Piemonte vecchio e senza figli sopravvive con gli immigrati
15:02 Giovedì 30 Aprile 2026Denatalità ai minimi storici: nel 2024 appena 24.583 nati, mentre i morti sono oltre 52 mila. A tenere in equilibrio la popolazione, ferma a 4,25 milioni, sono solo le migrazioni, soprattutto dall'estero. Senza nuovi arrivi sarebbe già in calo demografico netto - TUTTI I DATI
Una regione che non cresce e non arretra, che resta lì, sospesa come un funambolo sopra il vuoto. Il Piemonte è esattamente questo: un equilibrio apparente, costruito su fondamenta fragili. I numeri dei dati Istat relativi al Censimento 2024 scattano una fotografia che va oltre la statistica e diventa racconto politico, sociale, quasi esistenziale. Perché dietro quella cifra – 4.251.868 residenti, appena 245 in più rispetto all’anno precedente – non c’è stabilità. C’è compensazione. Una partita a somma zero tra chi non nasce più e chi arriva da fuori.
“L’invarianza della popolazione rispetto al 2023 – scrive l’Istat nel suo focus – è frutto dei valori positivi del saldo migratorio interno (8.780) ed estero (21.179), cui si contrappongono i valori negativi del saldo naturale (-28.148) e dell’aggiustamento statistico (-1.566)”.
Regione senza figli
Il dato più crudo è quello che si vede nelle piazze e pesa nelle scuole vuote e nei reparti maternità sempre più silenziosi. Il Piemonte ha toccato un nuovo minimo storico di nascite: 24.583 bambini nel 2024, in ulteriore calo (-494 rispetto al 2023) rispetto all’anno precedente. Il tasso di natalità scende a 5,8 per mille, sotto la già modesta media nazionale.
È una traiettoria consolidata. Le donne fanno meno figli, li fanno più tardi, e sono sempre meno quelle in età fertile. La fecondità scivola a 1,14 figli per donna, mentre l’età media al parto sale a 32,6 anni. Non basta nemmeno il contributo della popolazione straniera, che pure incide per quasi un quinto delle nascite ma anch’essa rallenta. È il cuore del problema: il Piemonte non si riproduce più.

Meno morti, ma non è una buona notizia
Si muore meno. Nel 2024 i decessi sono calati di oltre 1.300 unità e il tasso di mortalità è sceso dal 12,7 al 12,4 per mille. È il segnale più evidente che il Piemonte, come il resto del Paese, ha definitivamente superato la coda lunga della pandemia. A pagare il prezzo più alto negli anni 2020-2022 erano stati soprattutto gli anziani, e oggi proprio quella componente mostra una riduzione dei decessi. Non è un dettaglio: significa che si torna sotto i livelli pre-Covid, tornando a una dinamica più “normale”.
Eppure non basta. Perché il saldo naturale resta drammaticamente negativo: quasi 28 mila persone in meno tra nati e morti. Il miglioramento della mortalità è un rallentatore, non una svolta. Il divario resta troppo ampio. Il Piemonte resta una delle regioni più anziane d’Italia e continua a registrare un numero di morti molto superiore a quello delle nascite. In altre parole, la mortalità rallenta, ma non riequilibra. Il saldo naturale resta profondamente negativo e continua a scavare un solco che nemmeno il miglioramento post-pandemico riesce a colmare. E così anche questa buona notizia finisce per confermare il quadro generale: non siamo davanti a una ripresa demografica, ma a un semplice alleggerimento di una pressione che resta, comunque, troppo alta.
L’argine al declino
Se il Piemonte non arretra è perché qualcuno arriva. Non è una metafora: è un dato aritmetico. Il saldo migratorio – interno ed estero – è l’unico argine al declino. Nel 2024 porta in dote oltre 30 mila residenti in più, compensando quasi perfettamente il crollo naturale. Gli stranieri sono ormai oltre 442 mila, il 10,4% della popolazione regionale, in crescita di quasi 14 mila unità in un solo anno. Provengono da 178 Paesi, prevalentemente da Romania (28,6%), Marocco (11,5%) e Albania (8,7%).
Non solo riempiono i vuoti, ma cambiano la struttura della popolazione: sono più giovani, più mobili, più inseriti nei circuiti del lavoro. Senza questo apporto, il Piemonte sarebbe già in declino demografico netto. È qui che il dato statistico diventa questione politica: la stabilità demografica piemontese è ormai strutturalmente dipendente dalle migrazioni.

