LAVORO & ICONE

Cirio marcia col Quarto Stato

A Volpedo, davanti alla riproduzione del celebre dipinto, il governatore celebra il Primo Maggio tra memoria e agenda istituzionale. Scortato da una pattuglia leghista rivendica numeri record sull'occupazione e rilancia il monito di Mattarella sulla sicurezza

C’è un’immagine che più di ogni altra racconta il lavoro, i diritti, la dignità. È Il Quarto Stato, completato nel 1901, manifesto potente e silenzioso di un’umanità che avanza compatta. E non è un caso che proprio lì, nel cuore di Volpedo, oggi Primo Maggio 2026, il governatore piemontese Alberto Cirio abbia voluto celebrare il capolavoro di Giuseppe Pellizza da Volpedo (Volpedo, 28 luglio 1868 – 14 giugno 1906) – e con esso i lavoratori.

Una presenza significativa, nella piazzetta intitolata al celebre dipinto, nel paese che più di altri ha costruito la propria identità su quell’icona. Un paese che porta ancora l’impronta lunga di Giancarlo Caldone, “ultimo dei veri socialisti”, scomparso prematuramente il 31 dicembre 2019 a 62 anni. Assessore, vicesindaco e poi sindaco per tre mandati, Caldone è stato l’artefice, alla fine degli anni Novanta, di una vera operazione di recupero: fondi, progetti, ricostruzione degli ambienti del borgo come a inizio Novecento, nel segno di Pellizza. Un impegno culturale e amministrativo che oggi consente alla politica di sfilare su un palcoscenico già pronto.

La delegazione leghista

Con Cirio, una pattuglia ben riconoscibile: i tanti sindaci della zona, l’assessore regionale Enrico Bussalino, il consigliere leghista Marco Protopapa e soprattutto Riccardo Molinari, segretario piemontese del Carroccio e capogruppo alla Camera. Tutti presenti al convegno organizzato dall’Anpi, con alle spalle la riproduzione dell’opera (l’originale è conservato a Milano, presso la Galleria d’Arte Moderna, all’interno della Villa Reale).

“Volpedo rappresenta un orgoglio, anche piemontese, perché il simbolo del grande impegno che c’è stato negli anni per riconoscere i diritti dei lavoratori ha come immagine un’immagine nata in Piemonte e inventata da un piemontese”, ha sottolineato Cirio, insistendo sull’immagine “meravigliosa” del Quarto Stato: “L’incedere che la caratterizza è deciso ma pacifico. E questo è un valore che credo si percepisca molto bene e sia di stimolo anche per celebrare al meglio la Festa dei Lavoratori”

Poi il passaggio obbligato sui numeri del suo governo sul terreno del lavoro: occupazione ai massimi degli ultimi vent’anni, sicurezza intesa come stabilità. Ma anche sicurezza sul lavoro nel senso più completo. “È una sfida che noi abbiamo di civiltà, che ci deve impegnare. Non sarà mai sufficiente quello che facciamo, dovremo sempre fare di più. Perché fintanto ci sarà ancora qualcuno che nella propria vita si alzi per andare al lavoro e non torni a casa è un qualcosa che non rende civile un Paese. Quindi, bene le cose buone fatte, ma che sia una Festa che ci impegna sempre a fare di più e a fare meglio”. Un richiamo esplicito alle parole del presidente della Repubblica pronunciate in occasione della tragedia di Brandizzo.

Tra memoria e festa

La giornata è scivolata via tra i gesti della liturgia civile: la deposizione dell’omaggio floreale sulla tomba di Pellizza, alla presenza della procuratrice generale di Torino Lucia Musti, e poi il tradizionale Pranzo del Lavoratore in piazza degli Emigranti. Menu semplice, quasi identitario: salame, focaccia, la “Pastasciutta di Alberto” e vino. Politica e convivialità, come da tradizione.

A fare gli onori di casa la sindaca Elisa Giardini, che ha rimarcato il senso universale del dipinto: lavoratori uniti, compatti, senza armi. “C’è un uomo che stringe i pugni e un altro che lo invita a calmarsi”: la pedagogia della fermezza senza violenza, già intuita da Pellizza oltre un secolo fa.

Senza violenza e guerra

E qui sta il punto, il vero sottotesto politico della giornata. Cirio lo esplicita: “Lo scenario internazionale ha bisogno di stabilità e di pace. È per quello che il quadro del Quarto Stato e questa immagine ci insegnano anche che le conquiste e i risultati si possono ottenere anche senza la violenza e senza la guerra. Che è il monito che noi – io – credo possiamo oggi trasmettere anche da questa splendida comunità. Si può avanzare con dignità, con determinazione, con forza ma ripudiando la violenza. E io credo che questo sia un ulteriore significato della mia presenza oggi qui in questo splendido posto”. Parole che, lette guardando a quanto stava capitando nelle stesse ore a Torino con gli scontri scatenati dagli antagonisti al termine del corteo, provano a tenere insieme memoria e attualità, storia e prospettiva.

A Volpedo, sotto lo sguardo immobile dei lavoratori di Pellizza, il Primo Maggio diventa così qualcosa di più di una celebrazione: una scena perfetta dove passato e presente si sfiorano. E dove, come spesso accade, ognuno prova a prendersi un pezzo di quella marcia lenta, compatta e – almeno sulla tela – irrimediabilmente pacifica.

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