SPETTRO PANDEMIA

Virus della nave, quel caso di Torino. Di Perri: "Attenzione, ma niente psicosi"

Ventiquattro anni fa all'Amedeo di Savoia un paziente infettato da Hantavirus. Il focolaio sull'imbarcazione da crociera continua ad allarmare. L'infettivologo: "Meno complicato rispetto al Covid isolare i casi". Il Piemonte prepara il nuovo piano pandemico

Ventiquattro anni fa, all’ospedale Amedeo di Savoia di Torino venne accertato un caso di Hantavirus. In quella circostanza il paziente, colpito da gravi problemi respiratori, venne curato e riuscì a salvarsi. Difficile risalire oggi all’origine di quell’infezione, di cui nell’ospedale di riferimento per le malattie infettive non si ricordavano precedenti e dove, da allora, non si sarebbero più presentati casi analoghi: pazienti colpiti dal virus riemerso ora nel mezzo dell’Atlantico, sulla nave da crociera olandese Hondius, con 147 passeggeri a bordo e 23 membri dell’equipaggio.

Un focolaio che ha provocato finora tre decessi sugli otto casi riscontrati ma che, visto il lungo periodo di incubazione – fino a sei settimane – tiene il mondo in apprensione con l’incubo di una nuova pandemia.

Un incubo motivato, professor Di Perri? Quanto ci deve preoccupare questo virus? “Non più dei limiti di diffusione che sono molto minori rispetto a quelli del Covid, che abbiamo ben conosciuto e affrontato”.

Giovanni Di Perri, infettivologo, da anni alla guida dell’Amedeo di Savoia e direttore della Clinica di malattie infettive dell’Università di Torino, consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità e figura competente, rassicurante e ascoltata nella lunga stagione del Covid. Fu lui a porgere per primo il braccio all’arrivo dei vaccini, il 27 dicembre 2020.

Il timore di un ritorno a quei giorni, dunque, non è giustificato?
“Direi che attenzione, vigilanza e, ovviamente, la non sottovalutazione siano d’obbligo, ma la situazione è molto diversa. Questo ceppo andino sarebbe l’unico degli Hantavirus che pare trasmettersi anche da uomo a uomo, peraltro con una certa difficoltà. È in Argentina che si registrano più casi al mondo e il virus è veicolato dalle feci e dalle urine dei roditori che, essiccandosi, si disperdono nell’aria. L’infezione può derivare anche da un morso dell’animale. Proprio poco fa leggevo un dispaccio di un mio collega argentino che evidenziava un aumento delle infezioni, soprattutto in un’area del Paese a nord dove in passato non si registravano casi, al contrario della parte meridionale, quella di Ushuaia, proprio dove sarebbero state infettate le prime vittime tra i passeggeri della nave”.

Che particolarità presenta la trasmissione di questo Hantavirus? È molto diffusivo?
“Si trasmette soprattutto per via aerea ma, al contrario del Covid, dove il passaggio poteva avvenire anche nel periodo di incubazione, per questo virus è necessario che chi lo trasmette sia già malato di polmonite. Il fatto che sulla nave si siano registrati pochi casi è proprio legato a questo”.

Quindi le misure di prevenzione sono meno complicate?
“Certamente. Nell’eventualità di un caso è possibile circoscrivere più facilmente i contatti”.

Però la letalità è elevata.
“Questo sì: da un terzo fino a due terzi dei casi”.

Ieri un caso sospetto che riguardava una hostess della Klm si è rivelato un falso allarme, e gli esperti dell’Oms riuniti a Ginevra hanno precisato che “non è come il Covid” e che al momento non si prevede né una grande epidemia né una pandemia. Il focolaio viene considerato una grave situazione sanitaria che richiede cautela, ma resta perlopiù contenuto e il rischio per la popolazione generale viene giudicato basso. Tuttavia, quali sono le misure alle quali voi vi state preparando?
“Un soggetto sintomatico proveniente da un’area a rischio viene isolato e si cerca di ricostruire il più possibile la situazione”.

Pare che non vi siano cure specifiche. È vero?
“In letteratura c’è qualcosa e, su alcuni ceppi, funzionerebbe la ribavirina, ma per il resto c’è poco. Si tratta di infezioni molto rare e marginali, che non motivano grandi investimenti da parte delle industrie farmaceutiche”.

Professor Di Perri, questo caso della nave arriva proprio nei giorni in cui in Italia si sta varando il nuovo piano pandemico nazionale, sulle cui linee guida ciascuna regione dovrà predisporre il proprio. Cosa cambia?
“È un piano non più dedicato alla sola influenza, con particolare attenzione all’aviaria. Ora è riferito a tutte le infezioni respiratorie virali, compreso naturalmente il Covid in tutte le sue varianti”.

A livello regionale come state agendo in Piemonte?
“Partendo da una premessa importante: non tutte le regioni sono uguali. La nostra è tra le prime per numero di popolazione anziana e questo, insieme a strutture ospedaliere non proprio moderne nella maggior parte dei casi, rappresenta un elemento da considerare. Il lavoro, comunque, non si è mai interrotto a prescindere dal nuovo piano: monitoriamo le scorte dei dispositivi di protezione e di tutto ciò che può essere necessario e abbiamo procedure definite nel caso si renda necessario aumentare i posti letto”.

C’è qualcosa da migliorare?
“Sì. Penso alla sorveglianza con i medici sentinella e ad altri metodi di rilevazione e controllo, senza trascurare affatto l’analisi delle acque reflue, che si è rivelata, a partire dal periodo del Covid, un ottimo strumento di sorveglianza epidemiologica”.

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