"Cuore" operaio, testa all'indietro
Claudio Chiarle 06:00 Mercoledì 13 Maggio 2026
“L’ultimo operaio” di Niccolò Zancan, da sindacalista quale rimango, lo considero un libro con la testa rivolta all’indietro. Non lo consiglierei a chi vuole intraprendere il percorso della rappresentanza dei lavoratori. È un libro retrò, nostalgico, malinconico, a tratti persino struggente nelle storie personali che racconta. Ma resta pur sempre una narrazione e, come ogni narrazione, non rappresenta la realtà: adatta la realtà alla narrazione.
Intanto, gli operai a Mirafiori ci sono ancora. Resistono e arrivano persino alcune centinaia di assunzioni legate al ricambio generazionale, come chiede il sindacato. Certo, dal punto di vista emotivo quella raccontata è una storia commovente, però, sindacalmente parlando, è una vicenda di parte: di una piccola parte, quella componente della Fiom che spesso è minoritaria persino dentro la stessa Fiom. Da questa angolatura, la narrazione finisce inevitabilmente per deformare la realtà. Romanticismo radicale e antagonismo sindacale, ma non la vita di Mirafiori nella sua globalità. Solo una sua porzione.
La complessità di Mirafiori è ampia, contraddittoria: la fabbrica è amata e odiata al tempo stesso. Una complessità che andrebbe approfondita, non liquidata con leggerezza o trascurata. Anche l’analisi politica e sindacale del libro resta spesso imprigionata nei luoghi comuni, talvolta persino della sinistra, sconfinando nella superficialità o nel qualunquismo. In questo senso emblematica è tutta la tiritera sulla cassa integrazione e sui soldi ricevuti da Fiat-FCA-Stellantis dai governi. Peccato che il sindacato, unitariamente, abbia sempre chiesto la cassa integrazione nei momenti di difficoltà del mercato. Uno strumento definitivamente inquadrato nella Legge 223 del 1991 e fortemente sostenuto dalle organizzazioni sindacali perché, in questi decenni, ha salvato migliaia di posti di lavoro. Vale inoltre la pena ricordare che la cassa integrazione, nella maggior parte dei casi, è finanziata dalle imprese e dai lavoratori stessi tramite trattenute specifiche, mentre lo Stato interviene solo parzialmente.
La forza della classe operaia di Mirafiori non dovrebbe essere affidata – e spesso travisata – a ex dirigenti aziendali, come il citato Garuzzo, per spiegare quale dignità e quale forza abbiano avuto e abbiano ancora i lavoratori di Mirafiori. Zancan dovrebbe sapere – o quantomeno dovrebbe saperlo il dirigente aziendale evocato in questo “Cuore” della Fiom di Mirafiori – che gli operai disponibili a fare stabilmente il terzo turno, quello notturno, soprannominati i “pipistrelli”, erano anche tra i più refrattari al sindacato, agli scioperi e alle lotte. Insomma, “ratevoloire”, ma spesso anche “crumiri”, perché la tanto vituperata Fiat-FCA-Stellantis garantiva e garantisce maggiorazioni notturne e festive altissime, capaci quasi di raddoppiare lo stipendio. “Ma tutto questo Alice non lo sa”.
Il vero fil rouge del libro di Zancan non è l’ultimo operaio con la tuta blu – altro mito radical-chic della sinistra borghese, visto che gli operai esistono ancora – bensì il negativismo dilagante, il pessimismo permanente, il “non va mai bene niente”. L’esatto contrario del compito di un sindacalista, che dovrebbe invece offrire una prospettiva alla classe operaia.
Nei primi anni Ottanta, alla Fiat Avio di via Nizza, ho conosciuto sindacalisti tra i più intransigenti, soprattutto della Fiom e del Pci, capaci di criticare duramente l’azienda senza mai denigrarla. Anche perché, dagli accordi del 1971 in poi – poi in parte confluiti nel Contratto Collettivo Specifico di Lavoro (Ccsl) – la Fiat garantiva condizioni più favorevoli rispetto al contratto nazionale: dalle maggiorazioni per i turni a una migliore integrazione salariale nelle malattie lunghe, fino alle cure termali. Dal salario al welfare aziendale.
Il sottotitolo del libro avrebbe potuto essere: “Non va bene niente”. Non andava bene Marchionne, salvo poi rimpiangerlo implicitamente, come si legge a pagina 108, quando i francesi cambiano l’organizzazione del lavoro. Il Wcm, World Class Manufacturing, previsto dal Ccsl e nato con Marchionne, aveva come filosofia quella di lavorare meglio e con meno fatica. Ma quell’area irriducibile della Fiom non accettò mai il Wcm, lo contrastò e alla fine i francesi, con Tavares, lo annacquarono in un cocktail italo-francese. Tavares ha peggiorato le condizioni di lavoro degli operai Stellantis cancellando il Wcm, ma siccome il Wcm era una creatura di Marchionne, per trasformare in vittoria la sconfitta del referendum del gennaio 2011 andava bene persino perdere condizioni migliori per operai e operaie.
Ci sono poi dimenticanze probabilmente non volute. Quando si parla della Bertone – giustamente descritta come un’azienda dove il lavoro era diverso rispetto alla Fiat – si omette però di dire che, pur avendo un altissimo tasso di iscrizione alla Fiom, prevedeva pause di 20 minuti, mentre con il passaggio al Ccsl e a FCA quelle pause salirono a 30 minuti. Dimenticanze, appunto.
C’è però un dato di fondo che la lettura del libro mi ha lasciato addosso, e rattrista: la rappresentazione di un mondo sindacale, di sindacalisti e sindacaliste della Fiom, che esprime soltanto negatività.
Rappresentare i lavoratori non può basarsi su un pessimismo permanente, perché lavoratori e lavoratrici, pur nelle difficoltà, chiedono una prospettiva, una speranza, qualcuno che si impegni ad aiutarli a percorrere la strada del futuro. Del resto, per lungo tempo, la storia della Fiat è stata anche questo. Oggi molto meno, certo, ma il “non va mai bene niente” non è una strategia sindacale utile ai lavoratori. Anzi, questa impostazione – ben evidente nel libro di Zancan – è stata poi sfruttata dai partiti di destra per conquistare consenso nella classe operaia. È la strategia sindacale di Tafazzi.
L’ultimo esempio? Chiedere il ritorno della 500 a Mirafiori e subito dopo sostenere che non basta e che quel modello è già superato. È la politica del rilancio permanente, del “più uno”, che finisce per scontentare tutti e ha contribuito ad allontanare la classe operaia dal sindacato. Tessera Fiom o confederale in tasca per necessità, voto politico a destra nell’urna. Il libro di Zancan, in fondo, conferma questa linea.
Insomma, non è un libro da far leggere nei corsi di formazione sindacale. Naturalmente questa è soltanto l’opinione di un vecchio sindacalista che ha lavorato in Fiat e non solo, che ha fatto i turni, che è stato studente-turnista per due anni pur di conquistarsi un diploma e che, da segretario generale della Fim torinese, ha seguito Fiat-FCA-Stellantis per dodici anni, senza mai cadere nella retorica nostalgica.
Il sindacalista che non sa dare speranza ai lavoratori ha fallito la propria missione. Un giornalista che racconta una storia – cosa diversa dalla realtà – può certamente scrivere un libro di successo, ma non necessariamente rendere un buon servizio alla classe operaia. Del resto, probabilmente, non era questo il suo obiettivo.



