Il Piffero di Riboldi

Siamo abbastanza certi che all’assessore alla Sanità Federico Riboldi anche l’articolo di oggi del sempre ottimo Stefano Rizzi non sia piaciuto granché. Non è una novità. Da tempo l’esponente meloniano, bulimico di propaganda, mostra una crescente insofferenza verso tutto ciò che esce dal perimetro rassicurante della sua narrazione. Le critiche non le sopporta, le obiezioni lo irritano e ogni voce dissonante finisce per essere vissuta come un attacco personale. Insomma, va tutto bene, madama la marchesa.

Succede spesso, del resto. I politici, di ogni colore, preferiscono interlocutori accomodanti, quelli che non fanno troppe domande, che si accontentano di riportare veline e versioni tranquillizzanti. Le critiche sono viste come un fastidio, se non addirittura come una provocazione. Peccato che noi ci chiamiamo Spiffero e non Piffero: non suoniamo la musichetta davanti ai topolini di Hamelin.

È sempre stato così e, probabilmente, sarà sempre così. In fondo è proprio qui che sta – per quel poco che ne resta – il senso del nostro mestiere: non accontentarsi della superficie, ma scavare, verificare, approfondire. È legittimo che un politico, di fronte a un articolo non gradito o ritenuto scorretto, reagisca. Che chieda rettifiche, pretenda di replicare, fornisca la propria versione dei fatti. Fa parte del gioco.

Meno comprensibile è quando la reazione prende pieghe un po’ scomposte. Come rivolgersi a un socio della compagine editrice dello Spiffero facendo intervenire addirittura un ministro del proprio partito. O chiedere ai membri dello staff di monitorare gli articoli di questo giornale con l’obiettivo di coglierci in fallo per poi far partire querele e carte bollate. Attenzione, però: anche su come si impiegano dipendenti e collaboratori di enti pubblici qualche domanda potrebbe venire.

Sia chiaro, non gridiamo allo scandalo e non ci sentiamo minimamente intimiditi, né tantomeno minacciati nell’esercizio della nostra professione. Potremmo anche noi pubblicare chat e messaggi, ma non siamo il Secolo e chi scrive non è Brambilla, ma un Pautasso qualsiasi. La libertà di stampa, almeno per ora, gode ancora di buona salute.

Quello che rivendichiamo, semmai, è qualcosa di molto più semplice: il diritto – anzi, il dovere – di fare il nostro lavoro. E quindi, di fronte a un assessore che spesso fa l’imbonitore, che confonde informazione e propaganda e che talvolta sembra anteporre le ragioni del partito a quelle dell’amministrazione, rivendichiamo il diritto di fare il controcanto.

È quello che ha fatto oggi Rizzi. Nulla di straordinario: ha preso le dichiarazioni dell’assessore e le ha messe accanto ai numeri. Un semplice esercizio di fact-checking. Perché la propaganda può anche provare a raccontare una realtà diversa, ma i fatti hanno un difetto: restano lì, ostinati.

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