Governo perso nel bosco

La famiglia nel bosco è diventata un caso politico, prima ancora che mediatico. Madre, padre e tre figli sono partiti dall’Australia per poter vivere immersi nella natura, lontano dalle istituzioni (compresa la scuola) e dagli obblighi sociali. Il nucleo familiare è quindi approdato in Italia, dopo aver selezionato altri Paesi candidati a ospitarli, ma aver riscontrato come in ognuno di essi fosse impossibile coronare il sogno di libertà assoluta.

Le norme nazionali impedivano dunque di vivere nell’isolamento totale, lontani sia dalla comunità che dal consumismo. Una stretta per loro soffocante che sembrava potesse allentarsi nel nostro Paese, dove è consentita l’istruzione parentale, ossia l’homeschooling. L'istruzione, nel sistema educativo italiano, è obbligatoria, ma non lo è la frequenza scolastica: i genitori possono provvedere personalmente all'educazione dei figli, seppur con l’obbligo di presentare una relazione annuale al dirigente scolastico e di sottoporre gli allievi che studiano a casa all’esame di idoneità per il passaggio all'anno successivo.

La coppia, forse malinformata, si è illusa che i margini di manovra offerti dall’istruzione parentale fossero davvero molto ampi, e che inoltre potesse rivelarsi loro utile la cronica assenza di controlli che notoriamente caratterizza la nostra Penisola. La scorpacciata di funghi velenosi raccolti nel bosco ha intossicato la famigliola, costretta così a ricorrere alle cure del Pronto Soccorso.

Un avvelenamento di gruppo che ha richiamato l’attenzione delle autorità demandate, dalla legge, a vigilare sui minori, con le conseguenze note oramai a tutti. Adulti che scelgono con determinazione di mettere la natura al centro della loro esistenza, facendo del bosco la propria casa, dovrebbero saper distinguere i prodotti commestibili offerti dalla foresta da quelli tossici. La leggerezza con cui hanno somministrato ai propri figli i funghi, senza neppure chiedere preventivamente un parere a chi conosce quel territorio, è un segnale preoccupante che incide senz’altro sulla valutazione della loro capacità genitoriale.

L’allarme scattato negli uffici dei servizi sociali è un atto dovuto, così come raffigurerebbe un atteggiamento omissivo quello di non valutare lo stato di istruzione dei minori e la cura della loro igiene personale (oltre all’alimentazione e la capacità relazionale con il mondo esterno). Il quadro che è emerso ha gettato un’ombra inquietante sul lavoro svolto dai genitori stessi, ritenuti carenti nelle cure riservate alla prole.

Una vicenda sicuramente drammatica per la madre e per il padre, a cui sono stati sottratti d’imperio i minori (affidati in una casa-famiglia), e che scuote la sensibilità di una gran parte del pubblico televisivo. Un senso di empatia si riversa quotidianamente verso quei genitori di cui i media si interessano incessantemente cogliendone i sentimenti di sofferenza e le lacrime; pochi servizi giornalistici si chiedono purtroppo cosa sia meglio per quei bambini e, innanzitutto, se il modello educativo loro imposto sia idoneo a sostenerli nel loro percorso di crescita.

La libertà è ciò a cui tutti aneliamo, così come il poter percorrere tratti di vita svincolandosi dai richiami della pubblicità e da incomprensibili vincoli burocratici, ma in questo caso specifico la libertà sembra estremamente condizionata dalla paura: paura degli altri, paura del mondo esterno e delle relazioni umane. Quale futuro può presentarsi a bambini abituati a vivere solamente in famiglia, in case di fortuna e lontani dai coetanei, privati della possibilità di esplorare il terreno, il mondo circostante.

Stupisce il comportamento che la politica ha mostrato nei confronti della “famiglia del bosco”. Il Governo ha optato per uno scontro diretto contro i servizi sociali e il Tribunale dei minori, paradosso nel paradosso, spingendosi a rinnegare addirittura le proprie leggi (incluso l’obbligo scolastico varato recentemente) ed esercitando una forte pressione ai danni della Pubblica Amministrazione (la quale, per adeguarsi, avrebbe potuto solamente compiere una serie di omissioni di atti d’ufficio).

Il Presidente della Camera ha ricevuto recentemente i genitori, offrendo ai cittadini ancora una volta l’immagine di uno Stato che si boicotta da solo, un sistema al limite della schizofrenia e dedito al metodo “due pesi, due misure”. Lo stesso trattamento di attenzione probabilmente non sarebbe stato riservato a una famiglia di origine africana, magari in fuga dalla fame o da qualche guerra, e tantomeno una tale compassione sarebbe stata mostrata a un nucleo familiare rom che avesse fatto scelte simili.

Il Governo, se non condivide il sistema normativo applicato alla famiglia australiana, può cambiare la legge rendendo legittimo quanto avvenuto: qualsiasi altra azione è propaganda a danno in primis dei bambini. In attesa di una riforma legislativa che consenta di vivere nella foresta, nutrirsi di funghi velenosi e non mandare i figli a scuola, la speranza è che il nucleo familiare si ricomponga al più presto, in una scelta esistenziale incentrata sulla libertà che abbia però quale obiettivo prioritario il benessere culturale, sociale e relazionale dei figli.

Una soluzione probabilmente è vicina. Il referendum è passato e le istituzioni finalmente potranno operare con maggiore serenità e senza i continui attacchi provenienti da chi invece dovrebbe sostenerle: lo Stato.

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