ECONOMIA DOMESTICA

La mia banca è (in)differente: l'83% la vorrebbe "più umana"

Mentre è in corso la partita delle fusioni e delle Ops, gli italiani chiedono soprattutto solidità, fiducia e tutela. E non ridursi a parlare solo con una app. Per il 53% deve essere prima di tutto affidabile, il 32% pretende che difenda gli interessi dei correntisti

“Che cos’è rapinare una banca a confronto del fondarne una?”, scriveva Bertolt Brecht. A giudicare però dal nuovo rapporto Swg sugli italiani e le banche, il sospetto è che oggi molti correntisti si accontenterebbero di qualcosa di molto più semplice: una banca che non li tratti come un allegato del proprio piano industriale. Mentre il risiko finanziario ridisegna assetti, poltrone e quote di mercato, il Paese reale continua infatti a chiedere sportelli, fiducia, ascolto e perfino – sacrilegio nell’era degli algoritmi – un rapporto umano.

Il sondaggio tratteggia un’Italia assai meno affascinata dalla retorica della grande finanza di quanto credano gli strateghi delle fusioni. Per il 53% degli intervistati una banca “forte” è innanzitutto una banca solida finanziariamente. Seguono la capacità di offrire soluzioni specifiche per i clienti (32%) e la reputazione (28%). Solo il 9% considera decisiva la dimensione internazionale dell’istituto e appena l’11% apprezza chi “inventa sempre nuovi prodotti e soluzioni”.

È il rovesciamento della narrazione dominante: mentre gli istituti inseguono dimensioni sempre più grandi per reggere la competizione globale, i clienti sembrano desiderare soprattutto affidabilità e riconoscibilità. Non l’adrenalina delle scalate, ma la tranquillità di sapere dove finiscono i propri soldi.

Più tutela, meno marketing

Ancor più significativo è ciò che gli italiani chiedono alla loro banca ideale. Il 32% mette al primo posto la capacità di “difendere gli interessi del cliente”, molto prima della velocità digitale (21%) o del sostegno al territorio (16%). Dentro quel dato c’è probabilmente il riflesso di anni di rapporto logorato: filiali chiuse, consulenze trasformate in vendita di prodotti, clienti sempre più spesso percepiti come numeri da profilare anziché persone da accompagnare. Non sorprende allora che il concetto di “solidità” evocato dal rapporto non sia soltanto economico, ma quasi psicologico: gli italiani cercano una banca che trasmetta sicurezza personale oltre che patrimoniale.

Il rapporto mostra anche quanto il legame bancario resti ancora profondamente identitario. Il 25% sceglie la propria banca “per abitudine, perché è quella di famiglia”, mentre il 20% indica reputazione e autorevolezza come fattori decisivi.

Numeri che raccontano un paradosso: proprio mentre il sistema accelera verso concentrazioni sempre più impersonali, una parte consistente del Paese continua a vivere la banca come un presidio quasi comunitario. Non un’app sul telefono, ma un’istituzione con una storia, un volto e una presenza riconoscibile nel territorio.

Generazioni allo sportello

Sono soprattutto gli anziani a chiedere banche solide e rassicuranti. Tra gli over 64 il 62% indica la solidità finanziaria come principale caratteristica di una banca forte, ben al di sopra della media nazionale del 53%. Per questa fascia d’età contano anche reputazione (33%), radicamento e continuità. Non a caso il 29% sceglie la banca “perché è quella di famiglia” e il 27% per reputazione e autorevolezza. È una clientela che vede la banca quasi come un’estensione della propria stabilità personale: il luogo dove custodire risparmi accumulati in una vita, non uno spazio dove sperimentare innovazioni finanziarie. Anche il lato umano pesa moltissimo: il 48% degli over 64 considera fondamentale ascolto, empatia e supporto personalizzato. E qui emerge una delle grandi contraddizioni del sistema: proprio mentre cresce la domanda di relazione, il settore accelera sulla riduzione degli sportelli e sulla digitalizzazione forzata.

Tra i 45-64enni emerge con forza il bisogno di tutela. Il 57% associa la forza di una banca alla solidità finanziaria e il 51% considera fondamentale il lato umano del rapporto. Non è difficile comprenderne le ragioni: è la generazione stretta tra mutui, figli da mantenere, precarietà economica e paura di perdere ciò che ha costruito. Per questi clienti la banca ideale non è quella che promette rendimenti miracolosi, ma quella che offre protezione nei passaggi delicati della vita. Non a caso il bisogno di supporto emerge soprattutto per l’acquisto della casa, le malattie familiari o il primo lavoro stabile dei figli.

L’idea che le nuove generazioni vogliano soltanto banche digitali viene in parte smentita dal sondaggio. Certo, tra i 18-34enni pesa molto di più la rapidità dei servizi e l’accessibilità online: il 27% la considera la caratteristica principale della banca ideale. Ma i giovani chiedono anche altro. Il 17% considera importante che la banca sia responsabile e vicina a temi ambientali, culturali e sociali. Inoltre, pur avendo meno bisogno del contatto fisico tradizionale, continuano a cercare supporto nei momenti di passaggio: primo lavoro, formazione, nascita di un figlio. In sostanza, i più giovani sembrano accettare la tecnologia soltanto se accompagnata da affidabilità e coerenza valoriale. La banca-app può funzionare, ma non basta più da sola a costruire fiducia.

Lo “human touch”

La modernizzazione bancaria ha venduto per anni l’idea che il cliente volesse soltanto rapidità, app efficienti e servizi digitali. Swg racconta invece qualcosa di diverso: il 43% degli italiani considera fondamentale il lato umano della banca – ascolto, fiducia, empatia, supporto personalizzato – e un ulteriore 42% lo ritiene comunque importante. In sostanza, oltre otto italiani su dieci continuano a chiedere una relazione vera. Ma il sistema sembra andare nella direzione opposta: meno sportelli, meno personale, più centralizzazione, più call center, più distanza.

Il rapporto individua anche i momenti nei quali il bisogno di una banca “presente” diventa più forte. In testa c’è l’acquisto della casa (51%), seguito dalla richiesta che la banca “ci sia sempre” per la famiglia (29%), poi malattie, primo lavoro stabile, invalidità e matrimonio.

È un elenco che assomiglia più a una biografia familiare che a un piano finanziario. E spiega forse meglio di qualsiasi analisi perché il distacco crescente tra grandi gruppi bancari e clientela rischi di diventare non solo economico, ma culturale.

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