SANITÀ

Medici corteggiati dalle Asl per portarli a casa (di comunità)

Corsa contro il tempo per assicurare la copertura nelle strutture del Pnrr. Inviti ripetuti ai camici bianchi per convincerli. Percentuali ancora basse in Piemonte. Più disponibilità da parte dei giovani. Venesia (Fimmg) alla Regione: "Definire subito il ruolo delle Aft"

Un corteggiamento, talvolta quasi assillante, quello riservato dalle Asl ai medici di famiglia, che ben si spiega guardando al calendario. Entro la fine di maggio, le verifiche sull’attuazione del Pnrr dovranno attestare che le case di comunità rispetteranno la scadenza imposta da Bruxelles al 30 giugno per il completo funzionamento delle strutture sanitarie finanziate.

Dunque non stupiscono, anche se inducono legittimamente a riflettere, i ripetuti inviti spediti a breve distanza di tempo dalle aziende sanitarie per convincere i professionisti a dare la propria disponibilità a lavorare per un determinato numero di ore settimanali nelle case di comunità.

“L’azienda sanitaria ha la necessità di individuare medici di assistenza primaria con attuale incarico di convenzione che possano partecipare allo svolgimento di ore di attività nelle case di comunità per almeno 4 ore settimanali”: questo il messaggio-tipo che nelle ultime settimane finisce nella posta dei medici di famiglia.

Numeri ancora bassi

L’esito finale è ancora tutto da scoprire, anche se dalla Regione Piemonte si stima che complessivamente le adesioni siano attorno al 30%, sia pure con casi in cui la risposta dei camici bianchi è decisamente più elevata e altri in cui lo scenario prefigura criticità non trascurabili.

Indiscutibilmente, reiterare gli inviti a meno di un paio di settimane di distanza l’uno dall’altro non appare un segnale di tranquillità da parte dei vertici delle aziende sanitarie, in vista di una scadenza ormai più che ravvicinata.

Nelle lettere vengono ricordate, oltre alla remunerazione oraria di 46,48 euro, anche le attività di massima previste per i medici nelle strutture che, insieme agli ospedali di comunità, sono destinate (sulla carta) a rinnovare la medicina territoriale.

Novità e perplessità

“L’attività nelle Case della comunità è propria della medicina generale e – si legge negli inviti ad aderire – prevede, ad esempio, visite occasionali, vaccinazioni e assistenza ai turisti, nonché supporto nella presa in carico di pazienti in condizioni clinico-assistenziali di particolare complessità sulla base di protocolli aziendali. Si precisa che, per l’attività ambulatoriale, il medico, qualora lo ritenga, può utilizzare la strumentazione diagnostica di base disponibile”.

I numeri, come detto, sono ancora piuttosto bassi e frammentati nelle varie aree del Piemonte, ma già da questi sembra emergere una maggiore disponibilità da parte dei medici più giovani rispetto ai professionisti che svolgono il ruolo di medico di famiglia da molti anni e che, forse proprio per questo, appaiono meno attratti da questa novità, che comporterà un cambiamento rispetto a un’attività consolidata nel tempo.

I gruppi di professionisti

Cauto ottimismo arriva dal più rappresentativo sindacato della categoria, la Fimmg, il cui segretario regionale, Roberto Venesia, subordina tuttavia la riuscita dell’operazione allo sblocco di alcuni passaggi ancora in capo alla Regione. “Bisogna accelerare e concludere entro questo mese la procedura per assegnare le ore, nell’arco che va dalle 8 alle 20, dal lunedì al venerdì, alle Aft, le aggregazioni funzionali territoriali, che sono circa 60 ore per ciascuna. Il patto – ricorda Venesia – è quello di impiegare prioritariamente queste ore per coprire i fabbisogni delle case di comunità”.

Secondo il sindacalista, questo garantirebbe la copertura oraria che altrimenti richiederebbe – e in alcuni casi quasi certamente richiederà – il ricorso a liberi professionisti, ovvero una variante dei gettonisti che non passa attraverso cooperative e società di servizi, ma prevede contratti diretti con le Asl.

Protocollo in Regione

Venesia fa l’esempio di Torino: “Sedici case di comunità, fabbisogno calcolato di circa 900 ore settimanali dalle 8 alle 20. È stato fatto in tutta fretta un bando e le risposte avevano portato a coprire circa un centinaio di ore, ma da quando abbiamo spiegato ai colleghi il sistema delle Aft, le adesioni sono subito aumentate. Ora però il sistema, con la priorità dell’impiego di quelle ore nelle strutture del Pnrr, va ufficializzato rapidamente”.

Poi c’è un altro aspetto meno burocratico, ma non per questo meno importante, soprattutto per chiarezza verso i pazienti: “Non li si deve illudere – spiega il sindacalista dei medici di famiglia – facendo credere che le case di comunità siano una sorta di pronto soccorso alternativo”.

Tra potenziali equivoci, un calendario che scorre rapidamente, inviti pressanti e accordi ancora da definire, quella delle strutture finanziate dall’Europa – ma che devono funzionare con soldi e personale del sistema sanitario – resta una scommessa. E, come tale, tutt’altro che priva di rischi.

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