"Nessun rimpasto di giunta".
Cirio chiude la Portas
07:00 Martedì 07 Aprile 2026
Governatore in modalità Meloni: solo sostituzione di Chiorino e piccole modifiche nell'attribuzione delle deleghe. Stop ai piani del leader dei Moderati: staffetta Vignale-Magliano. Ma l'ex deputato non demorderà, vuole lo switch a metà legislatura
Alberto Cirio si muove in “modalità” Meloni. Sebbene, a differenza della premier, non debba fare i conti con Colli dirimpettai del Grattacielo e, a differenza delle forche caudine parlamentari, il passaggio nell’aula di Palazzo Lascaris sia poco più di una formalità, anche lui non vuole sentir parlare di rimpasto.
Il copione è già definito: nomina del sostituto di Elena Chiorino, con ogni probabilità una donna, e al massimo un ritocco delle deleghe da assegnare, a seconda di chi sarà il prescelto. Nulla di più. Una procedura avviata già nelle ore successive alle dimissioni dell’ex vicepresidente e assessora di Fratelli d'Italia, coinvolta con Andrea Delmastro nel caso “Bisteccheria d’Italia”, e che verosimilmente troverà il suo epilogo in settimana, dopo un ultimo confronto con i vertici romani di via della Scrofa, Giovanni Donzelli e Arianna Meloni.
Nei piani di Cirio, insomma, c’è l’intenzione di fare esattamente quello che fece a giugno dello scorso anno quando, su spinta dello stato maggiore di FdI, provvide a “degradare” Marina Chiarelli, spolpando la bizzosa esponente novarese di buona parte delle deleghe, lasciandole solo più la Cultura più frattaglie (Pari opportunità e le Politiche giovanili), assegnando la titolarità di Turismo e Sport a Paolo Bongioanni. “La ridistribuzione di alcune deleghe, dopo un anno di amministrazione, è una scelta di buon governo che ha l’obiettivo di rendere più efficace la macchina amministrativa” assicurò Cirio. “È stata una scelta condivisa con le forze della coalizione e con i colleghi di Giunta. Ringrazio l’assessore Chiarelli per il lavoro”. Parole istituzionali garbate e caso chiuso.
Non solo Ricca
La decisione di toccare lo stretto necessario gli assetti di giunta serve proprio a stroncare sul nascere gli appetiti che potrebbero sorgere tra gli alleati e che già si sono manifestati in alcune dichiarazioni. In particolare dalla Lega che, pur ostentando un certo distacco su quanto successo – rubricando la vicenda a “questioni interne a Fratelli d’Italia” – per bocca del suo capogruppo Fabrizio Ricca ha adombrato la necessità di “un rimpastino”. Schermaglie in punta di piedi.
Ma non è tanto il partito di Matteo Salvini a impensierire il governatore quanto evitare di innescare un gioco che rischia di sfuggire di mano: muovi una pedina e si scatena il resto. Insomma, occorre stroncare sul nascere ogni pretesa di cambiare la composizione della squadra di governo. Come quella che da settimane, sotterraneamente ma non meno potenzialmente insidiosa, arriva dai Moderati, la formazione centrista che alle elezioni del 2024 è stata l’ossatura della lista “civica” del presidente.
Chi bussa alla Portas
Il leader Mimmo Portas, infatti, coltiva un disegno: quello di sostituire Gian Luca Vignale, attuale assessore a Personale, Patrimonio e Affari legali. Un’idea che forse accarezza da tempo ma che solo nelle ultime settimane è diventata di dominio pubblico, almeno tra i maggiorenti della coalizione. Il torinese Vignale, assieme al cuneese Marco Gallo, siede in giunta in rappresentanza della lista civica, ma entrambi sono espressione di componenti diverse da quelle dei Moderati: il primo è figura di fiducia del governatore (nella precedente legislatura era suo capo di gabinetto), il secondo è vicino all’area liberale della Granda (in particolare del parlamentare Enrico Costa e del presidente della Provincia Luca Robaldo).
E i Moderati, che pure – a detta di Portas – sono stati i maggiori portatori di voti contribuendo in modo significativo all’exploit che ha portato la Lista Cirio a essere la seconda formazione della coalizione, dietro solo a FdI, sono rimasti finora a bocca asciutta.
