SACRO & PROFANO

Un anno da Leone: il papa sfuggente

C'è chi, come il vescovo di Pinerolo Olivero, ne sottolinea la continuità con Francesco e chi evidenzia le rotture. In verità, saranno le prossime sfide a definire l'impronta del pontificato. A Torino dopo la fase "sinodale" torna il verticismo

Nella diocesi di Torino, per la prima tornata di trasferimenti dei parroci si era tentata la via sinodale: coinvolgimento delle comunità, avvisate dei cambiamenti con mesi di anticipo in assemblee aperte, dialogo a tutto campo, aperture e ampi sorrisi. Il risultato si rivelò un vero boomerang, con i fedeli – sempre naturalmente giudicati «immaturi» – spesso infuriati o quantomeno critici, anche perché le loro ragioni non furono in alcun modo ascoltate e le lettere inviate al cardinale Roberto Repole non ebbero risposta, se non quelle in fotocopia prodotte da Roberto Beda, il “Venerabile” segretario, o dal ghostwriter episcopale Alberto Riccadonna.

Emblematici furono gli incontri nelle parrocchie di Maria Madre della Chiesa e di San Pier Giorgio Frassati, dove uno smarrito don Mario Aversano non sapeva letteralmente che pesci prendere né come rispondere a chi chiedeva ragione dell’estromissione dei Padri del Verbo Incarnato.

Così si è ritornati all’antico: massimo vincolo di segretezza imposto ai trasferiti e ai trasferendi, con obbligo di non fare alcun accenno ai parrocchiani, neppure ai più fidati. Tutto sarà calato dall’alto e repentinamente, a cose fatte, con i soliti pistolotti sulla fine della cristianità e sul «ripensamento della presenza cristiana sul territorio». L’alleanza psico-affettiva ha imparato la lezione e così si comprendono bene i silenzi o le oscure circonlocuzioni dell’arcivescovo quando viene interrogato sulla sinodalità. Tanto riserbo, però, se non funziona in Vaticano, figuriamoci nelle diocesi. Molti tasselli non sono ancora andati a posto e svelarne il contenuto sarebbe inopportuno e dannoso.

Il ruggito gentile di Leone

Il pontificato di Leone XIV compie un anno e, senza alcuna pretesa di esaustività, se ne può tracciare un primo e molto approssimativo bilancio. Intervistato in proposito, il vescovo di Pinerolo, monsignor Derio Olivero, ha affermato che, a dispetto degli «indietristi», se si vanno a vedere i discorsi di papa Prevost, essi sarebbero in continuità con il pontificato precedente. A parte il tono e lo stile, molti di essi si distinguono anche nei contenuti rispetto a Francesco; ma, per valutare attentamente la discontinuità con il predecessore, i fatti valgono molto più dei documenti e delle parole, sempre comunque caute e misurate.

Intanto è stata subito smontata la Curia privata e parallela del circuito di Santa Marta; il papa è ritornato al Palazzo Apostolico e pure a Castel Gandolfo; è stata ripristinata la legalità delle procedure, di cui si era fatto strame; la Segreteria di Stato è stata riattivata nelle sue funzioni e così pure il lavoro dei Dicasteri ha ripreso il suo ritmo normale, che in precedenza era alterato da continue delegittimazioni dei vertici ad essi preposti. A Roma il clima che si respira non è più quello della dittatura sudamericana, fatta di continue eccezioni alla norma e di una spasmodica ricerca del consenso dei media dominanti, ma quello della libertà nelle regole. Anche le nomine dei vescovi seguono nuovamente le procedure che Francesco snobbava allegramente. Insomma, si sta attuando ciò che Micromega ha definito – ovviamente deprecandolo – un «ritorno all’ordine».

Leone XIV ha preso come motto e programma del suo pontificato la frase In illo uno unum, tratta da un sermone di sant’Agostino, che significa «Nell’unico Cristo siamo uno», a simboleggiare la costante ricerca dell’unità della Chiesa, che il suo predecessore ha lasciato profondamente divisa.

Due sono le vere sfide che Leone XIV avrà tra breve davanti e che orienteranno un giudizio su di lui: una proveniente dalla Fraternità San Pio X (FSSPX), che ha annunciato l’intenzione di consacrare nuovi vescovi senza mandato pontificio, perpetrando così un vero scisma; l’altra dalla Conferenza episcopale tedesca che, oltre alla questione delle benedizioni omosessuali, ha coerentemente – e fin dal 2020 – l’obiettivo di estendere alla Chiesa universale le decisioni «vincolanti» del suo «sinodo permanente», tra le quali l’ordinazione ministeriale delle donne. Se così avvenisse, l’esempio tedesco potrebbe estendersi ad altri episcopati, ponendo il papa – che già si è espresso contro tale ipotesi, come pure fece Francesco – in una posizione quasi minoritaria.

