ECONOMIA DOMESTICA

Iren, assemblea in quarantena:
ok a bilancio e mega compensi

Tre anni dopo la fine della pandemia, azionisti ancora fuori dalla porta, sfruttando le norme Covid sulle riunioni a distanza. Niente domande dal vivo mentre passano stipendi stellari, bonus, buonuscite e perfino premi anti-concorrenza per i vertici (non è uno scherzo)

Non bastavano i compensi lievitati, il doppio ruolo da amministratori e dirigenti dipendenti, i bonus e le indennità. Nelle buste paga di Iren arriva anche la polizza anti-fuga: i patti di non concorrenza. In pratica, altri soldi ai vertici per evitare che, una volta usciti, portino altrove il prezioso know-how della multiutility. E così, dopo il caso già sollevato dallo Spiffero sugli stipendi d’oro e sulla singolare trasformazione di presidente e vicepresidente in manager dipendenti della società che governano, la nuova relazione sulla remunerazione 2026 aggiunge un altro capitolo alla saga.

E chissà se qualcuno avrebbe voluto chiederne conto di persona. Ma anche quest’anno, a tre anni dalla fine ufficiale della pandemia, in Iren il Covid sembra non essere mai passato. L’assemblea degli azionisti che oggi ha approvato bilancio, dividendi e politiche retributive si è svolta infatti ancora soltanto online, sfruttando le pieghe del decreto Milleproroghe che consentono le modalità “emergenziali” nate ai tempi del virus: niente accesso fisico ai locali assembleari, solo voto telematico e quesiti esclusivamente scritti e anticipati nei giorni precedenti.

Una scelta perfettamente legale, certo. Ma che tra diversi soci ha lasciato più di un sospetto: decisione “provvidenziale” per evitare domande dirette su stipendi, bonus, patti di non concorrenza e buonuscite stellari. Del resto, osserva qualcuno malignando, dopo aver inibito ai dipendenti l’accesso allo Spiffero, la multiutility è riuscita pure a tenere gli azionisti a distanza di sicurezza.

Via libera al bilancio

L’assemblea ha approvato il bilancio 2025 e un dividendo di 0,1386 euro per azione, in crescita dell’8% rispetto all’anno precedente. L’utile d’esercizio, pari a 218,4 milioni di euro, verrà destinato per oltre 180 milioni alla cedola. Il che significa che ai soci pubblici, in testa quelli torinesi va un sostanzioso pacchetto di milioni: a Città di Torino e Metro Holding andranno complessivamente circa 34,6 milioni di euro, pochi meno (34) finiranno nelle casse di Genova, a quelli della provincia di Reggio Emilia circa 20,9 milioni, altri 5,8 milioni ai Comuni della provincia di Parma, a quello di Piacenza 2,5 milioni. Soldi che potranno incassare dal 24 giugno 2026, con stacco della cedola il 22 giugno e record date il 23 giugno.

Contestualmente è arrivato anche il via libera alle politiche di remunerazione 2026 e ai compensi corrisposti nel 2025. E qui viene il bello.

Triumvirato di paperoni

Il documento approvato dal cda il 21 aprile mette nero su bianco le cifre. Luca Dal Fabbro, presidente esecutivo e direttore strategico Finanza e Strategie, ha una retribuzione annua lorda fissa di 350mila euro. A questa si aggiunge un variabile di breve periodo pari al 35% della Ral, cioè 122.500 euro, e una quota di lungo periodo pari a circa il 33,3%, altri 116mila euro teorici annui, che maturano nel triennio e saranno pagati alla fine. Nel 2025, dunque, il conto viaggia attorno ai 470mila euro, ma considerando la quota Lti maturata virtualmente si supera quota 510mila. Con benefit e trattamenti non monetari, il totale oltrepassa i 550mila euro.

Per Moris Ferretti, vicepresidente esecutivo e direttore strategico Risorse Umane, Csr e Strategie, la Ral fissa è di 260mila euro. Il bonus breve vale circa 91mila euro, quello di lungo periodo 86mila. Nel 2025 ha incassato circa 350mila euro, ma con la quota maturata del piano triennale si sale oltre i 380mila. Con i benefit, il conto supera i 400mila euro. E qui arriva la chicca: nella tabella 4 compare una premialità una tantum da 70mila euro per il «contributo nella gestione di operazione di M&A». Materia che, almeno sulla carta, sembrerebbe più vicina alle deleghe di Dal Fabbro. Che cosa abbia fatto Ferretti per meritarsi il supplemento resta uno dei piccoli misteri della casa.

Poi c’è Gianluca Bufo, amministratore delegato e direttore generale. La sua retribuzione fissa arriva a 492mila euro: 435mila come direttore generale e 57mila per la carica di ad. Il variabile breve vale 152mila euro, quello di lungo periodo 145mila. Nel 2025 il totale viaggia attorno ai 640mila euro; con la quota degli incentivi a lungo termine (Lti) maturata, si supera quota 690mila. Con i benefit, il conto oltrepassa gli 800mila euro. In soldoni possiamo dire che Dal Fabbro e Ferretti possono vantare un primato difficilmente eguagliabile nel settore: sono probabilmente il presidente e il vicepresidente più pagati dell’intero panorama italiano delle multiutility.

La polizza di (buon)uscita

La vera novità, però, sono i patti di non concorrenza. Iren spiega di voler tutelare «interessi strategici» e «patrimonio informativo» della società, riservandosi di attivarli per i dirigenti con responsabilità strategiche, inclusi gli amministratori con particolari cariche. Il meccanismo è semplice: alla sottoscrizione dell’opzione viene riconosciuto un importo una tantum pari al 30% della retribuzione fissa. Significa circa 100mila euro per Dal Fabbro, 80mila per Ferretti e 130mila per Bufo.

Se poi, al momento dell’uscita, Iren deciderà di far valere il patto per un periodo fino a 18 mesi, dovrà pagare un’annualità di remunerazione fissa: 350mila euro a Dal Fabbro, 260mila a Ferretti, 435mila a Bufo. Il tutto si aggiunge alle indennità previste in caso di cessazione del rapporto: 24 mensilità, cioè 700mila euro per Dal Fabbro, 520mila per Ferretti e 870mila per Bufo.

Insomma, oltre agli stipendi, ai bonus, agli incentivi e ai benefit, arriva pure il salvagente per non andare dalla concorrenza. Con qualche ironia inevitabile: Dal Fabbro, con la vicenda Sostelia (ceduta a Hera dal fondo Xenon Fidec) ancora evocata dagli azionisti più critici (e segnalata alla Consob), almeno conosce bene il terreno. Su Ferretti, invece, la domanda corre nei corridoi: quale competitor dovrebbe temere Iren? Al massimo, sussurra qualcuno, il ritorno nel mondo delle cooperative delle carni. E così la multiutility dei territori, tra acqua, rifiuti, energia e teleriscaldamento, finisce ancora una volta sotto i riflettori per un’altra materia prima: le buste paga. Quelle sì, sempre più rinnovabili.

Leggi qui il documento sulle retribuzioni