SANITÀ

Visite a pagamento fuori controllo.
Il Piemonte sfonda il tetto di legge

Nel Paese ancora forti squilibri tra attività istituzionale e libera professione. Il caso di Cuneo: mentre si davano appuntamenti farlocchi l'intramoenia per le visite vascolari arrivava al 63%. Indietro anche sul Cup, record piemontese delle agende di carta

Mentre ai pazienti in attesa venivano fissati appuntamenti farlocchi in orari assurdi, nello stesso ospedale le visite a pagamento sfondavano abbondantemente i limiti di legge. Quella del Santa Croce e Carle di Cuneo è forse una delle situazioni più emblematiche del rapporto tra prestazioni in regime istituzionale (ovvero pagando al massimo il ticket) e quelle fornite dagli stessi medici ospedalieri in intramoenia.

A fotografare la situazione in Italia, su questo fronte della sanità, analizzando i dati del 2024, è il rapporto dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, dal quale emergono segnali in parte positivi, ma anche numerose anomalie le cui conseguenze sono al tempo stesso causa ed effetto delle difficoltà che continuano a gravare sui cittadini.

Diciamo subito che, pur eclatante, quella cuneese non è l’unica criticità evidenziata per quanto riguarda il Piemonte. Certo, è curioso leggere nel corposo studio dell’agenzia che tra le aziende sanitarie e ospedaliere dove è stata superata la soglia del 50% delle prestazioni in libera professione rispetto a quelle istituzionali ci sia anche l’ospedale dove, alle richieste di una visita o di un esame, per lungo tempo – e fino a quando la vicenda non è stata portata allo scoperto – in non pochi casi si rispondeva con appuntamenti fittizi, in attesa di quelli reali.

“Sistema Cuneo”

Nell’analisi degli squilibri, Agenas, per quanto riguarda le visite di chirurgia vascolare, attesta che nel 2024 al Santa Croce e Carle non solo non sarebbe stato rispettato il limite di legge, ma lo si sarebbe oltrepassato, arrivando al 63% delle visite in libera professione sul totale. Un valore ben al di sopra del 50,3% registrato per l’ecografia ostetrico-ginecologica all’ospedale di Vercelli.

Campanelli – in alcuni casi vere e proprie sirene – d’allarme che non si sa quanto siano stati ascoltati, mentre le liste d’attesa restavano (e restano) ancora troppo lunghe. Proprio i tempi ben oltre quelli previsti dalle prescrizioni mediche restano la principale ragione alla base della scelta, spesso obbligata, di mettere mano al portafogli per ottenere assai più rapidamente la stessa prestazione, altrettanto spesso dallo stesso medico.

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Agende del medico

Per questo motivo la legge fissa con rigore un equilibrio che, in non rari casi, da Nord a Sud, è stato superato, a quanto pare, senza che chi avrebbe dovuto intervenire lo facesse, nonostante la stessa norma preveda, in caso di sforamento della soglia, la sospensione dell’intramoenia.

La fotografia scattata dall’Agenas poco meno di due anni fa mostra altri aspetti non proprio edificanti nella gestione della libera professione nell’ambito del servizio sanitario pubblico. Uno di questi riguarda le modalità delle prenotazioni, o più esattamente delle agende, per visite ed esami a pagamento: nel 93,7% dei casi, a livello nazionale, l’agenda è gestita dal Cup, il Centro unico di prenotazione, e questo rappresenta un elemento di ulteriore garanzia per il paziente.

Ma quella percentuale, in Piemonte, cala fino al 76,3%, mentre le agende cartacee tenute direttamente dal medico rappresentano il 16,1%, dato più alto rispetto al resto del Paese, dove la media è dell’1,8%. Il valore più elevato dopo quello piemontese arriva dal Lazio, con l’8%. Insomma, se – come osserva l’agenzia – “è possibile notare come nel corso degli anni si stia via via consolidando l’utilizzo del sistema Cup, come auspicato dalle linee guida del ministero”, ci sono regioni dove questo avviene ancora in maniera inadeguata – oltre al Piemonte, è il caso di Sardegna ed Emilia-Romagna – mentre l’agenda tenuta dal medico appare una peculiarità tutta piemontese.

Ambulatori esterni

Ma quanto rende l’intramoenia? Alla domanda il report risponde con una delle numerose tabelle, che mostra come il ricavo ogni mille abitanti sia, in media nazionale, di 15.603 euro. Anche in questo caso, però, c’è chi raggiunge quote di 27.781 euro, come l’Emilia-Romagna, mentre il dato del Piemonte è di 16.476 euro, con un incremento rispetto ai 15.207 del 2019.

Un’altra questione riguarda il luogo dove viene effettuata la libera professione che, come dice il termine latino, dovrebbe svolgersi entro le mura dell’ospedale pubblico in cui il medico lavora. Agenas osserva che “la quasi totalità delle prestazioni (91%) è ormai erogata esclusivamente all’interno degli spazi aziendali, mentre una quota limitata (8,8%) si svolge all’esterno dell’azienda secondo le modalità consentite dalla normativa”.

L’attività svolta in studi privati non ancora collegati in rete risulta pressoché superata e circoscritta a sole tre regioni. Anche in questo caso il Piemonte c’è, insieme a Lazio e Sicilia. A ulteriore conferma di quanto Agenas evidenzia nelle conclusioni del report: “la disomogeneità presente tra i diversi livelli di governo dell’attività libero-professionale nei singoli contesti locali”.

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