Calcio, fallimento a tutto campo:
dallo sport al modello industriale
Davide Depascale 18:12 Mercoledì 08 Aprile 2026
L'esclusione dai Mondiali evidenzia plasticamente una crisi di un sistema incapace di reggere il confronto con gli altri paesi, tra ricavi che arrancano e strutture obsolete. L'economista torinese Russo: "Non è sfortuna, ma un'industria non più competitiva"
La sconfitta di Zenica di una settimana fa, che ha sancito la terza mancata qualificazione consecutiva dell’Italia al Mondiale, rappresenta un punto di arrivo più che un punto di rottura. Dopo le eliminazioni del 2018 e del 2022, il ko contro la Bosnia-Erzegovina conferma una tendenza ormai consolidata e apre una fase in cui il dato sportivo si intreccia con quello strutturale: non è un problema solo di qualità dei giocatori, ma è l'intero sistema a non tenere più il passo con gli altri paesi.
Il sondaggio
Secondo le rilevazioni del radar Swg, la lettura prevalente nel Paese va proprio in questa direzione. Per quasi l’80% degli italiani la sconfitta riflette una crisi strutturale del sistema calcio, con un incremento di circa quindici punti percentuali rispetto alla percezione registrata dopo l’eliminazione del 2022. Allo stesso tempo, emerge un cambiamento nel modo in cui l’opinione pubblica reagisce al risultato: circa due italiani su cinque dichiarano una certa apatia, segnalando una crescente abitudine all’assenza della Nazionale dalla Coppa del Mondo.
Entrando nel merito della partita, tra chi segue il calcio con maggiore continuità prevale una valutazione legata alla prestazione. Il 51% indica come causa principale della sconfitta una prova non all’altezza, mentre il 42% sottolinea il peso dell’espulsione di Alessandro Bastoni. Non emergono invece giustificazioni legate all’arbitraggio, a conferma di una percezione diffusa che riconduce l’esito della gara a fattori interni più che a episodi esterni. In questo quadro, il giudizio si allarga al funzionamento complessivo del sistema: per circa due tifosi su tre, la responsabilità principale del declino risiede nell’incapacità della federazione di riformare il movimento.
Nessuna sfortuna
Le valutazioni dell’opinione pubblica trovano un punto di contatto con l’analisi proposta dall’economista torinese Giuseppe Russo, direttore del Centro Einaudi, che interpreta la crisi in chiave economica e industriale. «Non è sfortuna, il calcio italiano non è più competitivo come industria», osserva, indicando come il problema non riguardi soltanto il rendimento della Nazionale ma l’intero modello di funzionamento del sistema.
Russo descrive una dinamica circolare che collega i risultati sportivi alle condizioni economiche dei club. Le società, spesso caratterizzate da una limitata capacità di investimento, tendono a cedere i propri talenti per sostenere i bilanci. Tuttavia, la mancata valorizzazione sportiva di questi giocatori riduce la competitività delle squadre, con effetti diretti sui risultati e quindi sui ricavi. Il calo delle entrate alimenta nuove esigenze di cessione, innescando un meccanismo che tende a riprodursi nel tempo. «Le società sono povere e quindi devono vendere i talenti per far quadrare i bilanci», sintetizza Russo, aggiungendo che, in assenza di valorizzazione sul campo, «i bilanci non possono che peggiorare» e così facendo «tutto il sistema scivola verso il basso».
Il divario si allarga
Questa lettura si inserisce in un contesto più ampio che riguarda l’organizzazione economica del calcio italiano. Negli ultimi anni si è ampliato il divario rispetto ai principali campionati europei, sia in termini di ricavi sia di capacità di investimento. Il sistema appare caratterizzato da infrastrutture datate, da una gestione dei diritti televisivi meno competitiva e da una difficoltà nel trasformare il capitale umano in rendimento sportivo. In particolare, il tema della valorizzazione dei giovani assume un ruolo centrale nel collegare le dinamiche economiche a quelle tecniche.
La conseguenza è una progressiva riduzione della competitività complessiva, che si riflette sia nei risultati dei club nelle competizioni internazionali sia nelle prestazioni della Nazionale. In questo senso, la sconfitta contro la Bosnia non rappresenta un’anomalia, ma un episodio coerente con l’evoluzione del sistema negli ultimi anni.
Calciofili nonostante le delusioni
Nonostante questo quadro, il legame tra calcio e identità nazionale resta solido. I dati Swg indicano che il 79% degli italiani continua a considerare il calcio lo sport che più contribuisce all’identità del Paese. Inoltre, l’assenza dell’Italia dal Mondiale 2026 non riduce in modo significativo l’interesse per la competizione: rispetto al 2022 si registra anzi una lieve crescita di coloro che la considerano un appuntamento imperdibile.
Il quadro che emerge è quindi duplice. Da un lato, una crisi riconosciuta come strutturale, che riguarda il funzionamento economico e organizzativo del calcio italiano; dall’altro, una persistente centralità culturale e simbolica di questo sport nella società. La sconfitta di Zenica si colloca all’interno di questa dinamica, rendendo evidente una distanza crescente tra il ruolo che il calcio continua a occupare nell’identità nazionale e la capacità del sistema di competere a livello internazionale.


