La gallina d'oro fa meno uova.
Che succede alla Diasorin?
12:00 Venerdì 24 Aprile 2026
Il titolo perde oltre il 40% in un anno, nonostante ricavi in crescita e dividendi in aumento. Pesano calo dei margini, dubbi sulla scalabilità e alcuni inciampi. Tensioni nella holding Finde. Il nodo del passaggio generazionale in casa Denegri
Diasorin perde ancora terreno in Borsa. E non è una novità. A Piazza Affari il titolo, nonostante una leggera inversione odierna (0,2), continua a scivolare, replicando una dinamica ormai consolidata: appena un anno fa viaggiava attorno ai 100 euro per azione, oggi si muove poco sopra quota 60. Un tonfo vicino al 40%.
Una caduta pesante, per il gruppo piemontese, difficile da spiegare fino in fondo. Soprattutto se si considerano le performance storiche della società e il peso strategico del settore in cui opera: la diagnostica molecolare. E allora la domanda si fa strada, inevitabile: non sarà che il mercato considera la società scarsamente redditizia e poco scalabile e, per questo, non riesce più a premiarla?
Conti in crescita, margini in calo
I numeri raccontano una storia non negativa, almeno in superficie. A fine 2025 i ricavi crescono del 4%, arrivando a 1,2 miliardi di euro. Tuttavia, sia l’ebitda sia l’utile netto flettono, rispettivamente del 12% e del 20%, pur restando su livelli assoluti molto rilevanti (394 e 150 milioni).
Nonostante ciò, Diasorin non piace più alla Borsa. E questo accade anche se il dividendo è pari a 1,3 euro per azione, in crescita dell’8,3% rispetto al 2024, e nonostante l’avvio di un programma di acquisto di azioni proprie che, si legge nei comunicati, è finalizzato alla remunerazione degli azionisti, ma che a molti appare come una manovra necessaria per sostenere il titolo.
Non siamo certo ai livelli delle remunerazioni attese dal sistema bancario – con un dividend yield fermo al 2,16% – ma resta comunque inspiegabile il continuo arretramento della società sul mercato dei capitali, che va avanti da anni e sembra proseguire senza sosta.
Crepe nella cassaforte
Salendo al livello della holding, il quadro non migliora. Anzi. Finde, la cassaforte della famiglia piemontese Denegri, detiene il 44,976% del capitale di Diasorin, anche attraverso la controllata IP Investimenti e Partecipazioni. I risultati e la patrimonialità restano interessanti, ma emergono segnali di tensione.
Nel 2024 la holding presenta un patrimonio netto di 544 milioni e un utile di 15,5 milioni, ottenuto però grazie a oltre 33,2 milioni di dividendi, provenienti in larga parte da Diasorin (direttamente e indirettamente), con costi complessivi che assorbono oltre il 50% di tali proventi. Nel 2023, invece, pur incassando 27,7 milioni di dividendi, la società chiude con una perdita di 16,5 milioni, dovuta principalmente a svalutazioni di partecipazioni e titoli per 22,6 milioni.
La situazione è evidente: al di fuori di Diasorin, le altre partecipazioni rappresentano più un problema che una risorsa. A eccezione della diagnostica e dell’immobiliare di famiglia Aurelia, le altre attività mostrano difficoltà evidenti. La ristorazione (Il Cambio), gli ostelli (Combo) e i villaggi turistici (Village 28) registrano perdite importanti. Non solo: i valori iscritti a bilancio risultano spesso superiori alle rispettive quote di patrimonio netto, un segnale che potrebbe anticipare ulteriori svalutazioni. E infatti le rettifiche continuano: dopo i 22,6 milioni del 2023, anche nel 2024 si registrano svalutazioni per 8,5 milioni.
