"Saremo gli ultimi cristiani?". Repole interroga la Chiesa
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 15 Marzo 2026Al convegno diocesano tra parole d'ordine del cattolicesimo progressista e linguaggio ecclesiale autoreferenziale, il confronto con fenomeni che altrove segnalano un inatteso ritorno della fede. Sullo sfondo il monito dello scisma anglicano
Si è svolto ieri al Santo Volto il «secondo convegno unitario e diffuso» dal titolo “Cristiani in tempi nuovi”, introdotto dalle chitarre e dal corteggio dei soliti beneficiati e dei «facilitatori». Si è avuta poi la relazione di due esponenti del progressismo militante, la teologa Serena Noceti e l’emergente don Marco Gallo, saluzzese, direttore dell’Istituto superiore di Liturgia di Parigi (Isl), e le conclusioni dell’arcivescovo di Torino Roberto Repole.
Diremo solo, per adesso, che una delle tracce per i gruppi di lavoro del convegno si presentava in puro slang ecclesiale ed era del seguente tenore: «Nella lettera pastorale “La Parola sul cuore” invita con decisione a fare delle scelte appropriate perché, con assoluta priorità, la pastorale giovanile e la trasmissione della fede ai giovani diventi lo spettro attraverso cui vedere ogni altro ambito. Alla luce di quanto emerso dai contributi di riflessione oggi sintetizzati e dall’apporto teologico ascoltato, quale aspetto si ritiene più urgente per camminare nella direzione indicata dal nostro Pastore?».
Per rispondere a tali ardui quesiti i moderatori delle Unità pastorali hanno sollecitato per giorni i parroci perché chiamassero a raccolta i coraggiosi laici a loro più prossimi, ma la sala del Santo Volto non era affollata e i presenti erano in gran parte anziani. Presiedevano, come virgines potentes, «le due Morena», Baldacci e Savian.
Tra ideologia e Spirito Santo
La relazione di Serena Noceti è stata gravida dei consueti schemi ideologici e di consunte parole d’ordine: una Chiesa «adulta e fragile che non possiede la verità», «accogliente», «autentica e aperta»; una Tradizione inservibile ma «in costruzione»; «piccole comunità ermeneutiche in cammino verso la verità» (ma non è Cristo la verità?), immerse nel sociale, «appassionata» (a cosa?).
L’intervento di don Marco Gallo non è stato privo di spunti interessanti, perché ha messo in luce la natura dell’inaspettato ritorno dei giovani alla fede e alla Chiesa che sta avvenendo in Francia (e che in Italia è assente), al di fuori di ogni progetto pastorale, a dimostrazione che lo Spirito Santo opera fuori di essi e che la secolarizzazione non è irreversibile. Con qualche timido accenno agli esiti della riforma liturgica che, al posto del Signore, ha messo al centro il prete e la comunità, cioè l’uomo.
La solita narrazione
La narrativa del convegno è stata la solita: «apertura», «aggiornamento», «riforma», «camminare insieme», «ascolto» ecc., nella pervicace convinzione che questo attirerà i giovani, senza minimamente prendere atto che le Chiese che hanno inseguito fino in fondo questa logica (vedi riformati e anglicani) sono spesso vuote, mentre gli spazi dove si recuperano la Tradizione, la bellezza della liturgia (come don Gallo ha fatto intendere) e la chiarezza dottrinale si riempiono. A Torino, poi, la pastorale giovanile, che secondo molti era ben avviata e dava frutti, è stata destrutturata a favore di quella vocazionale.
L’acme della mattinata è stata raggiunta con la lettura di una lettera inviata all’arcivescovo sulla sua pastorale che dire leziosa è poco e dove non compare nessun contenuto critico, ma un’apologia – o indiretto culto della personalità? – del testo proposto. Ah, come sono lontani i tempi di quando si discuteva, con dialettica accesa, su Camminare insieme, quella originale e sempre attuale – almeno nelle intenzioni – del cardinale Michele Pellegrino!
