CORTOCIRCUITO

Lo Spiffero off line in Iren: blackout e nervi scoperti

Da ieri il nostro sito non è più accessibile dai computer del gruppo: accesso negato. Nelle chat interne corre la voce del "bavaglio", ma più che censura potrebbe essere un inciampo tecnico. Peccato capiti proprio dopo una raffica di articoli sgraditi ai vertici

Re Sola ha oscurato lo Spiffero? Non serve scomodare Orwell né tirare in ballo oscuri ministeri della verità: a volte basta un clic che non va a buon fine per alimentare sospetti. Così, mentre nei palazzi di Iren si discute di piani industriali, assemblee imminenti e nodi tutt’altro che sciolti, da ieri dai computer aziendali lo Spiffero non si apre più. Schermata muta, accesso negato, consultazione impossibile.

La notizia, neanche a dirlo, ha iniziato a correre veloce quanto un dispaccio di agenzia, ma con il tono complottista. Sulle chat tra alcuni dipendenti della multiutility è rimbalzato un messaggio in maiuscolo, di quelli che non chiedono conferma ma cercano complicità: “NON CI CREDERETE: I SERVIZI INFORMATICI DI IREN HANNO OSCURATO IL SITO DE LO SPIFFERO… HANNO MESSO IL BAVAGLIO AD UNA VOCE LIBERA. QUESTO ATTEGGIAMENTO É INACCETTABILE DA PARTE DI UNA AZIENDA A MAGGIORANZA PUBBLICA CHE EVIDENTEMENTE HA QUALCOSA DA NASCONDERE. NO AL BAVAGLIO”. Parole pesanti, da stato di emergenza democratica più che da bug di sistema.

Ora, prima di evocare scenari da Corea del Nord delle partecipate, conviene restare con i piedi per terra: noi non crediamo affatto alla censura. Sarebbe una scelta tanto clamorosa quanto autolesionista per un gruppo pubblico, abituato a muoversi sotto la lente di soci, politica e mercati. Più verosimile – e forse più inquietante – è l’ipotesi opposta: l’ennesimo inciampo tecnico. Uno di quei cortocircuiti che, tra blackout veri nelle città e metaforici nei palazzi, non sono esattamente una rarità tra Torino e Genova.

Certo, la coincidenza è di quelle che fanno sorridere anche i più scettici. Perché il sito che improvvisamente scompare dai radar aziendali è lo stesso che, negli ultimi mesi, ha infilato una serie di spilli nella carne viva della multiutility. Gli articoli sono lì a testimoniarlo: quello sulle rinnovabili trasformate da pilastro strategico a merce da mettere sul mercato con tanto di advisor – una giravolta che ha fatto parecchio rumore – e quello successivo in cui si è provato a mettere il freno, quando però il dossier appariva già bello che avviato. Oppure il pezzo sulla governance “creativa”, con presidente e vicepresidente in versione doppia, vertici e dirigenti insieme, un unicum nel panorama delle utilities e non solo. E ancora, le cronache dei patti di sindacato avvolti da silenzi pesanti, le tensioni tra soci pubblici, l’ombra dell’esposto Consob sul caso Xenon, mentre fuori qualcuno – vedi concorrenti più rapidi – faceva affari veri.

Tutto materiale che, letto in sequenza, disegna un quadro poco rassicurante: una Iren sospesa tra ambizioni green e tentazioni finanziarie, tra equilibri fragili e una governance che più che lineare appare acrobatica. E in mezzo, inevitabilmente, chi racconta queste dinamiche finisce per non essere la lettura preferita ai piani alti.

Non stupisce allora che nei corridoi si racconti di un certo nervosismo. Il presidente Luca Dal Fabbro – ribattezzato “Re Sola” dalle sue stesse prime linee – non starebbe vivendo giorni sereni. E con lui neppure gli altri due moschettieri del vertice, il vicepresidente Moris Ferretti e l’amministratore delegato Gianluca Bufo, accomunati non solo dalla gestione della baracca ma anche da quella curiosa condivisione del doppio cappello, tra poltrone e incarichi dirigenziali. Sullo sfondo incombe l’assemblea dei soci, e lì – firewall o non firewall – le domande difficili potrebbero arrivare senza bisogno di password.

E allora, siamo stati “bannati”? La parola gira, rimbalza, si gonfia. Ma regge poco alla prova dei fatti. Perché basta uscire dalla rete aziendale e, magia, lo Spiffero torna leggibile come sempre. Dai cellulari, ad esempio, nessun problema. Il che rende la teoria del bavaglio un po’ come certi filtri messi male: più che bloccare, fanno sorridere.

Resta però l’impressione, difficile da scrollarsi di dosso, che questa storia dica qualcosa di più di un semplice disguido informatico. Non tanto su ciò che è stato fatto – o non fatto – nei server aziendali, quanto sul clima che si respira. Quando un giornale diventa un problema, anche solo per coincidenza tecnica, significa che da qualche parte ha colpito nel segno.

Ma no, tranquilli: nessuna censura. Solo un problema tecnico. Come quei blackout che ogni tanto spengono le luci nelle città servite. Capita. Poi la corrente torna. Anche agli spifferi.

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