FINANZA & POTERI

Intesa Sanpaolo macina utili (+5,6%), Carlo Magno ingrassa gli azionisti

Ricavi e risultato operativo in crescita, costi ancora in calo e 2,6 miliardi già destinati ai soci nel primo trimestre grazie a un Cet1 stabile al 13%. Sofferenze ormai ridotte ai minimi storici. Messina: "Nel 2026 redistribuiremo 9,4 miliardi". Ma Piazza Affari resta fredda

Mentre il risiko bancario italiano, tra veti incrociati e appetiti sempre più voraci, vaticina di prossimi colpi di scena, da Ca’ de Sass Carlo Magno continua a fare ciò che gli riesce meglio: macinare utili, distribuire dividendi e presidiare il fortino. Intesa Sanpaolo apre infatti il 2026 con un utile netto di 2,76 miliardi di euro, il miglior primo trimestre della sua storia, in crescita del 5,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Numeri che consentono a Carlo Messina di confermare senza esitazioni il target da circa 10 miliardi di utile sull’intero esercizio e di ribadire la linea che da mesi ripete a mercati e palazzi romani: crescita organica prima di tutto, niente avventure spericolate nel valzer delle fusioni.

La Borsa, in verità, non si entusiasma troppo: a metà seduta il titolo cede oltre il 2%. Ma più che sui conti – solidissimi – il mercato continua a interrogarsi sul ruolo che Intesa Sanpaolo potrà giocare nel secondo atto del consolidamento bancario italiano, quello che inevitabilmente ruota attorno al Leone di Trieste e agli equilibri tra Roma, Milano e Torino.

Il fortino di Carlo V

I numeri del trimestre confermano però come il gruppo guidato da Messina continui a generare redditività con una regolarità quasi svizzera. Il risultato corrente lordo cresce del 9,7%, quello della gestione operativa del 9%, mentre i ricavi netti salgono del 5,3%.

A trainare i conti non sono più tanto gli interessi – cresciuti appena dello 0,1% – quanto le commissioni (+3,1%), il business assicurativo (+3%) e soprattutto il wealth management, diventato ormai il vero motore della banca accanto al credito tradizionale. Un modello integrato costruito negli anni da Carlo V, capace di trasformare la gigantesca rete commerciale di Intesa in una macchina da commissioni attraverso fondi, polizze, consulenza e gestione del risparmio.

Del resto il gruppo gestisce ormai oltre 1.400 miliardi di euro di attività finanziarie della clientela e continua a rafforzare la rete di private banker, global advisor e specialisti assicurativi. È qui che si gioca la vera partita strategica del futuro.

Costi giù, AI su

L’altra gamba del piano resta il contenimento dei costi. Anche nel primo trimestre le spese operative continuano a ridursi grazie alla digitalizzazione e alla riorganizzazione interna avviata col nuovo piano industriale 2026-2029.

Negli ultimi anni Intesa ha investito miliardi nella trasformazione tecnologica, assumendo migliaia di specialisti IT e accelerando su automazione, intelligenza artificiale e piattaforme digitali. Nel trimestre sono partiti nuovi progetti legati all’AI generativa e all’Agentic AI, mentre Isybank ha superato il milione di clienti.

Messina insiste molto su questo punto: il piano punta a un Roe sostenibile del 20% facendo leva proprio sulla crescita delle commissioni e sull’efficienza tecnologica. Tradotto: meno sportelli tradizionali, più consulenza ad alto margine e sempre più tecnologia.

La banca dei dividendi

Se c’è un terreno su cui Intesa continua a dominare in Europa è però quello della remunerazione degli azionisti. Nel solo primo trimestre il gruppo ha già maturato 2,6 miliardi destinati ai soci, di cui 2,1 miliardi sotto forma di dividendi.

