratta di una visione della società che individua nella difesa dei diritti naturali il fondamento della propria legittimità.

Le coercizioni governative, inoltre, difficilmente producono sistemi organici e coerenti di regole, spesso dettate più da esigenze di bilancio, spinte populiste o dinamiche di contrapposizione politica che da un disegno complessivo.

Il fascino del costruttivismo porta talvolta a interpretare azioni ed eventi sociali come il risultato di una precisa ingegneria intenzionale. La cronaca e la storia mostrano invece come, molto più spesso, siano le esigenze della contingenza politica a determinare scelte talvolta avventate di politica economica. Si ritiene così di poter incidere su ricchezza, patrimonio e riserve nella convinzione di perseguire un ipotetico benessere futuro, pur sapendo che tali decisioni restano inevitabilmente segnate dalla fallibilità di chi le assume.

*Gianluca Frumusa, consulente patrimoniale, Vincenzo Olita, direttore Società Libera

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