Sempre più anziana
Intanto, il tempo passa. E si vede. L’età media sale a 48,1 anni, ben sopra la media nazionale. Gli ultraottantacinquenni superano quota 200 mila e continuano a crescere. Il Piemonte invecchia perché nascono pochi bambini e perché si vive più a lungo. Ma soprattutto perché manca il ricambio generazionale. Gli indici lo dicono chiaramente: la popolazione anziana pesa sempre di più su quella attiva. Le donne, più longeve, sono la maggioranza. Tra i grandi anziani diventano una presenza dominante. È un altro segnale silenzioso ma potente del cambiamento in atto.
Torino, gigante immobile
La metà del Piemonte sta dentro un’unica provincia: Torino, con oltre 2,2 milioni di residenti, cioè il 51,8% dell’intera popolazione regionale, più di un piemontese su due. È anche il principale polo della popolazione straniera, con 224.964 residenti stranieri, pari al 50,8% degli stranieri presenti in regione e al 10,2% dei residenti della provincia.
Ma dietro questo peso demografico enorme c’è una dinamica tutt’altro che espansiva. Nel 2024 Torino perde 561 residenti rispetto all’anno precedente. Il saldo naturale è il più pesante del Piemonte, con 13.543 persone in meno tra nati e morti. A evitare un arretramento più marcato sono i movimenti migratori: +4.185 dal saldo interno e soprattutto +9.347 dal saldo con l’estero. Anche qui, dunque, la tenuta non nasce dalle culle, ma dagli arrivi.
La componente straniera cresce di 5.825 unità, passando a 224.964 residenti, nonostante 7.084 acquisizioni di cittadinanza italiana, che statisticamente escono dal conteggio degli stranieri. Il saldo naturale degli stranieri è positivo (+1.576) e il saldo migratorio estero molto rilevante (+12.462), ma viene in parte ridimensionato dall’aggiustamento statistico negativo e dalle naturalizzazioni.
Sul piano degli indicatori, Torino non è la provincia più vecchia, ma è comunque dentro il pieno processo di invecchiamento: età media 47,9 anni, indice di vecchiaia salito (237 persone con 65 anni e più ogni 100 giovani), dipendenza strutturale a 60,9 e dipendenza degli anziani a 42,8. Il tasso di natalità scende da 5,9 a 5,8 per mille, mentre quello di mortalità passa da 12,3 a 11,9. La mortalità migliora, ma il ricambio naturale resta insufficiente.
È questa la doppia faccia torinese: capitale demografica del Piemonte e, insieme, laboratorio della sua fragilità. Grande abbastanza da attrarre popolazione, servizi, lavoro e immigrazione; non abbastanza giovane da ritrovare una crescita propria.
Province diverse, stesso trend
Fuori dal perimetro torinese, il Piemonte si scompone in una geografia più articolata, dove ogni provincia sembra avere una propria traiettoria ma tutte finiscono per convergere nello stesso punto: la dipendenza dai flussi migratori per restare in equilibrio.
Cuneo è spesso raccontata come l’eccezione, e in parte lo è. Con 581.526 abitanti rappresenta il secondo polo demografico della regione e mantiene la struttura più giovane, con un’età media di 46,9 anni. Qui si registra anche il tasso di natalità più alto (6,6 per mille) e una mortalità relativamente più contenuta. Ma non basta a invertire la rotta: il saldo naturale resta negativo (-3.018) e la sostanziale stabilità della popolazione si regge, anche qui, sul contributo migratorio, in particolare dall’estero (+2.773).
Alessandria e Novara sono i territori che mostrano i segnali più evidenti di tenuta, con una crescita del +0,2% ciascuna. Ad Alessandria il dato più significativo è l’attrattività: il tasso migratorio estero più alto della regione (7,3 per mille) e un saldo positivo di quasi 3 mila unità. Ma il quadro strutturale resta fragile: natalità bassa (5,1) e mortalità elevata (14,4). Novara, invece, appare più equilibrata: età media relativamente contenuta (47,3 anni), buona capacità di attrazione e un saldo complessivo positivo (+658), che la colloca tra le province più dinamiche.
Asti resta in una zona grigia, sospesa. La popolazione è sostanzialmente stabile (-36 unità), ma solo perché i flussi migratori compensano un saldo naturale negativo (-1.482). È un territorio che non perde terreno, ma nemmeno riesce a costruire una propria dinamica di crescita.
