Deterrenza finita, Europa vulnerabile

Teheran e Torino, dal 21 marzo 2026, sono molto più vicine dei 3.800 km che le separano geograficamente. Ora distano circa 10-15 minuti di volo di un missile ipersonico iraniano Khorramshahr-4, che può viaggiare fino a Mach 16 (circa 19.000 km/h): otto volte più veloce di qualsiasi jet da combattimento esistente.

Questo significa che il tempo di reazione politico-militare di un sistema di difesa – come quello rappresentato dalle basi Nato in Italia, ad esempio Sigonella o Aviano – è inferiore ai dieci minuti. Considerando anche il tempo di volo del missile intercettore, il fattore tempo, anche politico, si riduce a pochi minuti.

L’idea stessa della deterrenza, su cui si basa l’equilibrio tra forze contrapposte e la capacità di desistenza – il cui presupposto era disporre di un tempo sufficiente per valutare, interloquire con il nemico, verificare se l’attacco fosse reale e deliberare una reazione – non esiste più.

I vettori ipersonici erodono le basi temporali, informative e cognitive su cui la deterrenza è stata storicamente costruita. La deterrenza europea – fondata sull’assunto che la distanza geografica costituisse di per sé una protezione – diventa un’illusione.

Il continente non dispone di un sistema integrato di difesa antimissile balistico paragonabile a quello israeliano (Iron Dome, Arrow, David’s Sling) o statunitense (THAAD, Aegis). L’iniziativa Nato di difesa antimissile balistico (BMD) esiste sulla carta dal vertice di Lisbona del 2010, ma la sua implementazione operativa è frammentaria, dipendente dagli asset americani dispiegati in Europa e concepita contro una minaccia specifica: i missili balistici russi a raggio intermedio, non quelli iraniani.

L’Italia si difende con il sistema SAMP/T New Generation, potenziato nel 2026, che utilizza i missili Aster B1NT. Questi intercettori non impiegano solo esplosivi, ma la tecnologia “hit-to-kill”: colpiscono il missile nemico con precisione chirurgica, distruggendolo grazie alla sola energia cinetica dell’impatto.

Tuttavia, la protezione ha un prezzo esorbitante. Una singola batteria SAMP/T costa circa 700 milioni di euro, mentre ogni missile intercettore sfiora i 3 milioni. Di contro, un missile balistico è relativamente più economico da produrre, creando quella che gli esperti definiscono “asimmetria economica”: si spendono milioni per abbattere vettori che costano una frazione.

Sorge però un dubbio. Come scrive Wired, la “capacità di intercetto grazie al nuovo missile Aster B1NT, oltre i 150 km, e al radar Kronos Grand Mobile High Power di Leonardo, che consente di rilevare minacce aeree a oltre 350 km di distanza, funzionando anche contro missili balistici”.

Ma se un missile balistico può viaggiare fino a Mach 16, in quanto tempo percorre 350 km? E quindi quale è il tempo di reazione reale a disposizione? È evidente che le aziende produttrici – in primis Leonardo – e il Ministero della Difesa dovrebbero chiarire l’efficacia concreta dei nostri sistemi di deterrenza.

Come sottolinea StarMag: “L’Italia disponeva di cinque batterie complete e una centrale di tiro; dopo la cessione di una batteria a Kiev, ne restano quattro operative. Di queste, una è generalmente in manutenzione e un’altra è dislocata in Estonia per assicurare la sicurezza del fianco Est. L’eventuale invio di una terza nel Golfo ridurrebbe a una sola batteria la disponibilità per la difesa del territorio nazionale”.

A gennaio è stata consegnata la nuova batteria SAMP/T New Generation, citata sopra, ma non è ancora operativa. Inoltre, il suo raggio d’azione è limitato rispetto alla lunghezza dell’Italia (circa 1.200 km): ne servirebbero almeno sei per coprire l’intero territorio nazionale, isole comprese.

Il lancio su Diego Garcia pone però all’Europa una questione non ipotetica, ma strutturale. Se l’Iran dispone di missili con una gittata operativa di 4.000 km, l’intero fianco sud-orientale della Nato – dalla Grecia alla Romania, dalla Bulgaria all’Italia – rientra nel raggio d’azione. E se la guerra dovesse prolungarsi, o se una futura crisi riproponesse lo scenario di un Iran, o di un altro Paese – come la Russia – con capacità missilistiche ricostituite, l’Europa si troverebbe esposta senza uno scudo autonomo.