Sulla carta i due casi sono diversi, sia canonicamente sia teologicamente; tuttavia, il trattamento riservato ai due gruppi inviterà sicuramente a fare confronti, perché essi coinvolgono forze centrifughe opposte all’interno della Chiesa: la gerarchia progressista tedesca e i tradizionalisti della FSSPX. Costanti e vigorosi sono poi gli inviti di Leone alla pace, anche replicando con franchezza alle insolenti e assurde accuse di Donald Trump.

Vescovi arcobaleno

Sempre più vescovi partecipano alle numerose veglie lgbt «per il superamento dell’omotransfobia» e sono almeno 23 le diocesi coinvolte, insieme a varie associazioni cattoliche, mentre ben 47 sono gli eventi promossi dalle organizzazioni di “cristiani lgbt” che si tengono in chiese, oratori e monasteri, anche a Torino e a Cuneo. La Chiesa non ha mai detto – né nessun buon cattolico direbbe mai – che una persona debba essere ferita o discriminata ingiustamente perché ha tendenze omosessuali (CCC nn. 2357-2359) o altre caratteristiche ancora: piuttosto insegna ad accogliere sempre il peccatore, ma non il peccato. Distinguo che manca completamente nel Documento di sintesi del Cammino sinodale della Cei, dove, in sostanza, i vescovi sposano l’agenda lgbt nel solco di una rilettura radicale della Sacra Scrittura e dove non si accenna mai alla necessità della conversione e della castità.

Dietro a tutto ciò vi è la teoria teologica rahneriana dell’«opzione fondamentale»: l’idea che, se in fondo al cuore sei una «brava persona» orientata verso Dio, il singolo peccato – per quanto grave – sia solo una trascurabile sbavatura in un quadro comunque accettabile. Siamo alla morte del peccato mortale, perché se non esiste un atto così grave da rompere l’amicizia con Dio, in quanto tutto è mediato da buone intenzioni o contesti difficili, allora la morale diventa una produzione casuistica infinita.

Ciò che è peccato a Roma diventa una «sfida pastorale» a Monaco e un «cammino di crescita» a Torino, assimilando i confessori ai dottori della legge. Se la salvezza dipende da una vaga intenzione di bene e non dalla conformità alla Verità che è Cristo, allora la Croce è un tragico equivoco e i Comandamenti semplici suggerimenti per chi non ha nulla di meglio da fare. Il cattolicesimo dice però che solo la Verità rende liberi. Tutto il resto è marketing della consolazione.

Benedetta Messa antica

In questi giorni l’abate primate della Confederazione Benedettina, dom Jeremias Schröder, ha dichiarato che nei suoi monasteri vi è una convivenza pacifica tra il Novus Ordo e il Vetus Ordo. Tale affermazione ha avuto un effetto dirompente, tanto da costringere alcuni liturgisti ideologizzati a scandalizzarsi e a svilire l’intervento di un monaco che però, oltre a essere primate, è anche Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo.

Infatti, per essi – tra cui Andrea Grillo – che sono i veri responsabili della guerra liturgica in atto nella Chiesa e che sono arrivati al punto di vagheggiare ecclesiologici «permessi di soggiorno» per i seguaci della Messa antica, il timore che Leone XIV possa fare qualche apertura è motivo di autentico terrore. In questo contesto ha sorpreso non poco la presa di posizione di Enzo Bianchi che, su Vita Pastorale, ha scritto un interessante articolo sul tema della pacificazione liturgica nella Chiesa, mostrando una comprensione della realtà e auspicando una rilettura coerente dei principali punti di divisione in materia liturgica. Ne parleremo domenica prossima.

La Parigi-Chartres de noantri

A questo proposito, seguendo l’esempio di quanto avviene in altri Paesi – in particolare in Francia, Spagna e Argentina – si è svolto dal 25 al 27 aprile il primo pellegrinaggio italiano di Nostra Signora della Cristianità, da Roma a Subiaco. Iniziato con una Messa solenne nella basilica di Santa Maria Maggiore, il pellegrinaggio si è messo in marcia raggiungendo la via Appia fino al santuario della Madonna del Buon Consiglio di Genazzano, per arrivare poi a Subiaco con la Messa finale secondo l’usus antiquior nella chiesa abbaziale di Santa Scolastica.

Erano presenti molti giovani e sacerdoti provenienti da tutta Italia, che recavano i tradizionali stendardi, e chi vi ha partecipato ha fatto l’esperienza di una piccola Parigi-Chartres, il pellegrinaggio di Pentecoste che ormai ha raggiunto i trentamila partecipanti. Per il prossimo anno anche i giovani irlandesi lanceranno il loro pellegrinaggio annuale, che marcerà da Dublino al Sanctuary of Our Lady di Knock. Il seme è gettato e, Deo adiuvante, non mancherà di crescere.

print_icon