Debito, interessi e tensioni finanziarie
Sul piano finanziario, Finde presenta un indebitamento pari a 118,5 milioni di euro (135 nel 2023), con un impatto sul conto economico di 5,7 milioni di interessi passivi (18,7 nel 2023). Il gruppo continua, dunque, a fare ricorso al credito bancario, nonostante i dividendi incassati. Nel 2024 il debito è stato ristrutturato a medio-lungo termine, come dimostra l’aumento delle passività oltre i dodici mesi: 82,5 milioni contro i 29,5 del 2023. Nel frattempo, le disponibilità liquide e le attività finanziarie non immobilizzate si riducono di circa 11 milioni.
Compare inoltre un fondo rischi di 970 mila euro, legato a un indennizzo per la risoluzione consensuale di un contratto di opzione di vendita: un’altra operazione non particolarmente riuscita. A ciò si aggiungono costi rilevanti: 1,7 milioni per il personale, 2,9 milioni per gli amministratori, oltre a 3 milioni di dividendi distribuiti nel 2025.
Il risultato è una holding non in crisi, ma fortemente dipendente dall’andamento e dai flussi di Diasorin. La speranza è che non si ripetano investimenti che hanno generato svalutazioni per 31,1 milioni negli ultimi due esercizi e che le altre partecipazioni riescano a invertire il ciclo negativo. Molto dipenderà dal bilancio 2025, di prossima approvazione. Resta comunque un dato certo: per la famiglia Denegri, Diasorin è stata – ed è tuttora – una vera gallina dalle uova d’oro.
Genio o fortuna
La storia parte da lontano. La società viene acquisita dalla storica Sorin (nata dalla scissione di Snia) dal gruppo americano Ideal Standard, che la cede a sconto alla Fin 2001. In questa entrano, grazie ai buoni uffici del patron Umberto Rosa, il management (tra cui il figlio Carlo, attuale amministratore delegato), la stessa Snia (30%), Interbanca (30%) e la famiglia Denegri (30%). Il prezzo? Appena 13 milioni di euro. A distanza di 25 anni, un autentico colpo di genio. O di fortuna.
La fortuna prosegue. Le crisi di Snia e Interbanca consentono ai Denegri di aumentare la propria partecipazione senza grandi esborsi, anche grazie a operazioni di leveraged (Biofort). Seguono la quotazione in Borsa (Opv a 11,54 euro), una crescita costante e l’ingresso nel Ftse Mib nel 2018. Il culmine arriva nel 2021, quando il titolo supera i 200 euro per azione, spinto dalla domanda eccezionale di test Covid.
Il rallentamento e i dubbi
Da quel momento qualcosa cambia. Forse pesa l’acquisizione di Luminex in Texas per 1,8 miliardi, che ha peggiorato la posizione finanziaria. O forse si tratta di dinamiche di mercato più complesse. Fatto sta che il titolo inizia a scendere, fino ai circa 60 euro attuali.
È finita la fortuna dei Denegri? Difficile dirlo. Considerando che il 45% detenuto vale oltre 1,5 miliardi ai prezzi di mercato, la risposta sembrerebbe negativa. Tuttavia, il mercato non premia il titolo, forse proprio per la percezione di scarsa scalabilità. Nel frattempo, i dividendi continuano a essere utilizzati per rimborsare debiti bancari, coprire operazioni in perdita e sostenere costi e remunerazioni della famiglia.
La vera domanda è un’altra: i Denegri inizieranno a ridurre la partecipazione, rendendo Diasorin più scalabile e riaccendendo l’interesse del mercato?
Il passaggio generazionale
Sul fondo, si gioca anche la partita del passaggio generazionale: da Gustavo Denegri, vero deus ex machina, affiancato dallo storico alleato Giancarlo Boschetti, ai figli Michele e Alessandro, che appaiono già oggi i veri titolari del capitale di Finde. Sarà questo il punto di svolta per il gruppo di Saluggia? Staremo a vedere. Per ora, la Borsa resta fredda. E il titolo continua a scendere.


