Cirio segue i "consigli di famiglia": prosegue il casting di Forza Italia
14:07 Giovedì 14 Maggio 2026Il governatore piemontese sempre più presente in tv parla da dirigente nazionale tra Trump, nucleare e geopolitica. Ma a colpire sono soprattutto le parole sul ruolo dei Berlusconi. Conferma che il partito-azienda del Cav. è sopravvissuto al fondatore
Prima una comparsata. Poi due. Poi le interviste diventano abitudine, preferibilmente sulle reti Mediaset, su temi sempre meno piemontesi e sempre più nazionali. Alberto Cirio ormai passa con naturalezza dalla sanità regionale allo stretto di Hormuz, da Trump al nucleare, dalla Cina al Tap. Segnale che il governatore è ormai entrato nel casting con cui la famiglia sta cercando nuovi volti per Forza Italia. Un’esposizione calibrata che ricorda molto il vecchio metodo berlusconiano: prima la familiarità televisiva, poi il posizionamento politico.
Stamattina a Mattino Cinque l’ennesima prova di quel talento cerchiobottista che rappresenta la cifra del suo tratto politico. Da una parte ha smentito tensioni interne, dall’altra ha cercato di coniugare continuità e rottura: “Io non credo che sia un disagio, credo che sia una normale evoluzione. Noi siamo vissuti con un leader straordinario, Silvio Berlusconi, che ci ha guidato con una presenza costante, fisica, un riferimento quotidiano. È evidente che dopo Berlusconi sarebbe stato complesso. Abbiamo la fortuna di aver trovato sulla nostra strada un leader come Antonio Tajani, che ha rassicurato non solo il Paese sul fatto che Forza Italia sarebbe stata presente, ma è stato anche un elemento di garanzia all’interno del nostro partito”.
Lunga trenodia
Insomma, per Cirio la transizione post mortem è ancora lunga: “Tutti i partiti crescono, noi cresciamo in equilibrio tra un partito che vuole avere un radicamento democratico territoriale e un riferimento sempre ai valori di quel nome straordinario che abbiamo nel simbolo. E il riferimento evidentemente passa anche attraverso i consigli della famiglia, che sono consigli sempre molto discreti, ma sempre molto preziosi, perché ci aiutano a tenere la bussola”.
La famiglia. La bussola. I consigli. Tre parole che raccontano cosa è Forza Italia: non un partito contendibile, non una comunità politica autonoma, ma un asset aziendale del gruppo Berlusconi. Solo che prima il proprietario coincideva col leader e oggi il controllo è passato per via ereditaria. Cirio, probabilmente senza nemmeno rendersene conto, ha detto ad alta voce ciò che tutti sanno e nessuno formula così chiaramente: la linea politica continua a dipendere dalla famiglia che tiene aperti i rubinetti finanziari.
E sarebbe difficile il contrario. Perché Forza Italia non sopravvive grazie al tesseramento, alle feste di partito o a un radicamento territoriale degno di questo nome. Sopravvive perché gli eredi Berlusconi continuano a garantire economicamente la struttura. Le fideiussioni milionarie che tengono in piedi il partito valgono molto più delle mozioni congressuali. E chi mette le firme sulle garanzie inevitabilmente pretende di orientare anche la strategia.
Tutti da Marina
Da qui il grande equivoco di questi mesi: raccontare Marina Berlusconi come una sorta di madre nobile moderata che veglia sugli azzurri. In realtà il suo approccio assomiglia molto più a quello di un azionista che difende il valore dell’asset di famiglia. E infatti il vero terrore a Milano e a Cologno Monzese non è solo perdere voti ma soprattutto quello di perdere peso. Una Forza Italia completamente succube e a rimorchio di Giorgia Meloni diventerebbe irrilevante negli assetti di potere e sarebbe un problema per gli interessi economici, mediatici e finanziari che gravitano attorno alla galassia Fininvest-Mfe.
In questa logica Tajani viene considerato utile ma non sufficiente. Rassicurante, certo. Affidabile sui tavoli internazionali. Garante verso Bruxelles e Quirinale. Però sempre più percepito come figura del passato, di scarso appeal e privo di carisma. Ci fosse ancora Lui, direbbe che gli manca il quid. Ed è qui che entra in scena Cirio. Non perché sia il delfino – categoria che storicamente porta sfortuna – ma perché incarna perfettamente il modello utile alla nuova fase: moderato, presentabile, televisivo, sufficientemente europeista, mai troppo politico. Uno che può stare nei salotti a parlare di Trump e Xi Jinping senza inquietare. Affabile, empatico, a suo agio alle sagre paesane come ai vertici istituzionali, ecumenico quando serve (citofonare a Palazzo civico da Stefano Lo Russo).
Buon senso langhetto
Anche stamattina il governatore sembrava seguire un copione molto preciso. Ha spiegato che Trump “non si è portato 17 diplomatici ma 17 manager”, ha difeso il nucleare “di nuova generazione”, ha rivendicato il Tap prendendo in giro quelli che “si abbracciavano agli ulivi”. Ha collegato la crisi globale “a una stalla di Savigliano”, mostrando quella capacità di provincializzare la geopolitica che piace molto alle tv generaliste.
Tutto molto pragmatico, molto produttivista, molto capitalismo moderato del Nord. In pratica: la Forza Italia che Marina Berlusconi considera ancora utile. Cirio piace perché non è divisivo. Perché non ha il profilo barricadero di certi colonnelli azzurri. Perché riesce a stare nel centrodestra senza sembrare subalterno alla destra sovranista. E soprattutto perché ha un profilo compatibile con il mondo economico e imprenditoriale che guarda con crescente fastidio ad alcune pulsioni meloniane. Da qui anche il ruolo affidatogli nella gestione dei congressi regionali. Dietro il congelamento di molte assise territoriali c’è infatti la linea imposta da Arcore: evitare guerre interne, commissariare i conflitti, impedire che il partito si spacchi tra filo-meloniani e nostalgici dell’autonomia berlusconiana. Una normalizzazione morbida affidata proprio a figure come Cirio.
Consigli discreti
Il paradosso è che mentre Cirio parlava di “radicamento democratico territoriale”, il partito continua a funzionare secondo logiche esattamente opposte. I congressi vengono congelati quando rischiano di produrre conflitti, le leadership vengono accompagnate dall’alto, gli equilibri dipendono dai rapporti con Cologno e persino la selezione dei volti emergenti passa attraverso il sistema televisivo di famiglia. Più che un partito, una governance aziendale con gruppo parlamentare incorporato. Resta una domanda: quanto può essere liberale un partito le cui scelte decisive passano ancora dai “consigli discreti” della famiglia proprietaria?



