Olivero "papabile" per Novara: clero con le dita incrociate
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 17 Maggio 2026Circola il nome del vescovo di Pinerolo per la successione a mons. Brambilla. Una voce che agita sacrestie e curia. L'asse con Zuppi e fantasie di accorpamenti di diocesi. "La fortuna di essere irrilevanti" alla Madia da Enzo Bianchi. Le novità per i riti funebri a Torino
A Novara nei giorni scorsi è circolata una voce che sta gettando nel panico il clero e che si spera vivamente risulti una fake. Il nome che si farebbe per il nuovo vescovo sarebbe – nientedimeno – che quello di monsignor Derio Olivero, traslato da Pinerolo a San Gaudenzio potendo contare sul sostegno e sull’amicizia, fatta di assidue frequentazioni bolognesi, del presidente della Cei, il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi.
Alcuni poi, in vena di fantapolitica ecclesiastica, arrivano ad ipotizzare che in tale prospettiva Pinerolo e i suoi 15 preti diocesani, essendo la diocesi appaltata ai neocatecumenali, sarebbe unita a Torino che a questo punto avrebbe diritto a un secondo ausiliare da attingere, ovviamente, dall’alleanza psico-affettiva. Pare che monsignor Giulio Franco Brambilla sia da giorni in perenne fibrillazione, stretto tra i nomi di Marco Prastaro e di Michele Di Tolve, a cui adesso si aggiunge lo “Sgarbi” di Pinerolo.
Irrilevanti, che fortuna!
Domenica scorsa la Madia di Enzo Bianchi ha avuto come ospite don Armando Matteo, teologo e segretario per la sezione dottrinale del Dicastero della Dottrina della fede, che ha presentato il suo ultimo libro: La fortuna di essere irrilevanti. Trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale nessuno o quasi si apetta nulla, Ed. San Paolo.
Il testo dell’importante personaggio parte come sempre dalla fine della deprecata cristianità che, secondo l’autore, ha avuto al suo centro una fede e una pastorale incentrata «sull’asse della consolazione» e della salvezza delle anime, del sacrificio e del considerare questa terra come una «valle di lacrime»; così l’Atto di Dolore, sono sue parole testuali, «rappresenta oggi, nel suo contenuto, un caso di psichiatria».
Questa prospettiva – intrisa di platonismo – va perciò abbandonata più che in fretta per arrivare invece alla vera missione della Chiesa che è – si indovini un po’ – quella della «umanizzazione dell’epoca del benessere» al fine di superare l’autoreferenzialità e giungere, attraverso a una drastica soppressione delle parrocchie esistenti, a luoghi ove ogni cristiano deve sentirsi parte «del suo infinito interesse per la qualità dell’umano che è in lui». Quindi niente trascendenza e nessuna spiritualità, ma soltanto «vivere una narrazione dell’umano alternativa ispirata a Gesù» incentrata sulla gioia.
Cinque proposte per cambiare
Il testo si presenta comunque interessante e non privo di spunti acuti per quanto riguarda la pars destruens, molto meno circa la pars construens. Così, e non senza ragioni, l’autore illustra le cinque proposte di cambiamento che circolano tra i credenti occidentali e che ritiene del tutto insufficienti.
La prima è quella dell’adattamento al mondo, del bando alla morale, ai sacramenti e alla struttura gerarchica della Chiesa, con apertura illuminata e illimitata all’agenda della secolarizzazione; la seconda è la «Chiesa tutta sinodale» dove però è venuta a mancare la comunità credente verso la quale si dovrebbe recuperare e alimentare il senso di partecipazione; la terza è quella dello snellimento dell’apparato ecclesiale con una rigida dieta della proposta cristiana per dedicarsi ai «ricomincianti» (vedi Francia) che spesso però nascondono un «narcisistico innamoramento di se stessi, che cerca il divino ma non Dio»; la quarta è quella dei «cattolici anonimi» da indirizzare sul versante della portata «politica» del cristianesimo, della lotta alle ingiustizie e della carità dove però, in molti di essi, regna «un’aria di depressione permanente».
Infine, l’ultima categoria, liquidata sprezzantemente e con un certo grado di omofobia, che è quella dei tradizionalisti: «chi scrive non ha dubbi, il latinorum non ci salverà e anche i giovani occidentali non eterosessuali che si decidono per il sacerdozio diminuiranno rapidamente, come è successo per quelli eterosessuali».
Se questi è colui che ha trattato con la Fraternità San Pio X per evitare la scomunica, l’incomprensibilità deve essere stata assoluta perché rappresentano due chiese incomunicabili fra di loro. Lo ha confermato lo stesso segretario del Dicastero della fede affermando che i lefebvriani, durante i recenti colloqui, mettevano ancora al primo posto – pensate un po’ – la salvezza delle anime ricordando poi loro, giustamente, che vi è un Codex Juris da rispettare. Codice che però reca proprio come suo ultimo canone quello che è il fine per cui Nostro Signore ha voluto la Chiesa: Salus animarum suprema lex! Se pensiamo poi che chi ha parlato così riveste la carica che fu del cardinale Alfredo Ottaviani, «il carabiniere della fede», l’effetto è dei più paradossali.
