CARTA STRACCIA

Visto si Stampa: venduta

Con la comunicazione formale odierna si avvia il trasferimento del ramo editoriale e digitale alla NewCo Sae: 183 giornalisti coinvolti. Dietro l'operazione, una cordata di investitori ancora in via di definizione. Il nodo degli organici e i costi monstre da tagliare

Carta canta. E la carta è arrivata oggi, 28 aprile 2026, e segna il passaggio che trasforma una trattativa lunga e non sempre lineare in un fatto compiuto. Con la comunicazione ex art. 47, Gedi mette formalmente in moto il trasferimento del ramo d’azienda della Stampa verso la newco destinata al gruppo Sae. Da questo momento non si parla più di intenzioni, ma di effetti concreti: persone, strutture, asset che cambiano casa.

Il documento è asciutto, ma dice molto più di quanto sembri. Dentro ci sono i numeri veri: 183 giornalisti coinvolti, di cui 180 nell’area editoriale e 3 nel digitale, con Torino e i suoi 102 redattori, seguita da Roma con 19 giornalisti e dal blocco delle redazioni locali, dove spicca Cuneo con 10 giornalisti, la più consistente tra le province (Asti e Novara con 6 ciascuna, Alessandria, Savona e Vercelli con 5, Aosta e Biella con 4, Imperia con 3, Sanremo e Verbania con 2). A completare il quadro, Milano con 6 giornalisti, oltre alle unità dedicate a prodotti specifici come La Zampa e al digitale.

Il perimetro e il rampollo

C’è soprattutto il perimetro industriale: non solo il giornale, ma tutto ciò che lo tiene in piedi – inserti, supplementi, prodotti collegati, piattaforme digitali, gestione degli abbonamenti. È un trasferimento pieno, pacchetto completo. Nel documento vengono trasferiti i rami editoriale e digitale; non compare invece esplicitamente il centro stampa, che resta fuori da questa comunicazione o disciplinato in un passaggio separato.

La formula è quella ormai consolidata nelle operazioni di questi mesi: i rami vengono conferiti in una NewCo controllata da Sae come socio di maggioranza, affiancato da altri investitori “espressione dell’area del Nord-Ovest”. Ed è proprio qui che comincia la vera storia. Perché quei soci, nelle carte, restano senza nome. Nei retroscena, invece, hanno contorni molto più precisi. La ricostruzione che circola con maggiore insistenza – rilanciata in particolare da ambienti vicini al nuovo padrone – parla di una cordata costruita pezzo per pezzo, dove accanto a Sae compaiono soggetti come Reale Mutua, altri investitori piuttosto singolari come la Federtennis o istituzionali come la Fondazione Sardegna, chiamati a coprire un fabbisogno ben superiore al prezzo “ufficiale” dell’operazione. Sono stati sicuramente coinvolti il presidente nazionale di Confindustria, Emanuele Orsini, e il suo attendente locale, Marco Gay.

E soprattutto spunta un dettaglio che cambia la lettura complessiva: la possibilità che John Elkann resti dentro con una quota di minoranza, una sorta di doppia garanzia: sull’operato della nuova proprietà, dall’altro il segnale che non si tratta di un distacco netto da Torino. Il legame con quello che per oltre un secolo è stato il giornale della famiglia Agnelli non verrebbe reciso del tutto.

Ovviamente, non c’è traccia di tutto questo nella comunicazione odierna. Ma è uno di quei punti che, nelle ultime settimane, ha tenuto banco in diversi contesti, non ultimo in un recente incontro milanese.

Soldi e piano industriale

I soldi non sono tutto, ma contano eccome. Le cifre circolate parlano di una valutazione della Stampa attorno ai 25 milioni per il quotidiano e il centro stampa, a fronte di un fabbisogno complessivo che salirebbe verso i 40-50 milioni per rendere sostenibile l’intera operazione. È qui che si capisce perché la ricerca di soci sia stata lunga e complicata, e perché alcuni interlocutori si siano sfilati strada facendo.

Il punto è che Sae, fin qui, ha giocato un altro campionato. Negli ultimi anni ha costruito una rete di quotidiani locali rilevati proprio da Gedi, con un modello leggero, territoriale, fondato su costi contenuti e partecipazioni diffuse. Portare dentro la Stampa significa fare un salto di scala radicale: non una testata locale, ma un quotidiano nazionale con una struttura pesante, una storia ingombrante e costi non comprimibili nel breve periodo. È su questo scarto che si concentrano le criticità più evidenti, e che il documento – per sua natura – non può affrontare. Sulla carta si garantisce continuità: nessuna interruzione dei rapporti di lavoro, nessuna conseguenza economica “allo stato”, applicazione del contratto nazionale.

Costi e nodo organici

Nella realtà, la domanda che circola da settimane è molto più diretta: quei 183 giornalisti sono sostenibili nel nuovo assetto? La risposta, soprattutto tra gli advisor che stanno lavorando al dossier, è piuttosto netta: no. Già durante la trattativa si erano registrati scioperi e prese di posizione durissime, legate proprio all’assenza di un piano industriale dettagliato e alla composizione incerta della cordata. Il timore è che, una volta chiusa l’operazione, parta una gestione “morbida” degli esuberi: prepensionamenti, incentivi all’uscita, riduzione progressiva degli organici. Nulla di immediato, ma difficilmente evitabile.

Questo passaggio, però, non si può leggere isolatamente. Perché mentre la Stampa prende questa strada, il resto del gruppo ha già cambiato padrone. A fine marzo Exor ha ceduto Gedi al gruppo greco Antenna, portando con sé Repubblica, le radio e tutti gli altri asset editoriali. La Stampa è stata tenuta fuori, separata prima della vendita e indirizzata verso il gruppo guidato da Alberto Leonardis, “un deal maker” bravo a mettere insieme pezzi, soci e capitali.

Che ne sarà...

La comunicazione di oggi è un passaggio tecnico ma decisivo. Fissa numeri, tempi (chiusura prevista entro fine maggio) e perimetro. Ma lascia fuori tutto ciò che conta davvero: chi mette i soldi, chi esercita il controllo reale, quale sarà la dimensione finale del corpo redazionale. Non ultimo il profilo editoriale della nuova Stampa. Un giornale può cambiare padrone in un giorno. Diventare un altro giornale richiede tempo, e spesso accade senza che lo si dichiari.