Vercelli offre un segnale leggermente diverso. Qui la popolazione cresce dello 0,1% (+206 residenti), sostenuta sia dai flussi migratori sia da un elemento non secondario: è la provincia dove si registra il maggior calo della mortalità, con il tasso che scende da 14,6 a 13,9 per mille. Un miglioramento che alleggerisce la pressione demografica, pur senza ribaltare il saldo naturale, che resta negativo.
Poi ci sono i territori più esposti al declino strutturale. Il Verbano-Cusio-Ossola perde 479 residenti (-0,3%), confermandosi tra le province meno attrattive sul piano migratorio e con una popolazione più anziana, età media 49,7 anni. Biella rappresenta il caso limite, quasi un’anticipazione di ciò che potrebbe accadere altrove. Qui l’età media raggiunge i 50,4 anni, la più alta del Piemonte, mentre il tasso di natalità scende al minimo regionale (4,7 per mille). La popolazione diminuisce (-255 residenti) e l’invecchiamento è ormai una condizione strutturale, non più un processo in corso.

L’altro Piemonte
C’è un’altra frattura, meno visibile ma decisiva: quella territoriale. Più della metà dei municipi piemontesi – 604 su 1.180, il 51,2% – ha meno di mille abitanti. Ma in questi territori vive appena il 6,6% della popolazione regionale. È una sproporzione che dice già tutto: la mappa amministrativa resta diffusa, ma quella reale si concentra altrove.
Nei comuni fino a mille abitanti si tocca con mano l’invecchiamento più avanzato. L’età media arriva a 50,6 anni, mentre l’indice di vecchiaia schizza a 318,4: oltre tre anziani ogni giovane. Qui si registra il tasso di natalità più basso (4,7 per mille) e, al contrario, il tasso di mortalità più alto (15,3 per mille). È il punto in cui la spirale demografica diventa evidente: meno nascite, più decessi, popolazione che si assottiglia e invecchia ulteriormente.
All’opposto, il baricentro demografico si sposta verso i centri di dimensione intermedia e grande. Nei comuni tra 1.001 e 5.000 abitanti vive il 22,6% dei piemontesi, mentre una quota quasi identica (22,5%) si concentra nei due soli comuni sopra i 100 mila abitanti, Torino e Novara. Un altro 19,3% risiede nei centri tra 20 mila e 50 mila abitanti, che rappresentano ormai la vera fascia di equilibrio del sistema.
Piccolo non è bello
Le differenze non sono solo quantitative. Nei comuni tra 50 mila e 100 mila abitanti si registra la maggiore vitalità demografica: il tasso di natalità più alto (6,5 per mille) e il più basso tasso di mortalità (11,5). Sono anche territori con una presenza straniera più consistente (13,3%), segno di una maggiore attrattività. La presenza straniera cresce infatti con la dimensione dei centri: raggiunge il 15,7% nei comuni oltre i 100 mila abitanti, dove si registrano anche i livelli più elevati di mobilità internazionale (fino a 7,3 per mille). Nei centri medi invece – tra 10 mila e 20 mila abitanti – l’incidenza scende al 7,5%, segno di una minore capacità di attrazione.
Anche le dinamiche recenti confermano questa polarizzazione. Tra il 2023 e il 2024: i comuni sotto i mille abitanti continuano a perdere terreno (-0,4%), i centri più grandi mostrano una lieve crescita, le classi intermedie restano sostanzialmente stabili.
Geografia irregolare
E poi ci sono i casi estremi, che raccontano meglio di qualsiasi media di Trilussa. Il comune più piccolo è Briga Alta, con appena 40 residenti. Quello più grande è ovviamente Torino, con oltre 853 mila. Nello stesso territorio convivono realtà che crescono rapidamente, come Ronco Canavese (+21,6%), e altre che si svuotano in modo altrettanto rapido, come Salza di Pinerolo (-14,1%).
È una geografia irregolare, fatta di picchi e cadute, ma con una direzione chiara: il Piemonte si sta concentrando. Le aree più piccole perdono popolazione, invecchiano e diventano sempre meno attrattive; i centri più grandi, pur tra mille contraddizioni, continuano ad assorbire flussi. Non è solo una trasformazione demografica. È una trasformazione territoriale.