A questi si aggiungono i 3,3 miliardi del saldo dividendo 2025 in pagamento a maggio e il buyback da 2,3 miliardi previsto da luglio. Complessivamente nel 2026 la banca conta di restituire circa 9,4 miliardi agli azionisti.

Un messaggio chiarissimo anche al mercato: mentre altri istituti inseguono fusioni e scalate, Ca’ de Sass continua a privilegiare la crescita interna e la distribuzione di capitale.

Zero Npl e Russia quasi azzerata

Sul fronte patrimoniale la banca continua a esibire numeri da primo della classe. Il Cet1 resta al 13%, ben sopra i requisiti regolamentari, mentre il costo del rischio si mantiene a 16 punti base.

Intesa rivendica, inoltre, lo status di banca “zero Npl”: i crediti deteriorati netti valgono appena lo 0,8% del totale secondo la metodologia Eba e le sofferenze nette sono ormai ridotte a circa 800 milioni.

Anche il dossier Russia, che per anni ha rappresentato un’incognita per molte banche europee, viene ormai descritto come “vicino allo zero”.

Il convitato di pietra del risiko

Ma è inevitabilmente il risiko bancario a fare da sfondo a questa trimestrale. Perché il convitato di pietra del consolidamento italiano resta proprio Intesa Sanpaolo. Negli ultimi vent’anni il gruppo nato sull’asse Torino-Milano ha costruito una leadership quasi inattaccabile attraverso acquisizioni indovinate e una crescita costante che gli ha consentito di raggiungere quote di mercato comprese tra il 20 e il 25% praticamente in ogni segmento della finanza italiana.

Mentre Unicredit era impegnata a smaltire gli effetti delle sue avventure estere e le banche medie restavano confinate a dimensioni regionali, Carlo Magno consolidava il proprio impero. Ma dal 2024 lo scenario è cambiato: Banco Bpm, Mps, Bper e la stessa Unicredit hanno ripreso a muoversi, cercando massa critica e nuove attività. E sullo sfondo incombe sempre Generali.

Il Leone e le condizioni

È lì che si trova il grande tesoro del risparmio italiano: circa 800 miliardi di masse che, sommati agli oltre 1.400 miliardi di Intesa, proietterebbero il gruppo nell’Olimpo europeo del wealth management, avvicinandolo ai giganti come Ubs, Crédit Agricole-Amundi e Bnp Paribas.

Messina, però, continua ufficialmente a tenersi lontano dalla partita. O almeno così racconta. Negli ultimi mesi il banchiere ha disseminato una serie di paletti che somigliano molto a condizioni: niente quote di minoranza, niente alleanze ibride, solo operazioni con pieno controllo industriale. E soprattutto attenzione ai vincoli antitrust, che in caso di nozze con Trieste imporrebbero cessioni pesanti tra Banca Generali, Alleanza e altri pezzi rilevanti.

Liaison con Palazzo Chigi

In pubblico il numero uno di Intesa continua a ripetere che «la crescita organica resta la priorità». Ma chi conosce bene gli equilibri del sistema bancario sa che, in caso di “chiamata di sistema”, i ragionamenti potrebbero cambiare rapidamente. Perché tra Palazzo Chigi e Ca’ de Sass i rapporti sono storicamente solidi. A Roma Intesa viene percepita come la banca più allineata agli interessi del sistema-Paese, molto più dell’Unicredit di Andrea Orcel, che negli ultimi anni ha spesso incrociato i ferri col governo su Mps, Banco Bpm e altri dossier sensibili.

Ed è difficile immaginare che l’esecutivo Meloni possa affrontare il futuro di Generali senza coinvolgere Carlo V. Che poi il triangolo tra Intesa, Leone e governo possa davvero funzionare è un’altra storia. Nel frattempo, però, Messina continua a fare il Messina: utili record, dividendi faraonici, rischio ridotto ai minimi e una banca che, nel pieno della tempesta del risiko, continua a macinare profitti senza perdere il controllo del proprio impero.

print_icon