POLITICA & SANITÀ

Sanità, "Congelare la riforma":
le Regioni bocciano Schillaci. Gemmato (FdI) "vero" ministro

Altolà della Conferenza. La decisione preannunciata dal coordinatore della commissione Fabi in Parlamento: "Non siamo stati coinvolti". Tra giochi di potere interni al dicastero e fuoco amico, il titolare di Lungotevere Ripa appare sempre meno saldo

Le Regioni frenano sulla riforma del Servizio sanitario nazionale e inviano un messaggio chiaro al ministro della Salute Orazio Schillaci: «Il disegno di legge delega va congelato e rivisto».

Questo, in estrema sintesi, l’esito della riunione della Commissione Salute in seno alla Conferenza delle Regioni, presieduta da Massimiliano Fedriga, svoltasi questo pomeriggio, ma di fatto già anticipata nei giorni scorsi dal coordinatore della stessa commissione, Massimo Fabi, assessore regionale alla Sanità dell’Emilia-Romagna.

L’attacco in Parlamento

«Nella prossima riunione della Conferenza delle Regioni chiederemo al Governo il ritiro del ddl delega e l’apertura di un confronto con le Regioni nel segno della leale collaborazione», aveva dichiarato Fabi nel corso di un’audizione in Senato. Il coordinatore della Commissione, nella stessa occasione, aveva aggiunto: «Come Regioni ci saremmo aspettati un coinvolgimento differente e preventivo, non ex post, su un provvedimento che, per contenuti e temi trattati, non avrebbe meritato un percorso legislativo d’urgenza». Poi, naturalmente, un segnale di apertura, sia pure condizionato: «Da parte delle Regioni c’è la disponibilità a collaborare per l’innovazione del sistema di cura, purché si adotti un metodo di collaborazione».

La decisione di oggi

La riunione di oggi si è conclusa senza quel «ritiro del disegno di legge delega» la cui richiesta era stata annunciata dall’assessore dell’Emilia-Romagna, ma neppure con un via libera all’iniziativa di Schillaci. Quella che appare come una soluzione appena un po’ più morbida resta comunque un atto pesante da parte delle Regioni nei confronti di un ministro che, negli ultimi tempi, non si può dire navighi in acque tranquille, neppure nei mari di casa propria.

La decisione di procedere lancia in resta con il decreto – quindi con una procedura d’urgenza – sulla strada di una riforma complessa e irta di ostacoli, oltre che di interessi spesso in contrasto tra loro (basti pensare al riordino del ruolo e dell’inquadramento dei medici di famiglia), è solo una delle ragioni che hanno provocato attriti e anche qualche attacco a Schillaci da parte di esponenti delle stesse forze di governo e perfino di figure di primo piano del suo dicastero.

Il siluro di Gemmato

Basterebbe ricordare la posizione del potente sottosegretario alla Salute, il ferreo meloniano Marcello Gemmato, il quale, con dichiarazioni molto eloquenti, ha lanciato più di un siluro contro il ministro, collocandosi su una linea nettamente diversa rispetto all’ipotesi di portare i medici di medicina generale – sia pure su base volontaria – alle dipendenze delle Asl.

Non sfugge la rilevanza politica di questa crepa. Proprio la strettissima fedeltà a Giorgia Meloni e il peso rafforzato di quello che, nelle fila di Fratelli d’Italia (e non solo), viene considerato «il vero ministro», fanno delle posizioni di Gemmato un messaggio da leggere in controluce, ben oltre le questioni tecniche della sanità. È lui a dare la linea, è lui a essere consultato e ascoltato dagli assessori alla Sanità del partito.

Tutto questo, e altro ancora, rende la posizione di Schillaci apparentemente meno salda, anche se è difficile – se non impossibile – immaginare che, a un anno dal voto e dopo i recenti terremoti interni all’esecutivo, la premier possa decidere un cambio al vertice di un dicastero già da tempo sotto i riflettori e nel mirino delle opposizioni.

Fuoco amico da Tajani

Questo non significa, però, che i problemi siano destinati a scomparire. Anzi. Sempre dalla maggioranza, Forza Italia – direttamente con il suo segretario Antonio Tajani – boccia senza appello la riforma del ruolo dei medici di famiglia, schierandosi al loro fianco e a quello delle sigle di rappresentanza in difesa dell’attuale ordinamento, e alzando un muro contro il passaggio alle dipendenze immaginato dal ministro.

E se dall’opposizione il Movimento 5 Stelle non si lascia sfuggire l’occasione per rimarcare, a margine delle audizioni parlamentari, come «le Regioni, ancora oggi in larga maggioranza guidate dal centrodestra, abbiano apertamente criticato il governo Meloni per essere state convocate solo al termine dei lavori sul testo», è proprio sul padre della contestata riforma che si addensano le nubi di una tempesta tutta interna al dicastero. Lì si starebbero consumando giochi di potere, con poltrone che ballano, ambizioni in movimento e sgambetti neppure troppo sotterranei.

Il sostegno di Giorgia?

Un clima che certamente non agevola quel ridisegno del Servizio sanitario nazionale, già di per sé complesso, al quale il ministro ha deciso di imprimere una pericolosa accelerata utilizzando lo strumento del decreto e invocando un’urgenza che molti contestano e sulla quale non pochi – anche nella stessa maggioranza – si chiedono quanto sia davvero condivisa dalla premier.

Il segnale arrivato oggi dalle Regioni, comprese quelle governate dal centrodestra come il Piemonte, appare come l’ennesimo avvertimento a Schillaci. E conferma come gli assessori alla Sanità di Fratelli d’Italia sembrino seguire una linea precisa: quella indicata non dal ministro, ma dal sottosegretario Gemmato.

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