Zangrillo verso la riconferma, Cirio disinnesca i congressi
07:00 Lunedì 11 Maggio 2026Da vicesegretario di Forza Italia il governatore porta avanti la linea della famiglia Berlusconi: assise solo dove gli equilibri sono sotto controllo. In Piemonte accordo sulla permanenza del ministro, nonostante qualche malumore. Ma il partito non cresce, anzi cala
Se non fosse una delle citazioni più abusate della politica italiana, verrebbe da scomodare Tancredi del Gattopardo: in Forza Italia si cambia abbastanza perché nulla cambi davvero. Anche in Piemonte, dove l’intesa per la riconferma di Paolo Zangrillo è ormai sostanzialmente definita, nonostante malumori mai del tutto sopiti e vecchie ruggini rimaste sotto traccia.
Così “Zangrullo” – nomignolo velenosetto nato anni fa da un refuso della Busiarda e subito adottato con entusiasmo dal sottobosco azzurro – si prepara a incassare un mandato pieno. Un risultato tutt’altro che scontato per chi, raccontano alcuni berluscones della prima ora, nel 2018 sarebbe planato sulla tolda di comando di un partito del quale “non aveva nemmeno la tessera”, sospinto dai buoni uffici del fratello Alberto, storico medico personale di Silvio Berlusconi.
Eppure oggi il ministro della Pubblica amministrazione si ritrova blindato. Anche perché il collega di governo Gilberto Pichetto, che non ha mai dimenticato il trattamento ricevuto alle ultime Politiche quando venne spedito in un collegio ad altissimo rischio, ha dovuto ingoiare il rospo. I mal di pancia restano, eccome, ma si fa di necessità virtù.
Cirio arbitro e notaio
In fondo ad Alberto Cirio importa relativamente poco chi sieda sulla poltrona di coordinatore a casa sua. Il presidente del Piemonte, forte della doppia veste di governatore e vicesegretario nazionale, gode di un consenso talmente largo da potersi permettere di guardare con distacco le schermaglie locali. Il suo vero obiettivo è un altro: portare a termine la macchina congressuale nazionale senza far saltare il banco. E consolidare la scalata ai vertici romani.
Ed è esattamente ciò che sta facendo. Entro l’estate, potrà rivendicare di aver accompagnato alle assise tra le dieci e le dodici regioni, riconfermando nella maggior parte dei casi i coordinatori uscenti. Una gigantesca operazione di conservazione controllata, benedetta direttamente da Antonio Tajani e soprattutto da Marina Berlusconi.
Persino la Lombardia, storicamente minata da rivalità e correnti, è stata ricondotta all’ordine grazie alla proverbiale capacità di mediazione del governatore piemontese. Cirio è riuscito a costruire il ticket dei due “Alessandri”: Alessandro Sorte, bergamasco di Treviglio e fedelissimo di Marta Fascina, la moglie morganatica del Cav. e Alessandro Cattaneo, ex sindaco di Pavia, eterna giovane promessa, oggi punto di riferimento della cosiddetta “minoranza” interna che fa capo a Licia Ronzulli – la storica infermiera-badante del sovrano di Arcore – e a Giorgio Mulè. Una pace armata, ma pur sempre pace.
Unità non unanimismo
Il mantra che Cirio ripete da settimane ai gruppi dirigenti locali lungo tutta la penisola è semplice: “Non confondiamo unità con unanimità o peggio unanimismo”. Insomma, un po’ di dialettica non guasta e persino una dose omeopatica di conflitto è considerata fisiologica, quasi salutare. A patto, però, che non degeneri fino a incrinare gli equilibri generali del partito.
Per questo si andrà avanti con i congressi laddove esistano condizioni minime di tenuta. Marche, Umbria, Veneto e Calabria procederanno spedite, al seguito della Valle d’Aosta che ha fatto da apripista. Nelle Marche, però, il clima resta tesissimo. Venerdì prossimo, a Macerata, si terrà il congresso con il deputato e attuale commissario Francesco Battistoni candidato unico, ma le proteste delle varie province non si sono affatto sopite. I dirigenti locali contestano tempi stretti, metodo imposto dall’alto e una rappresentanza territoriale considerata insufficiente. Solo che da Cirio sarebbero arrivate ampie rassicurazioni: chi oggi mugugna potrebbe trovare adeguato spazio nelle liste delle prossime Politiche. E in Forza Italia, si sa, le liste valgono più di qualsiasi documento congressuale.
