Ministeri istituiti: sfilano i 120 del "modello Torino" che Repole vuole esportare alla Cei
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 19 Aprile 2026Si riorganizzano ruoli e poteri nelle parrocchie, tra affiancamenti e nuove catene decisionali. Nei piani dell'arcivescovo c'è quello di estenderlo a tutta la Chiesa italiana. Ovviamente se sarà lui a succedere a Zuppi. Pellegrinaggio alla tomba di Hegel
Sono in pieno svolgimento i tirocini e i tutoraggi dei candidati ai «ministeri istituiti» della diocesi di Torino che riceveranno il mandato alla Veglia di Pentecoste al Santo Volto. Il progetto, che sta coinvolgendo 120 candidati nei due anni, si sta rivelando cruciale per la strategia boariniana e, se funzionerà, dovrà costituire un modello per le diocesi italiane, soprattutto nel caso che l’arcivescovo Roberto Repole, diventi presidente della Cei.
Il linguaggio è strettamente gergale e per iniziati, e questo già dice molto di come oggi funziona la Chiesa. Il tutoraggio è affidato a coordinatori con l’idea di condivisione e con un modello definito «stereofonico»: da una parte il parroco con eventuali figure di riferimento attorno a lui, dall’altra «l’équipe di accompagnamento». Quello della scelta dei ministri deve essere non una scelta del parroco ma – ovviamente – «un processo che preveda il discernimento condiviso con la comunità». Si tratterà di istituire «l’équipe dei ministri istituiti e il consiglio pastorale» poiché la condivisione dei ministeri «non è l’attribuzione ad un singolo ma una responsabilità collettiva, in linea con una visione teologica della comunità».
Rimane sospesa, per il momento, la costituzione delle «équipe di comunità in assenza di parroco», mentre si sta ipotizzando l’avvio di «sperimentazioni di équipe di guide di comunità in territori caratterizzati da ampiezza geografica e dispersione».
Ingegneria pastorale
Si profila una ministerialità tecnicizzata legata all’ingegneria istituzionale in cui prevale un discorso organizzativo e gestionale e poco esistenziale, con un approccio pragmatico e spiritualmente debole. Come tutti sanno, la formazione dei ministri ha tagliato completamente fuori la facoltà teologica forse perché il suo direttore, don Ferruccio Ceragioli, non appare funzionale al gruppo di comando e comunque non scelto da loro. O, forse, perché i suoi docenti hanno una visione ritenuta ancora troppo tradizionale.
L'homo Dei
La catechesi del cardinale Repole ai giovani al Santo Volto ha trattato del ministero del prete partendo dal discorso di S. Paolo sulla spiaggia di Mileto agli anziani di Efeso (Atti 20,17-38). Affermazione molto importante: il prete deve essere innanzitutto un uomo che prega «che abbia cioè un rapporto personale con Gesù e che Lo conosca davvero, che non ci parli di Lui mettendo davanti le sue idee personali, i suoi gusti le sue sensibilità, ma che abbia attenzione perché – attraverso il suo ministero – anche noi entriamo in contatto con Gesù risorto, impariamo a pregare, conosciamo la Bibbia, impariamo a vivere come ha vissuto Gesù...». Il prete deve annunciare la Parola di Dio e celebrare i Sacramenti perché attraverso la sua persona «il Signore si fa presente quando celebriamo l’Eucaristia».
Per una volta – dobbiamo dirlo – abbiamo sentito risuonare parole sul prete visto non come «leader di una comunità complessa», ma come l’homo Dei di agostiniana memoria. Le uniche parole efficaci e che possono toccare il cuore di un giovane.
Sulla tomba di Hegel
Intanto, il viaggio formativo dei preti torinesi in Germania (un gruppo per la verità piuttosto esiguo) e dove si è materializzata per un giorno la figura dell’arcivescovo, si è concluso con la doverosa visita alla tomba di Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) che oggi fa da padrone nella teologia cattolica e addirittura ispira molti documenti della Chiesa. Fino a non molti anni fa l’idealismo hegeliano era visto come la coerente versione filosofica del protestantesimo e come la forma più matura della negazione della trascendenza. Però così non la pensano più oggi i teologi di grido – Repole fra questi – e anche il Magistero usa abitualmente un linguaggio hegeliano.
Padre Reginald Garrigou-Lagrange O.P. (1877-1964) aveva denunciato la nuova tendenza che considerava attendibile solo la teologia che avesse la caratteristica dell’attualità. Formule teologiche non più attuali sarebbero da considerare sbagliate. Questo principio è hegeliano perché è nella storia, quindi nell’attualità, che lo Spirito si manifesta. Da qui il lungo percorso che considerava vero ed espressione dello Spirito solo quanto è attuale.
Un esempio si può trovare nel processo sinodale che postula una conversione all’attualità in quanto la verità del sinodo sarà attestata dal suo percorso, dalla sua attuazione, dalla sua effettualità. Come Hegel vedeva in ogni momento del processo la presenza incarnata del senso ultimo del processo stesso (lo Spirito), così il sinodo pretende di conoscere la voce dello Spirito Santo oggi, attualmente, nell’esperienza che si vive. Lo Spirito diventa Storia e «la lettura del giornale diventa la preghiera del mattino dell’uomo moderno», a sottolineare il passaggio dalla coscienza religiosa alla coscienza storica come fondamento della vita laica. Ci penserà poi il teologo Karl Rahner (1904-1984) a rielaborare il pensiero hegeliano in chiave teologica in cui si tende a vedere l’azione di Dio immanente nella storia identificando la salvezza con il cambiamento storico.
In cammino con l’attualità
Così la Chiesa stessa viene intesa come «autocoscienza credente», configurando così, in modo impeccabile, la visione luterana del cristianesimo. La Chiesa coincide con la coscienza che ha di sé ed essere nella Chiesa vuol dire di essere coscienti di partecipare a un’esperienza di coscienza, a una attualità. Secondo l’enciclica Pascendi Dominici Gregis di San Pio X, questa era la caratteristica principale del Modernismo: la Chiesa non come realtà ma come atto di coscienza sempre in evoluzione e, quindi, sempre da aggiornare.
Il grande filosofo tedesco al quale i preti torinesi hanno reso devoto omaggio, è quello di una Chiesa che procede per processi in cerca della propria autocoscienza, in cerca di verità che nasceranno dal «camminare insieme» e che abbisognano di una sola cosa: la disponibilità ad abbandonare le verità precedenti per accogliere quelle nuove. Non che, direbbe Sua Eminenza, le verità precedenti fossero sbagliate, il fatto è che non sono più attuali.
Sono lontani i tempi in cui il predicatore della Casa Pontificia, il padre Ilarino da Milano o.f.m cap., al secolo Alfredo Marchesi, nelle prediche del Venerdì Santo davanti a ben quattro papi (Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II) e ai cardinali metteva in guardia dalla dialettica hegeliana in cui le polarità vanno attraversate e mantenute, così che anche le eresie trovano posto nella Chiesa perché permettono di sviluppare il dibattito sulla fede. La Chiesa, diceva il filosofo di Stoccarda, deve accogliere tutti, anche chi ha messo in Croce Gesù, perché il «Venerdì Santo speculativo» è metafora della tensione intima della storia. La storia produrrà da sola e dentro sé stessa il proprio significato e questo idealismo trascendentale soggettivo della storicità (in teologia) è oggi comunemente insegnato nelle facoltà teologiche.
Credits: foto di apertura dal sito della Diocesi di Torino


