Margherita, progetto serio se coerente
Giorgio Merlo 10:52 Sabato 11 Aprile 2026
La Margherita resta uno dei progetti più innovativi e più originali della cosiddetta seconda repubblica. Un progetto, cioè, che ha saputo rinnovare la politica italiana senza mettere in discussione, anzi valorizzandole, le principali culture riformiste del nostro Paese. L’unico elemento negativo – ma la storia, come la politica, non si fa e soprattutto non si rilegge con i “se” – è stato forse quello di sciogliere con troppa frettolosità quel partito e, di conseguenza, quel progetto politico facendolo confluire nel Partito democratico. Certo, il Pd di Veltroni, di Marini, di D’Alema, di Parisi e di molti atri leader di quella stagione politica non è lontanamente paragonabile a quello di Schlein, di Ruotolo o di Provenzano, solo per fare qualche nome. Perché, e alla luce della concreta evoluzione politica di quel campo, non si può non prendere atto che l’originalità della Margherita si è progressivamente dissolta mentre il Pd è diventato a tutti gli effetti, e anche legittimamente, l’ultimo atto della filiera storica Pci/Pds/Ds/Pd.
Eppure, di una Margherita si continua ad averne bisogno. Decollata nel 2002 su iniziativa di Francesco Rutelli, Franco Marini, Arturo Parisi e Clemente Mastella, la Margherita ha rappresentato il primo esperimento di un partito culturalmente plurale, politicamente riformista e di governo e organizzativamente collegiale e democratico. Un partito, cioè, che ha fatto del progetto politico la sua cifra essenziale senza nessun cedimento ad un modello di partito personale da un lato o ad un semplice e banale cartello elettorale dall’altro. Semmai, e al contrario, un partito che ha saputo trarre dalle rispettive culture riformiste fondatrici un progetto politico e di governo credibili. Si potrebbe sostenere che parliamo di altri tempi. Certamente, ma è pur vero che oggi quel progetto, seppur in un nuovo contesto storico e politico, può essere riproposto se mantiene però salde alcune caratteristiche di fondo. Che sono almeno tre.
Innanzitutto, il modello organizzativo del partito non può che essere autenticamente e schiettamente democratico al suo interno. Nessuna personalizzazione del partito, nessuna gestione personale e, men che meno, va respinta la concezione di un partito dove la democrazia interna è solo e soltanto un optional. Semmai, e al contrario, la democrazia interna al partito deve rimanere il caposaldo essenziale che regola e disciplina il modello organizzativo del partito stesso. In secondo luogo, la cifra politica del partito non può che continuare ad essere realmente riformista. Accompagnato da una vera e credibile cultura di governo. Nessun cedimento al massimalismo, al radicalismo, all’estremismo e, soprattutto, a qualsiasi forma di populismo.
In ultimo deve mantenere sino in fondo la sua natura di partito plurale. Che resta l’aspetto più originale dell’intero progetto politico lanciato nel 2002. Ovvero, un soggetto politico che fa della convergenza delle migliori e principali culture politiche riformiste e democratiche del paese la sua ragion d’essere. Perché proprio questo era il segreto e la carta vincente della Margherita nata nei primi anni duemila. Ovvero, un soggetto politico che ha saputo trarre dalle diverse culture politiche riformiste l’elemento decisivo per trasformarlo in una ricetta programmatica e di governo alternativa ai vari massimalismi ed estremismi che, purtroppo, sono sempre stati presenti nella cittadella politica italiana e che rischiano ancora di condizionare pesantemente l’evoluzione dell’intera politica italiana.
Per queste ragioni ha senso, oggi, riparlare di una Margherita e del ruolo concreto che può avere nella fase politica contemporanea. Purché non si prescinda da queste tre caratteristiche di fondo.