Diverso il discorso per i territori ad alta infiammabilità. Campania (dove continua la rivolta contro il ras Fulvio Martusciello), Puglia (in cui il commissario Mauro D’Attis è contestato dai consiglieri regionali) e Basilicata verranno prudentemente rinviate all’autunno. In quest’ultima regione resta agguerritissimo il fronte ostile alla “forestiera” Maria Elisabetta Alberti Casellati vien dal mare – come la sfottono i più caustici dirigenti lucani ricordandone le origini padovane – con una parte del partito che rivendica un segretario autenticamente espressione del territorio e mal digerisce imposizioni calate da Roma.
Il vero baricentro
Da mesi, però, nel partito tutti hanno capito dove si trovi il vero centro di gravità. Da quando Marina Berlusconi ha deciso di prendere di petto l’asset più deficitario del gruppo, aprendo le personali consultazioni nella sua casa di corso Venezia e iniziando a pretendere un cambio di rotta, la situazione interna si è sostanzialmente cristallizzata.
La Cavaliera ha già imposto due segnali chiarissimi: il cambio dei capigruppo parlamentari – Stefania Craxi al posto di Maurizio Gasparri al Senato ed Enrico Costa in sostituzione di Paolo Barelli alla Camera – e soprattutto una sorta di commissariamento sulla futura composizione delle liste elettorali. Con la “porchetta magica” ormai drasticamente ridimensionata, il potere reale deriva da un elemento assai meno folkloristico: i circa 90 milioni di debiti del partito garantiti dalle fideiussioni della famiglia Berlusconi. In altre parole, chi paga decide. E a dare le carte saranno Marina e Pier Silvio. Anche in questo un ritorno alle origini.
Per questo la linea impartita ai dirigenti è rigidissima: evitare frizioni distruttive, scongiurare che nascano fazioni, impedire che qualcuno utilizzi i Berlusconi come sponda contro Tajani e soprattutto non delegittimare il segretario nazionale. Anche perché, al netto delle ambizioni e delle manovre sotterranee, alternative immediatamente praticabili non ce ne sono. Nel 2027, salvo terremoti politici oggi difficili da immaginare, sarà ancora Tajani il volto con cui Forza Italia si presenterà alle urne. colpi bassi e guerriglie interne: Tajani è già un leader fragile di suo e trascinarlo verso le Politiche ulteriormente logorato da faide domestiche sarebbe un suicidio politico che nessuno, nel partito, può permettersi.
A confermarlo pubblicamente, del resto, è stato lo stesso Zangrillo, non esattamente annoverato tra i più ferventi custodi della leadership tajanea. “Quando la incontro, Marina Berlusconi mi racconta come vede il contesto politico e mi parla molto bene di Tajani, mi dice sempre che va sostenuto, che è il nostro leader, gli è riconoscente per aver fatto sopravvivere Forza Italia alla morte del Cavaliere”, ha rivelato qualche giorno fa a “Un giorno da pecora”.
Guardare oltre Meloni
Nel frattempo Forza Italia prova a ridefinire il proprio profilo. Più liberale, meno appiattito su Giorgia Meloni, più desideroso di ritagliarsi spazi autonomi. Non si tratta ancora di una linea ufficiale, ma nelle aree più vicine alla famiglia Berlusconi cresce l’idea che il futuro possa richiedere geometrie più elastiche.
Lo scenario evocato nei conciliaboli è quello di un Parlamento frammentato, senza vincitori netti, dove gli azzurri potrebbero tentare di giocare una carta riformista più ampia e trasversale. Per ora sono soltanto ragionamenti sottotraccia, ma sufficienti a spiegare perché Forza Italia appaia sempre meno incline a un allineamento automatico con Fratelli d’Italia e Lega. Resta però un problema gigantesco: i numeri.
Il miraggio del 20%
Quel famoso 20% evocato da Tajani, al momento, in Forza Italia lo si continua a vedere col binocolo. Anche perché i sondaggi, più che raccontare una rincorsa, descrivono da mesi un partito inchiodato tra il 7 e l’8%, con qualche flessione recente. Eppure, il merluzzone ciociaro continua a ripetere lo stesso refrain. “Forza Italia cresce perché siamo credibili, affidabili perché siamo seri”, assicurava solo pochi mesi fa, spiegando che il partito avrebbe dovuto occupare “lo spazio fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein”. Già nell’ottobre 2023, chiudendo la tre giorni di Paestum aperta dal “B day” dedicato alla memoria del Cavaliere, Tajani prometteva: “Sono convinto che tra uno, due anni arriveremo al 20%”. See, campa cavallo.
C’erano i ricordi dei tempi d’oro del berlusconismo, i fuochi d’artificio, la nostalgia trasformata in liturgia. Oggi, invece, il partito appare molto più simile a una holding in amministrazione vigilata: poche scosse, molto controllo, zero avventure. E soprattutto una regola ferrea: cambiare il minimo indispensabile per conservare tutto il possibile.