Le aperture di Bianchi
Lo stesso Enzo Bianchi è intervenuto sul numero di maggio di Vita Pastorale sul tema della guerra liturgica in atto ormai da anni nella Chiesa e che il pontificato di Francesco – come su altri fronti – ha acuito. Il titolo dell’articolo è eloquente: “La liturgia è per unire, non per dividere” e l’ex priore di Bose, dando senz’altro qualche dispiacere ai liturgofrenici più accesi, invita come è giusto alla pace: coloro che praticano il Vetus Ordo, a «non disprezzare le liturgie riformate del Vaticano II e ad accettare le sue costituzioni dogmatiche» e coloro che praticano il Novus Ordo a «non disprezzare il Vetus Ordo e considerare in tradizionalisti come cattolici pieni, a tutti gli effetti, rispettando le loro liturgie e i loro segni». E questo perché «la lex credendi non coincide con un rito, va oltre».
Non entriamo nella proposta tecnica di Bianchi che presenta qualche aporia, ma non vi è dubbio che essa sia da accogliere con favore. L’articolo si chiude con una confessione personale che è probabilmente all’origine di questa inaspettata apertura: «Ho visto un cristianesimo vivo e fiorente e ora constato un’implosione della cristianità e della Chiesa, avendo di fronte l’irrilevanza della fede. Ogni giorno che passa una trafittura al cuore: di recente la notizia che l’abbazia di Bellefontaine in Francia, un tempo fiorente, ha chiuso per mancanza di monaci! Certo è una grazia che i monaci di Le Barroux, comunità tradizionalista in comunione con Roma, si siano insediati a Bellefontaine per riprendere la vita monastica che era morta. Trafittura su trafittura: sovente mi portano a pranzo in ristoranti che, fino a pochi mesi prima, erano monasteri e sono stati chiusi. E se passo in città come Torino le chiese sono chiuse e vuote! Anche per questo occorre non dividerci più, ma fare comunione, rinunciare a ricchezze non essenziali per essere più fedeli al vangelo di Gesù Cristo».
A questo ragionevole e accorato invito Andrea Grillo ha risposto con totale incomprensione e con la consueta rigidezza ideologica per cui chi pratica il Vetus Ordo è automaticamente contro il Concilio Vaticano II, dimostrandosi così, ancora una volta, come uno dei più accesi fautori delle divisioni e delle guerre liturgiche che, come ben lamenta Enzo Bianchi, da troppo tempo lacerano la tunica inconsutile di Cristo.
Funerali senza Messa
Il nuovo Sussidio diocesano per le esequie delle diocesi di Torino e Susa – non ancora ufficiale – segue quella esiziale tendenza, sempre più diffusa, che vuole estromettere la Santa Messa dal rito di commiato dei defunti per le solite fantomatiche e al contempo irrefragabili «ragioni pastorali», diventate ormai la scusa-passepartout a giustificazione di qualunque idea venuta in mente ai liturgisti.
Nelle premesse del discorso pensato per il rito esequiale senza Messa, infatti, si rivendica la dignità della Liturgia della Parola, che non si vuole recepita quale forma «ridotta» o «secondaria» del funerale, anzi: essa è ritenuta lo «strumento più fecondo per l’evangelizzazione», capace di «accogliere tutti» e di presentare «la centralità del kerigma». Peccato però che pienezza e compimento di questo stesso kerigma sia proprio la celebrazione che si vuole omettere, che è lo stesso sacrificio di Cristo sulla Croce, quel fatto straordinario che ha portato ad ogni uomo, vivo o defunto, la salvezza.
Appare inquietante che di fronte ad una situazione – certamente complessa – spesso fatta di ignoranza circa i Sacramenti, si sprechi l’occasione di offrire a chi soffre la perdita di un proprio caro ciò che di più prezioso la Chiesa custodisce e che è, tra l’altro, quanto di più efficace ci sia per l’anima del defunto e per coloro che lo piangono.
Ricordiamo alcuni frutti della celebrazione eucaristica, oggi completamente obliati, anzi in alcuni casi non più creduti nello scenario teologico moderno: la Messa ha un frutto speciale, di cui godono i presenti e coloro che essi ricordano nelle loro preghiere, e uno ministeriale, che il celebrante applica secondo un’intenzione precisa, in questo caso per l’anima del defunto. Inoltre, essa produce un frutto soddisfattorio, ovvero che può rimettere la pena temporale per i propri peccati sia per i morti che per i vivi.
Di questo nelle diocesi non se ne parla più, forse semplicemente perché non ci si crede più. Ci si dilunga invece sull’importanza dei simboli – rispettabilissimi – ma la sensazione che rimane è quella di una funzione tronca dove questi stessi simboli non riescono ad assurgere al loro culmine, alla realtà che indicano: l’Eucaristia e, in essa, l’unione della morte del defunto con la Morte salvifica di Cristo sulla Croce.
Di tutto questo nel Sussidio non vi è traccia, anzi la celebrazione eucaristica associata al defunto è indicata solo nelle «varie comunicazioni» e nei riti di conclusione con l’annuncio della Messa di settima e di trigesima. Domenica prossima parleremo dell’altro Sussidio, quello per la veglia di preghiera per un defunto, dove a farne le spese non poteva essere che la preghiera più cara ai fedeli, ma ritenuta dai liturgisti più desueta e poco didattica e cioè il Rosario di Maria Vergine.



