Quei cattolici "professionisti"

Carlo Donat-Cattin nella prima repubblica li chiamava semplicemente “sepolcri imbiancati”, con specifico riferimento a qualche noto esponente democristiano. Sandro Fontana, storico ideologo della sinistra sociale della Dc, nella seconda repubblica, e con maggior eleganza, li bollava sarcasticamente come “cattolici professionisti”. Ora, cambiano le mode, le fasi politiche, le stagioni storiche, gli attori politici e i partiti ma i vizi e i limiti, anche nell’area cattolica italiana, restano tali e quali. Perché la categoria a cui facevano riferimento Donat-Cattin prima e Sandro Fontana dopo, e con loro molti altri esponenti di quella sinistra Dc, è sempre lo stesso. Ovvero, quel limite che porta un preciso segmento di cattolici impegnati in politica a considerarsi i depositari esclusivi, se non addirittura i più titolati e i più coerenti, nel rappresentare le istanze del cattolicesimo democratico, popolare e sociale nell’agone politico concreto.

Un limite, e un vizio, che periodicamente riemergono come un fiume carsico. Lo abbiamo potuto constatare, e per l’ennesima volta, in un recente incontro a Roma promosso dall’esponente del Pd Graziano Delrio. È sempre lo stesso copione che si ripete da molti anni ma che, come ovvio e persino scontato, è perennemente uguale a sé stesso.

Ora, e nel rigoroso rispetto di tutte le opinioni e di tutte le singole prassi di comportamento, è altrettanto indubbio che non tutti nell’area cattolica italiana la pensano nello stesso modo. Del resto, è abbastanza noto che storicamente esistono sensibilità molto diverse all’interno stesso dell’arcipelago cattolico italiano che portano a scelte politiche ed elettorali opposte se non addirittura alternative. E chi proviene, come chi scrive, dall’esperienza della sinistra sociale Dc e dal concreto magistero politico declinato negli anni da leader e statisti come Carlo Donat-Cattin, Franco Marini e Sandro Fontana - solo per citarne alcuni e più autorevoli -, non ha mai neanche lontanamente pensato di rappresentare la “parte migliore” dei cattolici impegnati in politica. E questo per la semplice ragione che da quelle parti non è mai esistita né una sorta di presunta “superiorità morale” nei confronti di altre esperienze del mondo cattolico organizzato e né, tantomeno, la tentazione di essere i più coerenti nel declinare concretamente e laicamente la cultura, la storia, la tradizione e il pensiero dei cattolici democratici, popolari e sociali nella società. Un elemento, questo, che è stato decisivo anche per respingere e battere alla radice qualsiasi deviazione clericale o, peggio ancora, deriva confessionale.

Eppure, la tentazione di essere o di apparire come i “migliori” resiste e persiste. E oggi, come ieri seppur mutatis mutandis, è rappresentata da tutti coloro che ritengono, attraverso la consueta “superiorità morale” o altezzosità culturale, di rappresentare con maggior coerenza e titolarità questo pensiero nelle dinamiche concrete della cittadella politica italiana. E anche qui, ieri come oggi, tocca a coloro che non sono affascinati da questa sindrome di onnipotenza e di arroganza, far sì che il confronto che avviene all’interno di quest’area culturale e sociale non sia tra cattolici di serie A o cattolici di serie B o addirittura di serie C. E questo perché, e sempre per dirla con Carlo Donat-Cattin e Sandro Fontana, nell’area cattolica italiana non dovrebbero mai più esistere i “sepolcri imbiancati” o, peggio ancora, i “cattolici professionisti”.

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