Gli ultimi cristiani
La domanda dell’arcivescovo Repole rivolta alla diocesi è: «Saremo gli ultimi cristiani?». La risposta è no: non saremo gli ultimi, ma non saremo sicuramente quelli delineati dal convegno, bensì quelli che hanno custodito il seme del Vangelo e della Tradizione e non si sono lasciati irretire dalla teoria, anche ecclesiale, della “decrescita felice”.
Il cardinale, nelle conclusioni, ha anche fatto una profezia, e cioè che in futuro si avranno meno risorse in diocesi. Qualcuno ha pensato si riferisse al cantiere interminabile del trasferimento della Curia, sul quale molti si chiedono quanto stia venendo a costare... Ma ha anche puntato il dito sulla cultura individualista e narcisista della società, e spesso della comunità cristiana, che è un enorme problema ma sul quale la Chiesa (e lui stesso) non è più in grado di esprimere un giudizio, perché sarebbe di condanna e oggi si deve solo accogliere ed accompagnare.
Infine, non poteva mancare la sinodalità, per la quale Sua Eminenza ha detto che «ci sarà bisogno di tempo», ma anche che «non siamo più in grado di intercettare la sete di spiritualità», pur avendo «a disposizione i tesori del cristianesimo», in una fase in cui «la secolarizzazione è stanca». Potrebbe sembrare un’autocritica, ma egli ci ha subito comunicato che occorrono allora «nuove forme di umanizzazione», non quindi di «divinizzazione». Troppo poco per il cuore dell’uomo.
Scisma anglicano
La notizia è passata sotto il silenzio del mainstream e dei media cattolici omologati, ma è di quelle che avrebbero dovuto far riflettere, anche nel convegno di ieri. Nella Comunione anglicana si è consumato uno scisma dalle proporzioni ancora vaste e indefinite, ma che pone fine alla situazione di una coesistenza istituzionale basata sulla finzione di un «camminare insieme» diventato ormai insostenibile.
Con la Dichiarazione di Abuja del 6 marzo scorso le comunità anglicane dissidenti hanno dichiarato di non riconoscere più l’arcivescovo di Canterbury, la Conferenza di Lambeth, il Consiglio consultivo e l’assemblea dei Primati, disimpegnandosi dal partecipare alle loro convocazioni: «Stiamo rifondando la Comunione all’interno e abbandoniamo gli “strumenti di Canterbury”, perché la comunione vera è legata all’ortodossia. Stiamo riportando la Comunione anglicana alle sue radici».
Alla rifondazione aderiscono la maggioranza delle Chiese anglicane d’Africa, le più numerose, e la Chiesa anglicana del Nord America, formata da conservatori che si sono staccati dalla Chiesa episcopale degli Stati Uniti e del Canada.
Tra teologia ed etica
Il dissenso – di natura teologica ed etica – è cominciato nel 1998 ed è riconducibile al ruolo ministeriale delle donne e alle indicazioni sulla famiglia (uomo-donna), alla condanna morale dell’omosessualità e della convivenza. Com’è noto, la Chiesa anglicana ha aperto da tempo alle donne vescovo e ai gay (nel 2003 viene ordinato il primo vescovo omosessuale), alla benedizione delle coppie gay e sia il divorzio sia l’aborto sono ampiamente giustificati.
Naturalmente per i teologi alla Noceti e i nostri vescovi – per cui quello anglicano costituisce un modello di comunione “plurale” – il drammatico evento dello scisma non ha nulla da insegnare. E nemmeno il fatto che sempre più pastori anglicani bussano alla porta dell’Ordinariato personale creato nel 2009 da Benedetto XVI per accogliere gruppi di anglicani che vogliono unirsi alla Chiesa cattolica. Anzi, quando fu istituito il povero Benedetto fu subissato di critiche. Invece si potrebbe imparare dallo scisma anglicano, in particolare in Germania, perché nessuna sinodalità potrà mai esserci senza verità.
Diceva lo scrittore Evelyn Waugh, grande convertito al cattolicesimo dall’anglicanesimo, che «l’attitudine protestante pare spesso essere quella di “Sono buono, quindi vado in chiesa”, mentre quella cattolica è “Sono molto distante dall’essere buono, quindi vado in chiesa”». Almeno così era ancora negli anni Sessanta.
