Salone del libro, capitolo chiuso sulla consulenza: tutti assolti, anche Pasquaretta
19:49 Lunedì 20 Aprile 2026Non è una grande giornata per la Procura di Torino. Dopo la Caporetto definitiva su Bigliettopoli la Cassazione annullata senza rinvio la condanna a un anno e otto mesi per peculato inflitta all'ex portavoce di Appendino. Escono a testa alta Ferrari e Montalcini
Per la Procura di Torino era una consulenza “fantasma” e illegittima e come tale aveva ottenuto una condanna severa. Oggi la Cassazione ha ribaltato tutto. Si chiude con una sentenza che non lascia spiragli – annullamento senza rinvio, il fatto non sussiste – la vicenda del Salone del Libro 2017 che per nove anni ha inseguito Luca Pasquaretta, allora portavoce e capo ufficio stampa dell’allora sindaca grillina Chiara Appendino.
La Suprema Corte ha cancellato tutto: la condanna a un anno e otto mesi per peculato, le responsabilità in concorso contestate all’ex vicedirettore generale del Comune Giuseppe Ferrari e al commercialista ed ex vicepresidente della Fondazione del Salone Mario Montalcini, colpiti in appello con un anno e quattro mesi. Un colpo di spugna netto, arrivato oggi, 20 aprile, che azzera un impianto accusatorio rimasto in piedi per due gradi di giudizio. La tesi sostenuta pervicacemente dalla procura si fondava sull’assunto della natura pubblicistica della Fondazione, mentre quest’ultima opera in realtà secondo il diritto privato: da qui il venir meno del peculato e, con esso, l’intero impianto accusatorio. Nel giudizio di secondo grado, celebrato poco più di un anno fa, Pasquaretta era già stato prosciolto dall’imputazione, ben più pesante, di estorsione nei confronti dell’ex sindaca Appendino.
«È un grande giorno, finiti nove anni di calvario», il commento a caldo di Pasquaretta, all’epoca definito il “mio pitbull” dalla stessa sindaca pentastellata.. Più misurato, ma non meno significativo, quello del legale Claudio Strata che assieme a Enrico Grosso ha sostenuto la difesa in Cassazione: soddisfazione per l’esito, con il retrogusto amaro «del troppo tempo trascorso». Una frase che, nel lessico giudiziario, pesa quanto una requisitoria.
I due gradi
Eppure, fino a pochi mesi fa, lo scenario era opposto. Luglio 2025: la IV sezione della Corte d’Appello di Torino, presidente Carlo Gnocchi, conferma integralmente la sentenza di primo grado. Peculato per quella consulenza da 5 mila euro legata al Salone del Libro del 2017, compenso incassato e poi restituito. Secondo l’accusa, sostenuta in aula, guarda un po’, dal pm Gianfranco Colace e dall’avvocato generale Giancarlo Avenati Bassi, si trattava di un incarico fittizio. Una prestazione mai realmente resa, costruita – questa la tesi – per giustificare l’erogazione di denaro pubblico. La Procura generale aveva spinto per una condanna ancora più severa: tre anni per Pasquaretta. In primo e secondo grado, la ricostruzione aveva convinto i giudici. Non la Cassazione.
Nel fascicolo era transitata anche un’ipotesi di corruzione in concorso con l’imprenditore Francesco Capra, già archiviata nei precedenti passaggi con un’assoluzione piena. Restava il peculato, cuore dell’inchiesta. Ed è proprio lì che la Suprema Corte ha tagliato, escludendo in radice l’esistenza del fatto.
A ritroso, la traiettoria è quella di un’indagine costruita su un episodio circoscritto – quei 5 mila euro del Salone 2017 – diventato nel tempo un caso giudiziario simbolo, anche per il contesto politico in cui maturava: la Torino a guida Cinque Stelle, l’entourage stretto della sindaca, l’attenzione massima su ogni incarico, ogni spesa, ogni relazione.
Pasquaretta, dopo la sentenza d’appello, aveva rivendicato la propria linea: «Voglio ripristinare la verità e chiudere tutto senza macchia in Cassazione». È andata così. Ma il percorso per arrivarci racconta altro: due sentenze di condanna, nove anni di procedimento, un impianto accusatorio ribaltato solo all’ultimo grado con la formula più netta.
Doppio schiaffo
Ed è qui che il caso esce dal perimetro del singolo imputato. Perché questo annullamento senza rinvio arriva dopo un’altra vicenda recente – quella di Bigliettopoli – che ha già lasciato segni nei rapporti tra Procura e opinione pubblica. Due episodi diversi, certo, ma accomunati da un esito che pesa: accuse sostenute a lungo e poi cadute. E non sono che gli ultimi casi di una sequenza ben più lunga (dalla gestione dei cimiteri alla Concorsopoli sanitaria, dall'inchiesta sullo smog alle lise elettorali di Moncalieri). Tanto da rendere ormai inevitabile, prima o poi, una riflessione sul “rito subalpino” che ha orientato l’istruzione e la gestione dell’azione penale di un ufficio che ha visto alternarsi ai massimi vertici magistrati del calibro di Armando Spataro, Anna Maria Loreto, Enrica Gabetta, Francesco Saluzzo e, alle loro spalle, il “grande vecchio” Marcello Maddalena. Un’impronta che oggi, alla luce di questi esiti, impone più di una domanda.
Nei corridoi del Palagiustizia il segnale è difficile da ignorare. Non tanto per le assoluzioni in sé, quanto per i percorsi che le hanno precedute. Nove, dieci anni per arrivare a dire che il fatto non sussiste non sono solo un dato processuale: sono un problema. Anche per chi di quegli accusatori era capoufficio.