Indifesa sul piano dei sistemi e politicamente divisa, l’Europa non ha formulato una posizione comune sulla guerra in Iran. Non ha avviato un negoziato autonomo per la riapertura dello Stretto, delegando di fatto la gestione della crisi ai sei Paesi della “coalizione dei volenterosi” guidata dalla Francia. E l’Italia, con la Presidente del Consiglio, continua a ribadire: non siamo in guerra, non siamo complici, non siamo isolati.

Non essere un bersaglio, però, non basta più, se il missile può comunque raggiungerti.

L’Italia, anche mantenendo una posizione neutrale, ospita possibili bersagli statunitensi: le basi di Sigonella, Aviano, Camp Darby, la base navale di Napoli. L’Italia e l’Europa non possono continuare a gestire decisioni altrui: è una verità scomoda, costosa e impopolare. Ma, se non siamo in grado di influenzare Trump – e non possiamo nemmeno attendere un cambio alla Casa Bianca, dato che il problema esisterebbe anche con i democratici – dobbiamo dotarci di strumenti per difenderci autonomamente.

Chi oggi attacca Trump per le guerre che genera deve anche essere consapevole che l’alternativa è investire risorse nella costruzione di una difesa europea. Non basta rifugiarsi nel tatticismo o sostenere che oggi sia difficile: bisogna iniziare a costruirla, anche attraverso alleanze industriali europee, come stanno facendo Leonardo e altri attori del settore. Chiarire questo punto è fondamentale anche per il “campo largo”, se vuole passare da un’azione disordinata in Europa a una reale prospettiva di governo.

Al netto dell’impegno per una de-escalation e per un processo di pace duraturo – difficile finché esisteranno Stati-terroristi e democrazie che degenerano in democrature – è necessario rendersi indipendenti anche sul piano della difesa. Viviamo in un mondo in cui la proliferazione missilistica procede a ritmi superiori alla capacità tecnologica di contrasto, e l’Europa non può permettersi di restare senza uno scudo.

La Corea del Nord ha testato missili balistici intercontinentali (ICBM) in grado di coprire distanze superiori ai 10.000 km: la Corea dista dall’Italia circa 9.000 km. Inoltre, secondo diverse fonti specializzate, molti dei sistemi oggi in uso derivano da programmi avviati 25 anni fa e risultano quindi, almeno in parte, tecnologicamente superati.

Giustamente il sito Milex solleva il tema dell’aumento delle spese militari, fino a 2,3 miliardi entro il 2039. Nel frattempo sono cresciuti i costi di produzione ed è aumentata la necessità – tema scomodo e spinoso – di accumulare scorte di munizioni missilistiche.

Abbiamo parlato delle batterie SAMP/T NG: vediamo cosa comprendono, secondo Milex. “Sei camion lanciatori, ciascuno con quattro tubi di lancio e 24 missili pronti (più altri 48 di riserva), un radar Kronos (prodotto da Leonardo), un centro di comando e controllo, oltre a veicoli per la mobilità tattica e moduli logistici. Dieci batterie significano almeno 60 lanciatori, oltre 700 missili e decine di mezzi pesanti”.

Appare chiaro che, se l’Italia vuole essere protagonista, deve mettere in campo sia azioni diplomatiche sia sistemi di difesa, equilibrandone peso e funzione a seconda delle circostanze. Allo stesso tempo, occorre superare la contrapposizione tra difesa e strumenti civili – come i Corpi Civili di Pace – e pensare in termini di complementarità.

Per questo concludo con il punto 10 del decalogo del Mean (Movimento Europeo Azione Nonviolenta): “Pensare la pace, oggi, significa prima di tutto avere un’idea di futuro desiderabile per l’umanità, contro i tanti futuri distopici che narrazioni e rappresentazioni ci propongono da decenni. Mettere in atto nuove forme di dialogo non ha nulla a che vedere con l’immagine dei pacifisti come anime belle che ‘giocano alla pace’ o si dichiarano neutraliste mentre gli ucraini combattono. Pensare la pace vuol dire prepararla: con un’Europa dei cittadini, come diceva Altiero Spinelli, un’Europa dei popoli e non dei nazionalismi, come diceva Giorgio La Pira. È tempo di salire sulle spalle dei giganti”.

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