Ci vorrebbe una Margherita

Da tempo ci si lamenta, e giustamente, dell’assenza di un vero e credibile partito di centro, riformista e soprattutto con una chiara e netta cultura di governo. Sono stati molteplici i tentativi in questi anni, e sono tuttora molti, di dare vita a un partito che risponda a quelle caratteristiche. Ma purtroppo, e almeno sino ad oggi, questo obiettivo e per svariate motivazioni non è stato centrato.

Ora, e parlando proprio di questo tema, uno dei principali partiti che ha segnato la storia della cosiddetta seconda repubblica - cioè la fase politica in cui siamo ancora pienamente immersi - è stato indubbiamente quello della Margherita. Parliamo, cioè, di un partito culturalmente plurale - il primo esperimento di partito plurale dopo la fine della DC e della prima repubblica -, schiettamente democratico al suo interno contro ogni forma di deriva personale o proprietaria e in ultimo, ma non per ordine di importanza, un soggetto politico sinceramente e autenticamente riformista. Lo scioglimento, purtroppo troppo frettoloso ed approssimativo, della Margherita ha privato il centro riformista e di governo da quel momento in poi di avere un punto di riferimento autorevole e significativo. Non è un caso, del resto, salvo una breve pausa con il Pd di Veltroni nel campo del centro sinistra, che il centro riformista e di governo è sostanzialmente evaporato nella concreta dialettica politica del nostro paese. Molti tentativi sono stati messi in campo da quel momento in poi ma tutti, e puntualmente, sono risultati fallimentari sia sotto il versante politico e sia, soprattutto, sul fronte elettorale.

Ora, forse, emerge la necessità, seppur mutatis mutandis, di rimettere in campo una iniziativa politica e progettuale che rilanci una formazione come quella della Margherita. Anche se, come ovvio e persin scontato, sono cambiate le coordinate politiche generali. Ma un fatto è indubbio. E cioè, oggi serve più che mai un soggetto politico centrista, riformista, plurale e di governo che sia in grado di mettere in discussione quella violenta radicalizzazione del confronto politico - come abbiamo ancora una volta sperimentato nella giornata del recente 25 aprile - e che, al contempo, sappia anche dispiegare quella cultura riformista che nel nostro paese è diventata sempre più velleitaria ed aleatoria. Il tutto, però, nel rispetto di tre indicazioni essenziali e decisive per la potenziale riuscita di questo progetto politico.

Innanzitutto, non può essere un partito personale o, peggio ancora, a conduzione personale. Sotto questo versante è appena sufficiente copiare il modello della Margherita di Rutelli, Marini, Mastella e Parisi per rendersene conto. Perchè il partito culturalmente plurale e democratico al suo interno non tollera i modelli di partito personale tristemente noti e conosciuti nella cittadella politica italiana.

In secondo luogo, dev’essere un partito che fa del riformismo la sua stella polare. Nessun cedimento, come ovvio, a quelle derive che purtroppo caratterizzano attualmente il profilo di molti partiti. E cioè, il massimalismo, il radicalismo, l’estremismo e il populismo. Perché queste sono categorie strutturalmente alternative ed incompatibili con tutto ciò che è riconducibile ad un partito modello Margherita.

In terzo luogo, una nuova Margherita ha il dovere politico, e morale, di sapere coinvolgere le migliori culture riformiste del nostro paese. Nessuna esclusa. Quella, del resto, è stata la cifra vincente del progetto di Rutelli, Marini, Parisi e Mastella. Senza il coinvolgimento e il protagonismo delle principali culture riformiste è lo stesso progetto politico di una nuova e rinnovata Margherita che non può decollare.

Ecco perché, se c’è indubbiamente bisogno di riavere una simil Margherita nel nostro paese, è altrettanto chiaro che questo progetto, in vista delle elezioni del 2027, può decollare solo se le tre indicazioni che ho succintamente richiamato continuano ad essere protagoniste e decisive ai fini della presenza stessa di una nuova e rinnovata Margherita.

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