Fare cassa sulla crisi
Claudio Chiarle 06:00 Mercoledì 18 Marzo 2026
Qui si specula bellamente e il governo… attende! L’Italia dipende per il 15% dal petrolio che passa dallo stretto di Hormuz e per il 12% dal gas: equivalenti a circa 300mila barili al giorno per il petrolio e 22 milioni di metri cubi al giorno di gas naturale. Nel 2024 consumavamo 1,2 milioni di barili al giorno.
Secondo Worldometers, “l'Italia detiene 578.023.000 barili di riserve di petrolio comprovate a partire dal 2025, equivalenti a 1,3 volte i suoi livelli di consumo annuale (basandosi sui dati del 2024). Ciò significa che, senza importazioni, ci sarebbe circa 1 anno di petrolio rimanente (ai livelli di consumo del 2024 ed escludendo le riserve non comprovate)”.
Un anno di scorte. E, intanto, molti beni sono aumentati vertiginosamente dall’inizio del conflitto. Tradotto: siamo in piena speculazione, da parte di una fetta dell’industria petrolifera ma anche della filiera alimentare. Insomma, un po’ populisticamente si può dire che tutti coloro che possono guadagnare sulle spalle del lavoro dipendente, autonomo e dei pensionati lo fanno. Compreso il governo, che resta fermo perché guadagna.
I numeri, forniti da Economy magazine, dicono che “dal 27 febbraio il prezzo medio del gasolio è aumentato del 18,5%, con un incremento di circa 32,2 centesimi al litro. Tradotto in termini pratici, un pieno costa oggi all’automobilista circa 16 euro in più. Anche la benzina registra una crescita significativa: +9,1%, pari a 15,3 centesimi al litro, con una maggiore spesa di circa 7,6 euro per rifornimento. Se si allarga lo sguardo ai consumi nazionali, l’impatto diventa ancora più evidente: ogni giorno sulla rete italiana vengono acquistati oltre 64 milioni di litri di carburante, di cui circa 40,1 milioni di gasolio e 23,9 milioni di benzina. Una quota rilevante dei rincari finisce infatti nelle casse dello Stato, considerando che accise e Iva incidono per circa il 58% sul prezzo finale dei carburanti. Quindi l’aumento dei prezzi genera per lo Stato, e per questo governo, maggiori entrate stimate in circa 9,5 milioni di euro al giorno”.
Moltiplicate per 365 giorni e capirete perché al governo non conviene toccare le accise, a scapito dei cittadini italiani.
La prima conseguenza dei forti aumenti del carburante sarà mettere nuovamente in difficoltà il settore automobilistico, con un probabile calo delle vendite in Italia. Il governo incassa di più dall’erario, ma mette in crisi proprio quell’industria automobilistica che vorrebbe rilanciare. A chi darà la colpa nei prossimi mesi? Nonostante questo, la proposta italiana in Europa di estendere l’alimentazione dei motori endotermici a tutti i biocarburanti e di portare da tre a cinque anni il periodo su cui calcolare le eventuali multe per il superamento delle emissioni di CO₂ appare di buon senso.
Servono le fonti rinnovabili. Secondo Enel, “degli oltre 320 terawattora del fabbisogno elettrico italiano ogni anno, più di un terzo arriva oggi da fonti rinnovabili. L’ultimo Rapporto sull’efficienza energetica dell’Eneaparla in particolare di 110 terawattora, equivalenti a circa una decina di milioni di tonnellate di petrolio (Mtep). Se nel computo dell’energia inseriamo anche la componente non elettrica, allora la quota green rappresenta il 19% del totale”. Appare evidente che le rinnovabili sono ancora lontane dall’incidere significativamente. Gli esperti stimano in 10-15 anni la possibilità di arrivare al 90% di energia elettrica da fonti rinnovabili.
Intanto, i prezzi: in Francia l’energia elettrica costa 73,5 €/MWh, in Spagna 48,2 e in Germania 103 €/MWh. Spagna e Francia sono tra i maggiori produttori di energia nucleare; in Germania, dopo la dismissione degli impianti nucleari, l’energia costa circa il 25% in più.
In questo scenario, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), “la voracità energetica dell’IA sta facendo impennare la domanda di elettricità mondiale. Oggi un tipico data center incentrato sull’IA consuma quanto 100.000 famiglie, mentre i più grandi in costruzione ne consumeranno 20 volte di più. Nel 2024 i data center rappresentavano circa l’1,5% del consumo elettrico mondiale (415 terawattora), ma entro il 2030 è previsto un più che raddoppio fino a circa 945 terawattora: più di quanto consuma l’intero Giappone”.
Secondo uno studio della Cornell University pubblicato su Nature Sustainability, se continuerà a svilupparsi al ritmo attuale, entro il 2030 l’IA immetterà ogni anno in atmosfera tra 24 e 44 milioni di tonnellate di CO₂, equivalenti alle emissioni di 5-10 milioni di auto, oltre a consumare tra 731 e 1.125 milioni di metri cubi d’acqua all’anno. Negli stessi anni – circa 15, e comunque entro gli obiettivi del 2050 di zero emissioni nel settore elettrico – esiste anche la possibilità di sviluppare l’industria nucleare.
Scrive Elisabetta Intini sul sito del Museo della Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci: “piccoli reattori modulari (SMR), reattori nucleari più piccoli sia per dimensioni sia per potenza elettrica erogata (fino a 300 megawatt, meno di un terzo rispetto alle centrali tradizionali). Le loro componenti potrebbero essere prodotte in serie e poi assemblate nei siti prescelti, con costi più contenuti e maggiore flessibilità. Un’altra possibilità sono i reattori di quarta generazione, tecnologie ancora in fase di sviluppo e lontane dall’applicazione su larga scala”.
Bisogna investire nel futuro, non solo prossimo ma anche remoto. Con l’IA e non solo, ci avviamo verso una società sempre più energivora: serve quindi il nucleare come complemento alle rinnovabili, per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e offrire energia pulita a costi competitivi, favorendo investimenti e una transizione graduale verso l’auto elettrica.
Per fare questo serve lungimiranza. Ma a destra si guarda con troppa golosità ai problemi immediati, pensando a incassare di più senza affrontare davvero i costi che gravano sugli italiani. A sinistra, nei programmi del “campo largo”, manca ancora una parola chiara sui futuri sviluppi tecnologici e sull’uso del nucleare.
Torino è al centro di questa necessità di chiarezza: ha un’industria dell’auto da rilanciare, un sistema formativo di alto livello e un tessuto tecnologico avanzato. Diteci in che direzione andare. Perché la politica, oggi, sembra ferma al vecchio paradosso: “siamo a un bivio, imbocchiamolo!”.


