Una generazione derubata

La generazione “Z”, nata dopo l’anno 2001, sembra destinata a non subire alcuno sconto da quelle precedenti che governano il mondo. Gli studenti nati in quell’epoca hanno conosciuto precocemente il concetto di “crisi” e hanno assistito a conflitti presentati sotto l’egida propagandistica di "esportare la democrazia", subendo inoltre gli effetti sociali e psicologici del lockdown e delle restrizioni anti-Covid.

I giovani cresciuti nel nuovo millennio (in quel fatidico 2001 evocato cinematograficamente da "Odissea nello spazio") si sono scontrati con gli esiti di riforme avviate già nel decennio precedente il loro concepimento: una visione della società imperniata sulla privatizzazione dei servizi essenziali e sulla precarizzazione del lavoro. Le conquiste sociali frutto delle lotte di piazza tra il 1968 e il 1978 sembrano infatti essersi dissolte, cedendo il passo al cosiddetto "mercato autoregolatore", espressione di un ordine mondiale dominato dai grandi interessi finanziari di Wall Street. Il "super-capitalismo" si è consolidato sulle ceneri del blocco sovietico, alimentato da una classe politica occidentale ormai priva di quegli argini ideologici che, un tempo, aiutavano nella ricerca dell’equilibro sociale: il neoliberismo faticava ad affermarsi grazie alla resistenza delle forze socialiste e comuniste.

Il collaudato sistema di potere del Novecento è quindi imploso, frammentando il welfare europeo e scardinando l’ordine mondiale costruito faticosamente dopo il secondo conflitto mondiale. Questa onda d'urto ha travolto certezze e diritti, espungendo di fatto la parola "Pace" dal lessico diplomatico. Conclusa l’emergenza pandemica (i cui danni collettivi sono tuttora tangibili) si è riaperto lo scenario bellico, segnato da una novità rilevante: il coinvolgimento diretto delle grandi potenze militari, che hanno rinunciato alla strategia della "guerra per delega" per scendere in campo in prima persona.

I combattimenti nell’Europa orientale hanno ucciso persone, in un turbinio di aiuti militari senza precedenti da parte dell’Unione Europea, con ripercussioni drammatiche sull’economia del Vecchio Continente a vantaggio di pochi speculatori. Parallelamente, il fronte mediorientale ha riportato tragicamente d’attualità un termine che si sperava consegnato alla storia: genocidio.

La reazione israeliana al brutale attacco condotto da Hamas contro le comunità ebraiche il 7 ottobre 2023 è stata devastante. La striscia di Gaza è oramai ridotta a un cumulo di macerie, in seguito a una massiccia serie di bombardamenti che ha costretto un popolo intero alla fuga. Migliaia di civili, tra cui moltissimi bambini, sono morti non solo per i bombardamenti, ma anche per la fame e il freddo; nel frattempo, in Cisgiordania, numerosi palestinesi sono stati uccisi o espulsi dalle proprie terre per mano dei coloni (spalleggiati apertamente dall’esercito dalla Stella di David).

In un tragico effetto domino, il conflitto ha travolto anche il Libano. L’escalation che vede contrapposti Israele e Stati Uniti all'Iran assesta un ulteriore colpo alla stabilità geopolitica mondiale, con ulteriori devastanti ricadute sul sistema energetico ed economico occidentale: tutto giustificato, ancora una volta, in nome della Democrazia e della sicurezza della nazione ebraica.

Mentre parte della politica nostrana evoca lo scontro tra "civiltà e barbarie", distinguere i confini tra le due appare sempre più arduo. Se la tortura e la pena di morte caratterizzano i sistemi penali di molti Paesi arabi, incluso il regime teocratico di Teheran, lo stesso Parlamento israeliano ha recentemente approvato un emendamento che amplia l'applicazione della pena capitale. Il 30 marzo scorso, la Knesset ha infatti dato il via libera a una normativa che introduce, di fatto, la pena di morte su base etnica.

In precedenza, l'ordinamento israeliano prevedeva la pena capitale solo per i reati di genocidio e spionaggio in tempo di guerra. La nuova norma, pensata per la Cisgiordania, impone la pena di morte per omicidi legati ad atti di terrorismo; i tribunali militari possono ora emetterla a maggioranza semplice, anche senza richiesta dell’accusa. Tali sentenze non sono commutabili, non prevedono atti di clemenza e devono essere eseguite entro 90 giorni.

La nuova normativa appare concepita per essere applicata esclusivamente nei confronti dei cittadini palestinesi. L’esecuzione prevista è l’impiccagione, simbolo evocato anche dalle spillette a forma di cappio esibite da alcuni sostenitori dell’emendamento pro pena di morte.

La generazione del nuovo millennio può così aggiungere questa ulteriore nota di disumanità all’elenco di crisi che ha segnato i propri anni di formazione. Uno shock che si aggiunge ad altri shock, ma forse questi traumi formano una consapevolezza: o si mette mano ai disastri compiuti dalle passate generazioni, oppure il futuro presto chiuderà per sempre i battenti alle speranze di tutti (comprese quelle dei figli di chi ha sostenuto e continua a sostenere l’attuale potere globale della follia).   

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