5 settembre
10:31 Domenica 03 Maggio 2026
Dicono che… più che un’agenda parlamentare, in queste settimane tra Montecitorio e Palazzo Madama circoli un calendario da fine impero, con una data cerchiata in rosso fuoco: 5 settembre. Non un giorno qualunque, ma quello in cui la statista della Garbatella, alias Giorgia Meloni, aggancerà quota 1.113 giorni, superando il record del secondo governo guidato da Silvio Berlusconi.
Più che una ricorrenza, un crinale: dal giorno dopo scatterà il sorpasso, con tanto di medaglia virtuale per il governo più longevo della Repubblica. Ma anche l’inizio di una fase in cui ogni momento potrebbe essere quello buono per staccare la spina. Perché, sussurrano i retroscenisti del Transatlantico, la vittoria della durata rischia di coincidere con l’agonia politica, quella avviata con la scoppola referendaria che ha lasciato più di un livido nella maggioranza. A quel punto la premier potrebbe decidere di giocare d’anticipo, trasformando la longevità in trampolino elettorale e non in lento logoramento.
Nei corridoi del Palazzo, però, il clima è tutt’altro che celebrativo. Altro che brindisi: qui si respira aria da fine corsa. Perché se è vero che una caduta del governo significherebbe urne anticipate (o chissà l’ennesimo governo di transizione), è altrettanto vero che per deputati e senatori – di ogni colore – il primo scoglio non è la rielezione, ma la ricandidatura.
Il seggio, prima ancora del voto, passa dalle liste. E lì non c’è collegio sicuro che tenga: tra capilista blindati, correnti fameliche e leader con la penna rossa pronta a depennare, molti degli uscenti rischiano di restare al palo. È questo il patema d’animo che serpeggia tra i banchi: lo sguardo fisso su Palazzo Chigi, in attesa di capire quando – e se – l’inquilina deciderà di abbassare l’interruttore. Perché dopo il 5 settembre, ogni giorno sarà buono. E ogni notte insonne.


