ECONOMIA DOMESTICA

"Entro fine anno le regole del nuovo nucleare". La missione atomica di Pichetto

Il ministro dell'Ambiente accelera sulla legge delega: decreti attuativi e quadro normativo pronto per gli investimenti. Competitività industriale legata al costo dell'energia. La crisi di Hormuz, i timori sui prezzi e la partita europea della Germania.

Altro che linguaggio felpato e understatement paludato. Gilberto Pichetto Fratin sale sul palco di Futuro Direzione Nord, nella sede di Assolombarda, e trasforma il ritorno al nucleare in una questione quasi personale. Non solo un dossier ministeriale, non una delle riforme sul tavolo di Palazzo Chigi, ma una “sfida personale”. Insomma, l’ex omino coi baffi del Carosello berlusconiano memoria oggi prova a vestirsi da architetto della rinascita atomica italiana, con il casco del tecnico e il lessico del patriota industriale: meno slogan ambientalisti, più kilowatt e competitività.

“È diventata una mia sfida personale e non solo di Governo – ha spiegato il ministro dell’Ambiente –, lo sento come dovere confronti degli italiani e dei giovani, perché o noi diamo a questo Paese le condizioni per poter competere a livello europeo e mondiale, o altrimenti quella ricchezza che noi abbiamo, in particolare in questa città che è simbolo del motore del Paese, e che ci hanno trasferito i nostri nonni e padri, o non riusciamo a trasferirla ai nostri figli e ai nostri nipoti”.

Il politico biellese sa perfettamente che il tema resta una mina vagante: basta pronunciare la parola nucleare perché nel Paese riaffiorino referendum, paure e decenni di rimozioni politiche. Per decenni il nucleare è stato il tabù perfetto della politica italiana: evocato nei salotti industriali, sepolto nelle campagne elettorali. Adesso il governo Meloni prova invece a trasformarlo nel pilastro della nuova politica energetica. E Pichetto si candida a metterci la firma.

Il calendario

Il cronoprogramma che il ministro snocciola a Milano somiglia a una corsa contro il tempo. O forse contro la storia italiana, che sul nucleare ha accumulato più frenate che centrali: “Fine maggio alla Camera, massimo fine luglio in Senato, fine estate in Parlamento”. Poi scatterà la delega al governo per i decreti attuativi. L’obiettivo dichiarato è uno solo: “arrivare entro fine anno ad avere tutte le norme attuative perché questo Paese abbia il quadro giuridico per le scelte di investimento sul nuovo nucleare”.

Il punto politico è esattamente questo. Palazzo Chigi vuole consegnare agli investitori – italiani e stranieri – un quadro normativo stabile prima che il costo dell’energia continui a divorare competitività industriale. Perché mentre Roma discute, le fabbriche fanno i conti con bollette che in molti settori valgono ormai più del costo del lavoro.

La lezione francese

Pichetto usa la clava dei numeri. E sceglie due Paesi che per il Nord produttivo sono insieme modello e incubo: Francia e Spagna: “hanno l’energia a metà prezzo, a volte anche meno, ma per una semplice ragione: oltre il 90% sul fronte dell’energia elettrica è nucleare”.

Qui sta il vero asse del ragionamento del governo: l’atomo viene tolto dal terreno delle battaglie ideologiche e riportato dentro i bilanci delle imprese, tra costi di produzione, margini industriali e concorrenza internazionale. Energia meno cara uguale imprese più competitive. E Milano, non a caso, è il luogo scelto per il messaggio: la capitale economica dove ogni centesimo sul costo energetico pesa su acciaio, chimica, automotive e manifattura.

Il ministro insiste anche su un punto che il governo considera strategico: l’Italia non partirebbe da zero. “Noi siamo la seconda manifatturiera di materiale nucleare in Europa, guidiamo Iter, il più il più grande centro per la fusione, e siamo i secondi solo perché il mattone è in Francia, sennò saremmo anche al primo posto”. Una rivendicazione quasi identitaria. Come dire: il Paese che ha rinunciato alle centrali continua però a costruire pezzi dell’industria nucleare europea. Una specie di paradosso energetico all’italiana.

Berlino, il convitato di pietra

Dietro il ragionamento di Pichetto si intravede anche un altro timore, molto concreto: perdere il passo della Germania. O peggio, restarne schiacciati.Una norma che ho previsto per il decreto bollette, che è in discussione alla Comunità Europea, che potrebbe avere un effetto, che ci parificherebbe alla Germania”.Il ministro lo dice apertamente: “Noi non possiamo staccarci dalla Germania per il prezzo dell’energia, perché è una questione di competitività, la Germania è partner e competitor”.

È il vecchio riflesso del capitalismo del Nord Italia: guardare a Berlino come locomotiva, ma anche come avversario diretto. Se il differenziale energetico continua ad allargarsi, il rischio è che le produzioni scivolino altrove insieme agli investimenti.

Hormuz, Doha e il mercato

Poi il discorso si sposta sul fronte geopolitico. E lì il tono cambia. Meno ambizione industriale, più realismo. Pichetto descrive uno scenario ancora instabile dopo la crisi nello Stretto di Hormuz: “C’è una speranza che è quella che si arrivi alla pace e si riapra Hormuz, e ci vorrà qualche mese prima di arrivare a ripristinare le condizioni di prima”.

Il ministro cita anche Doha e i danni agli impianti di liquefazione: “Se teniamo conto che a Doha c’è uno dei più grandi impianti di liquefazione ed è stato bombardato in alcune parti, lo ha fatto l’Iran in modo chirurgico, e ci vorrà minimo un anno per renderlo nuovamente operativo”.

Il quadro è quello di un mercato energetico destinato a restare instabile ancora a lungo, con inevitabili ricadute sui prezzi. “Per un po' di tempo ci sarà uno squilibrio del mercato sull’offerta, che porta alle conseguenze sui prezzi. Essendo legati noi ai prezzi internazionali non possiamo incidere oltre”. In sostanza, il governo può tamponare, non governare il mercato.

L’inverno senza allarme

Su un punto, però, Pichetto prova a rassicurare. Gli stoccaggi. “Abbiamo avuto fortuna, non era più così freddo da accendere ancora le stufe o troppo caldo da accendere i condizionatori, quindi abbiamo potuto pompare”.

Dietro la battuta meteorologica c’è il sollievo di un esecutivo che teme soprattutto un inverno con prezzi fuori controllo e scorte insufficienti. Per ora gli impianti di accumulo reggono. Ma il ministro evita accuratamente qualsiasi trionfalismo.

Il carburante e il Golfo

Infine, il capitolo raffinazione. Tema meno mediatico, ma tutt’altro che secondario. “Siamo uno dei paesi che per quanto riguarda il cherosene aereo abbiamo discrete capacità di raffinazione”. Però l’equilibrio resta appeso alla situazione nel Golfo Persico: “Si tratta di capire se si riapre il Golfo Persico, grande produttore di cherosene aereo, oppure si va su quello americano, che ha caratteristiche diverse”.

Anche qui il sottotesto è chiaro: l’energia non è più soltanto una questione di bollette domestiche. È politica industriale, geopolitica e persino sicurezza strategica. E il governo vuole convincere il Paese che il ritorno dell’atomo sia la condizione necessaria per restare agganciati alle grandi economie europee e tornare a giocare una partita industriale da protagonisti.

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