SANITÀ

Case di Comunità, da Schillaci scaricabarile sulle Regioni

La bozza del decreto-legge sulla riforma della medicina territoriale al vaglio della Conferenza delle Regioni. Le incombenze degli enti. Costruite con i fondi Pnrr, per funzionare peseranno sulle casse degli enti. Il Piemonte dovrà rivedere il suo piano socio-sanitario?

Previste e finanziate con il Pnrr, inserite nella riforma della medicina territoriale dal Governo Meloni, le case di comunità finiranno, per il loro funzionamento, sullo stanco groppone delle Regioni. Nulla di imprevisto, considerato il peso e le competenze attribuite a queste ultime in materia di sanità. Tuttavia, quello che – più che un annunciato vantaggio per la medicina territoriale, tra resistenze corporative e difficoltà oggettive – sembra profilarsi sempre più come un ulteriore fardello trova ulteriore conferma nelle sue ripercussioni sulle Regioni nella bozza del decreto-legge voluto dal ministro della Salute per stringere i tempi della riforma.

Nel testo che Orazio Schillaci – dopo l’anticipazione affidata alle slide – si appresta a sottoporre alla Conferenza delle Regioni, oltre che ai sindacati e ad altri stakeholder, all’articolo 7 viene attribuita agli enti territoriali una serie di competenze tali da configurare un ruolo centrale in questo complicato passaggio, su cui grava più di una nube.

Forche caudine

La riforma prevede che siano le Regioni a programmare l’assistenza primaria territoriale e, per farlo, dovranno definire i fabbisogni delle case di comunità – in primis quello del personale –, le priorità di attivazione del canale che prevede la dipendenza di una parte dei medici di medicina generale, così come i presidi sul territorio e le funzioni da ricoprire.

Il testo di Schillaci, che dovrà superare non poche forche caudine, a cominciare da quelle dei sindacati dei medici di famiglia – le cui forti riserve trovano già sponde in alcune parti della stessa coalizione di centrodestra –, fissa anche disposizioni per quanto riguarda l’organizzazione delle strutture, tenendo conto della loro classificazione in spoke e hub, così come “della densità abitativa, delle aree interne o disagiate, della carenza assistenziale e degli indicatori della fragilità territoriale”.

Organizzazione, ma soprattutto gestione: è questo che finirà in capo alle Regioni, che si troveranno – sia pure al termine di una corsa affannosa – con strutture la cui costruzione è stata finanziata dal Pnrr, ma i cui costi di funzionamento dovranno essere sostenuti con risorse proprie.

Il nodo personale

Per quelle già in profondo rosso, come nel caso del Piemonte, la prospettiva è facilmente immaginabile. Tanto più che al problema delle risorse finanziarie si sovrappone quello, non meno complesso, legato alla difficoltà di reperire il personale sanitario necessario per far funzionare appieno le case di comunità.

Un’ulteriore eventualità che l’ingresso di queste strutture e le disposizioni contenute nella bozza di decreto, destinate alle Regioni, potrebbero comportare riguarda proprio la programmazione sanitaria. La stessa che il Piemonte ha definito – sia pure in uno strumento dalle linee piuttosto ampie – con il recente piano socio-sanitario. Resterà del tutto adeguata alla luce della riforma oppure necessiterà di aggiornamenti? Una possibile questione da affrontare se e quando il decreto inizierà a produrre i suoi effetti. Anche se, non certo, la più spinosa.

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