Da qui il piano di Portas: un passaggio di testimone tra Vignale e Silvio Magliano, attuale capogruppo della Lista Cirio, tra i volti più noti dei Moderati, assieme all’assessora del Comune di Torino Carlotta Salerno. Il timing fissato è a metà legislatura, ma ora l’occasione del cambio di un assessore tra i Fratelli d’Italia potrebbe essere propizia anche per lo switch interno alla lista civica. Così ragiona l’ex deputato “ospitato” dal Pd in due legislature, fino alla rottura alle scorse politiche.
Un cambio che, al di là della perdita dello status di assessore, tutto sommato non provocherebbe grossi contraccolpi, giacché con l’eventuale promozione in giunta di Magliano Vignale entrerebbe in Consiglio, da “supplente” essendovi rimasto fuori per un pugno di preferenze, superato da 23 voti dall’ingegnere siciliano ma residente a Pianezza Mario Castello, ultimo eletto nella Circoscrizione torinese.
Vignale, lo “spicciafaccende”
Classe 1969, se non è un “inamovibile” – in fondo per Cirio nessuno lo è davvero – Vignale è certamente uno degli assessori più vicini al governatore, una sorta di “spicciafaccende”. Lunga militanza nella destra sociale di Gianni Alemanno, nel 2005 è stato eletto per la prima volta in Consiglio regionale, bis nel 2010 e dal 2013 fino alla conclusione anticipata della legislatura di Roberto Cota ha ricoperto il ruolo di assessore alla Montagna e al Personale.
Nel 2014 per la terza e ultima volta varca il portone di via Alfieri da “eletto”. Fallisce il colpo nel 2019 e pure nel 2024: ma in entrambi i casi è stato proprio Cirio a ripescarlo, prima come capo di gabinetto poi come assessore. Di recente è stato lambito dall’inchiesta che ha coinvolto i suoi due figli “ribelli”, frequentatori del circolo di estrema destra “Avanguardia Torino”, luogo in cui tra inni al Duce e a Hitler e cori antisemiti si faceva proselitismo neofascista. Poca cosa, per lui, che è stato trattato coi guanti persino dall’opposizione.
Magliano per tutte le stagioni
Magliano, ultimo della piccola nidiata ciellina, classe 1980, ha iniziato a far politica fin da studente universitario preparandosi al grande salto nelle istituzioni buttandosi a capofitto nel mondo del volontariato, una rete che resta il suo principale bacino elettorale. Debutta in politica con il Popolo delle Libertà nel 2011, candidato al Comune di Torino. Sono anni complicati, il travaglio di Forza Italia sembra inarrestabile e lui, per prudenza, nel 2013 si accasa con Angelino Alfano in Ncd. Le cose vanno come sappiamo ma non è tipo che si perde d’animo e prepara il salto nel centrosinistra, coi Moderati: l’accordo prevede di andare a fare l’assessore di Piero Fassino, salvo che, disdetta, il “Lungo” perde le elezioni contro Chiara Appendino.
Magliano allora coglie la palla al balzo e nel 2019 riesce a planare a Palazzo Lascaris: anche stavolta, però, nella coalizione “sbagliata”. È coi Moderati a sostegno di Sergio Chiamparino, governatore uscente, che viene disarcionato da Cirio sull’onda di una Lega straripante. Sta all’opposizione, certo “dialogante e moderata”, e studia l’ennesimo salto della quaglia. E, infatti, eccolo che dopo un lento percorso di accreditamento verso la maggioranza lo si ritrova candidato nella lista del presidente: primo degli eletti con 5mila preferenze.
Portas, ci riproverà
A Portas, cui non spiacerebbe presentarsi al voto del prossimo anno per le Comunali di Torino con nel carniere due assessori – uno con il centrosinistra nella giunta di Stefano Lo Russo e uno col centrodestra in Regione – dovrà forse mettersi il cuore in pace. O riprovarci, magari se e quando Cirio dovesse davvero spiccare il volo per Roma e in quel caso si vedrebbe costretto a rimaneggiare la squadra per accompagnare la Regione alle elezioni anticipate. Per ora, però, la linea non cambia: sostituire Chiorino senza aprire la partita. Perché una volta aperta, nessuno può sapere come va a finire.