Il No dei comboniani
Aderendo in pieno – si fa per dire – all’invito della Cei, che aveva esortato le comunità ecclesiali a non schierarsi e a non parteggiare sul referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, i padri comboniani hanno inviato a tutte le parrocchie d’Italia una lettera intrisa di ideologismo che ha comunque il pregio della chiarezza.
Partendo dal presupposto che occorre «conservare l’assetto costituzionale attuale», l’invito finale è esplicito: «Invitiamo a votare No perché questa riforma rischia di indebolire quei meccanismi di equilibrio e controllo che la Costituzione ha sapientemente costruito».
Il riflesso è quello tipico del cattolicesimo progressista per cui, come aveva notato l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga dopo un incontro con Giuseppe Dossetti, mentre la Sacra Scrittura può essere radicalmente interpretata e anche riscritta, la Costituzione deve restare un totem intoccabile, salvo quando a mettervi mano a maggioranza – cosa effettivamente avvenuta – sia la sinistra.
Le puntualizzazioni di suor Alfieri
Ben diversamente, per fortuna, è stato il ragionamento della battagliera suor Anna Monia Alfieri che, senza ideologismi ed entrando nel merito della riforma in una serie di video che stanno avendo grande diffusione da parte dei Comitati per il Sì, ha ricordato come i suoi contenuti siano quelli della Commissione bicamerale durante il governo di Massimo D’Alema nel 1997, in cui si proponevano i due ruoli distinti della magistratura giudicante e requirente con due Csm separati, senza dimenticare che nel 2022 alcuni autorevoli senatori del Pd presentarono un disegno di legge di revisione costituzionale per scorporare le funzioni disciplinari del Csm e istituire, come nella proposta attuale, l’Alta Corte.
Preti “sinodali”
È stato pubblicato il rapporto finale del Gruppo di studio del cantiere permanente del Sinodo sulla sinodalità, in conseguenza del quale ormai, di qualsiasi argomento si parli, «non possiamo non dirci sinodali». Adesso è la volta della formazione sacerdotale, per cui i nuovi preti dovranno acquisire «competenze indispensabili per una Chiesa sinodale, in sintonia con la conversione sinodale missionaria in atto» (?) e pertanto «aprirsi ad uno stile sinodale».
Nel documento il termine «sinodo» ricorre 37 volte, «sinodalità» 22 volte, mentre l’aggettivo «sinodale» 72 volte in sole 24 pagine. L’intento è chiaro: si tratta di riscrivere la mentalità del mondo cattolico riformulando ogni aspetto della Chiesa «in chiave sinodale».
La neolingua ecclesiale
Qualcuno ha notato che siamo alla neolingua descritta da Orwell in 1984, il cui fine era quello «di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero», al punto che «ogni concetto di cui si possa aver bisogno sarà espresso da una sola parola, il cui significato sarà rigidamente definito, priva di tutti i suoi significati ausiliari, che saranno stati cancellati e dimenticati».
Una di queste ultime è sicuramente il sacerdote come alter Christus, che Leone XIV ha osato riaffermare facendo scandalizzare vescovi e teologi che quella parola non avrebbero più voluto sentire. La prassi è comunque sempre la solita. Prima si introducono nuove categorie. Poi si cambiano i collegamenti tra quelle categorie. Poi si rende plausibile una rilettura della struttura ecclesiale stessa. Non si colpisce frontalmente la dottrina ma si prepara il terreno ad essa.
La Chiesa, però, non è una struttura da riequilibrare secondo i criteri del mondo: non è un organismo che distribuisce funzioni per rappresentanza, perché riceve da Cristo la propria forma sacramentale gerarchica. Il Battesimo dona a tutti i fedeli una dignità immensa. L’Ordine sacro conferisce una configurazione a Cristo Capo e Pastore. Qui non si tratta di una semplice differenza di intensità, ma di una differenza reale nella natura del dono.


